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Marina Apollonio: “Nell’opera ci siete voi”

Una foto storica di Marina Apollonio ritratta accanto a una delle sue creazioni (@ARCHIVIO MARINA APOLLONIO)

 

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Classe 1940, l’artista ottico-cinetica conquista finalmente una retrospettiva alla Guggenheim di Venezia, nella casa di Peggy che la collezionò per prima. Qui racconta la sua storia alla curatrice che l’ha portata alla Biennale nel 2022
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Vorrei iniziare questa conversazione dalla sua lunga relazione con la città di Venezia.

«A Venezia sono arrivata nel 1948, quando mio padre, Umbro Apollonio, dopo due anni alla Mondadori, a Milano, fu chiamato alla Biennale a dirigere l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee. Grazie a lui, sin da bambina ebbi l’occasione di conoscere molti artisti, tra cui Emilio Vedova, per il quale ero come una nipote, o Giuseppe Santomaso, che diceva: “Anch’io voglio una figlia bionda, con gli occhi azzurri, e quando nacque sua figlia la chiamo Marina. Conobbi anche Peggy Guggenheim, che nel 1968 acquistò una mia opera dalla Galleria Barozzi di Venezia. Tutto il mio mondo era a Venezia. Ho ricordi belli, la Biennale era per me un grande parco e visitare la collezione Guggenheim era come ritrovarsi in un giardino segreto».

Una delle opere di Marina Apollonio esposte a Venezia (@ MARINA APOLLONIO)

 

Sa…

Vorrei iniziare questa conversazione dalla sua lunga relazione con la città di Venezia.

«A Venezia sono arrivata nel 1948, quando mio padre, Umbro Apollonio, dopo due anni alla Mondadori, a Milano, fu chiamato alla Biennale a dirigere l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee. Grazie a lui, sin da bambina ebbi l’occasione di conoscere molti artisti, tra cui Emilio Vedova, per il quale ero come una nipote, o Giuseppe Santomaso, che diceva: “Anch’io voglio una figlia bionda, con gli occhi azzurri, e quando nacque sua figlia la chiamo Marina. Conobbi anche Peggy Guggenheim, che nel 1968 acquistò una mia opera dalla Galleria Barozzi di Venezia. Tutto il mio mondo era a Venezia. Ho ricordi belli, la Biennale era per me un grande parco e visitare la collezione Guggenheim era come ritrovarsi in un giardino segreto».

Una delle opere di Marina Apollonio esposte a Venezia (@ MARINA APOLLONIO)

 

Sapeva già di voler fare l’artista?

«Sì, mi era chiaro di voler fare l’artista. Mi interessava l’astrazione, il figurativo per me non esisteva. Lo dissi a mio padre, noto critico d’arte, che però mi rispose: “No, l’artista non lo devi fare, perché è difficile, farai la fame”. Della fame e della fama non mi importava niente e continuai a fare le mie ricerche. Ma mio padre insisteva e, alla fine, mi mandarono in collegio a fare le magistrali. Poi incontrai Getulio Alviani, che era interessatissimo a quello che facevo e di nascosto mandò una mia opera al Centro d’Arte Il Chiodo a Palermo, per una collettiva, e fui insignita del primo premio, il Chiodo d’oro. La notizia usci sui giornali».

Una delle opere di Marina Apollonio esposte a Venezia (@MARINA APOLLONIO)

 

Si ricorda che anno fosse?

«Era il 1965. E ricordo l’urlo di mio padre, che in dialetto mi chiedeva: “Marina cossa xè ’sta roba? Vien qua!”. Sul giornale aperto spiccava l’articolo: “Giovane triestina viene premiata col Chiodo d’oro”, che era d’oro veramente. Ecco, così tutto è cominciato. Avevo 24 anni».

Un chiaro segno del maschilismo di quegli anni è il fatto che nel pullulare di gruppi e manifesti ci fossero ben poche donne. Si è mai sentita esclusa da conversazioni creative sull’uso di nuove tecnologie e materiali innovativi?

