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1974: l’inarrestabile diluvio Bob Dylan

In un box di 27 cd viene celebrato uno dei tour più dirompenti del cantautore: quello insieme a The Band
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Nella sua prima intervista per un’emittente tv, la Abc, Bob Dylan dice: «Pensavo fosse meglio vivere e morire senza che nessuno sappia chi sei». È il 1985, ha 44 anni, ma alle spalle una lunga storia che dice il contrario. Dischi, soprattutto, e un tour mondiale — quello “elettrico” del 1965-66 — che plasmarono una nuova idea di star.

Eternamente in fuga ma incapace di stare fuori dal circo del rock & roll, Dylan è il mistero che tutti bramano svelare. Dopo l’incidente in moto del 1966, tornerà solo molti anni dopo live per quello che sarebbe diventato il più imponente evento rock dell’epoca: 40 concerti in 30 tappe, alcune con due show — diurno e serale, per 5 ore al giorno — in 21 città americane, prevalentemente nella West Coast.

Il 3 gennaio 1974 Dylan riprende la Band di Robbie Robertson che aveva voluto in Planet waves, il nuovo lp in uscita di lì a pochi giorni, e la porta sulla strada per un mese e mezzo. Nella recensione del debutto a Chicago, il New York Times scriveva di versioni “troppo rilassate” dei brani ed è vero ma quella distensione è vitale, prima che la band trovi il ritmo, acceleri. Questo box di 27 cd, che inizia con lo show in questione, aperto dalla sconosciuta, meravigliosa Hero blues, e finisce con il serale del 14 febbraio a Inglewood, California, è centrale per chiunque sia stato preso nel vortice di Bob Dylan.

Colpiscono le progressioni “sentimentali” dei pezzi, esecuzione dopo esecuzione, fino al termine del tour, di una potenza quasi cieca. Il palco scarno era allestito come un salotto con un divano, una lampada e delle candele per creare una luce più calda, mentre Dylan girava in giacca e camicia dal colletto a punta quasi fosse uscito dallo Studio 54.

Tra il set collettivo e quello della sola Band – qui per motivi di spazio non presente – c’è una parte acustica per voce, chitarra e armonica: la più intensa. È qui che il tono si trasfigura in qualcosa di fiero e aggressivo, con le parole incatenate l’una all’altra come nel migliore “flow” rap: per definirlo, la parola “punk” non è fuori luogo.

Dylan infila alcuni inediti dall’imminente lp, la poetica di Forever young o Tough mama ma anche “classici” come l’incendiaria It’s alright, ma (I’m only bleeding): è davvero difficile non commuoversi. Prima di questo box, a documentare il momento epocale c’era solo Before the flood, il doppio lp uscito appena conclusa la tournée, che non gli rendeva affatto giustizia. Qui invece il tour è quasi integrale, eccetto che per le date non registrate in qualità accettabile.

Non è però un box per soli cultori. Dylan è incontenibile, mischia le carte, come un mago fa comparire e scomparire canzoni, il suo umore diventa musica. Del resto, è l’imprevedibilità il mistero di Dylan. Che, a 83 anni, è sempre là fuori: a dar sangue e vita al suo “never ending tour”.

The 1974 live recordings
Bob Dylan and The Band
Columbia/Legacy
Voto 8.5/10

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