«In quei tempi, in quanto donne, eravamo un po’ escluse. Dadamaino è stata proprio una grande amica. Grazia Varisco era già più fortunata perché era nel Gruppo T ed era l’unica donna a farne parte, nonostante mi dicesse che anche lei fosse un poco esclusa. In quegli anni non percepivo un grande conflitto tra uomini e donne, perché con gli artisti e i critici non c’era distinzione. E dicevo sempre: “L’artista è un artista”, e così venivo considerata come tale. Sicuramente alla base della scarsa partecipazione femminile ai gruppi degli anni Sessanta era il fatto che noi donne dovevamo seguire i figli e prenderci cura della casa. Io dovetti trovarmi un lavoro per riuscire a tirare avanti, poiché né io né mio marito, Giancarlo Zen, vendevamo le nostre opere».

Marina Apollonio Gradazione 16N, 1966 (@ MARINA APOLLONIO)

 

I suoi primi lavori degli anni Sessanta sono opere su carta, scandite da costruzioni geometriche e griglie minuziosamente colorate. Il ritmo tra colori e forme è viscerale, e cattura l’occhio dello spettatore in molteplici forme. Come è passata da disegni e opere bidimensionali a opere tridimensionali come i “Rilievi”? Ci racconti della genesi di questa serie che è anche stata esposta a Venezia nella mia Biennale del 2022.

«Sono partita da lì, da opere optical e su carta. Ma sperimentavo tutti i materiali e scoprii l’alluminio arrotolato. Ho realizzato le opere esposte alla Biennale completamente da sola, tagliando e assemblando i materiali che acquistavo a Venezia, in una famosa cartoleria vicina a piazza San Marco che io chiamavo la mia gioielleria, Testolini. Era bellissima e mi ricordo gli ottimi compassi, e riuscii ad acquistarne uno di fattura tedesca. Una volta mi fu chiesto perché facessi sempre cerchi e risposi che “avevo dei buoni compassi”. Creai delle opere circolari con quel compasso a verga, che permetteva di tracciare cerchi fino a due metri, ma il tavolo non era abbastanza grande e allora andavo nello studio di Alviani, dove avevo un tavolo sul quale appoggiare un piano che mi permetteva di girarci tutto intorno con il compasso».

Marina Apollonio Forma colore gradazione 20N blu bianco su rosso, 1972 (@ MARINA APOLLONIO)

 

E adesso quali opere sta considerando per la Collezione Peggy Guggenheim?

«Da una parte quelle che ho salvato, le opere degli anni Sessanta, e dall’altra le ultime. E sarà interessante, perché in questo momento mi trovo in sintonia con i giovani… E penso alla diversa percezione di quando le persone quasi si arrabbiavano alle mie mostre, lamentandosi che le mie opere davano fastidio agli occhi e non si potevano guardare. E infine un’opera finora mai realizzata, una proiezione a tre canali dal titolo Entrare nell’opera, con immagini di mie vecchie opere cinetiche che invitano l’osservatore ad avvicinarsi e quindi a “entrare” nell’opera».

Un’ultima domanda. A Venezia nella mia mostra “Il latte dei sogni” il suo lavoro era in dialogo con altre colleghe come Laura Grisi, Grazia Varisco, Dadamaino, Lucia di Luciano e Nanda Vigo. Le conosceva? Che effetto le ha fatto entrare in questa presentazione dal titolo “Tecnologie dell’incanto”?

«È stato un momento di grandissima libertà. Il contrasto tra gli artisti e le artiste esposte insieme a noi, che invece eravamo così rigorosi è stato magnifico, e io in effetti partivo sempre dall’assunto che “nel meno c’è il più” e cercavo sempre una motivazione razionale. Mi sono ritrovata dentro una grande mostra così diversa, gioiosa e innovativa che mi ha trasmesso questo grandissimo senso di libertà».

?L’intervista completa sarà pubblicata nel catalogo della mostra Marina Apollonio. Oltre il cerchio, a cura di Marianna Gelussi (Marsilio Arte)

La mostra dal 12 ottobre a Venezia

Dal 12 ottobre al 3 marzo 2025 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Marina Apollonio. Oltre il cerchio, curata da Marianna Gelussi, la più ampia retrospettiva in Italia dedicata a Marina Apollonio, l’artista sostenuta e collezionata da Peggy Guggenheim.

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