John le Carré, negli archivi venuti dal freddo
di Federico VareseLo scrittore John Le Carré alias David John Moore Cornwell
Oxford
Da qualche mese occupo un piccolo ufficio al primo piano della Weston Library, quella che gli anziani studenti dell’Università di Oxford conoscono con il nome di Nuova Bodleiana. Negli anni Novanta, quando vi studiavo io, era la sede delle collezioni di scienze sociali e politiche e il deposito della maggior parte dei volumi della Bodleiana antica, che sorge da più di quattrocento anni sull’altro lato di Broad Street. Era quella l’epoca delle richieste compilate a mano su foglietti prestampati, che viaggiavano dentro tubi pneumatici in un tunnel sotterraneo collegante le tre sedi della biblioteca centrale dell’Università, la quale comprende anche la settecentesca Camera Radcliffe. Mani gentili e invisibili impacchettavano il libro per il suo viaggio sottoterra, che si concludeva sulle scrivanie temporanee assegnate agli studenti.
Oxford
Da qualche mese occupo un piccolo ufficio al primo piano della Weston Library, quella che gli anziani studenti dell’Università di Oxford conoscono con il nome di Nuova Bodleiana. Negli anni Novanta, quando vi studiavo io, era la sede delle collezioni di scienze sociali e politiche e il deposito della maggior parte dei volumi della Bodleiana antica, che sorge da più di quattrocento anni sull’altro lato di Broad Street. Era quella l’epoca delle richieste compilate a mano su foglietti prestampati, che viaggiavano dentro tubi pneumatici in un tunnel sotterraneo collegante le tre sedi della biblioteca centrale dell’Università, la quale comprende anche la settecentesca Camera Radcliffe. Mani gentili e invisibili impacchettavano il libro per il suo viaggio sottoterra, che si concludeva sulle scrivanie temporanee assegnate agli studenti.
Oggi molti testi sono in un deposito fuori città e la Nuova Bodleiana si chiama Weston. Qui si trovano le “collezioni speciali”, oltre a un bar ben fornito e due gallerie per mostre temporanee. Ma l’incrocio tra Broad Street e Parks Road è ancora la piazza con forse la più alta concentrazione di libri e documenti al mondo, senza dimenticare i cinque piani della libreria Blackwell’s, proprio accanto alla Weston.
Dal mio ufficio temporaneo vedo il costante andirivieni di visitatori della mostra dedicata a Franz Kafka (Kafka: Making of an icon), aperta fino alla fine di ottobre. Il pezzo forte è il manoscritto della Metamorfosi, la storia di un uomo che si sveglia una mattina e scopre di essersi trasformato in un insetto gigante. In mostra vi sono anche diversi scarafaggi vivi, oltre a sagome di cartone che invitano i visitatori a infilare la testa per fare un selfie. Il senso dell’umorismo non manca ai miei colleghi.
Frequento di nuovo queste sale perché sono il curatore di una mostra letterario-politica sulla figura dello scrittore John le Carré che si terrà l’anno prossimo negli stessi spazi dove ora è in corso quella di Kafka. Sono stato scelto perché ho collaborato per quasi trent’anni con David Cornwell (il vero nome dello scrittore), dal romanzo La passione del suo tempo uscito nel 1995, fino alla seconda stagione della serie Il direttore di notte, in corso di produzione.
Nel 2010 la Biblioteca di Oxford ricevette da le Carré una prima donazione comprendente tutti i manoscritti del periodo 1965-2010. Nel 2023, dopo la sua morte, arrivò un secondo lascito: sono più di 600 scatoloni, in gran parte ancora da catalogare. Lettere, sceneggiature, progetti di romanzo, appunti, disegni, ricevute, biglietti aerei, contratti, la vita quotidiana e segreta del cantore della guerra delle spie al tempo del Muro di Berlino e poi dei delitti della globalizzazione, della privatizzazione dei servizi di sicurezza e della guerra al terrore.
Mi trovo così a essere io la talpa che spia — prima di ogni altra persona, ma sotto la guida di un’esperta archivista e con regole ferree sulla privacy — le carte private dell’autore de La tamburina. Del resto, vi è un’affinità elettiva tra le Carré e gli archivi. Ne L’onorevole scolaro, il secondo volume della trilogia Smiley contro Karla, vi sono decine di pagine dedicate alla ricerca dei dossier sepolti nell’archivio della sede dei servizi segreti di Londra, detto “il Circo”. Bill Haydon, il traditore smascherato da George Smiley ne La talpa, aveva l’abitudine di intercettare i fascicoli operativi e nasconderli in anfratti irraggiungibili per bloccare le operazioni antisovietiche. Smiley si addentra nel seminterrato insieme a Connie Sachs, un personaggio centrale della trilogia, «la donna che scruta tutte le mosse di Mosca, grossa, astuta, zoppa, nota col soprannome di Madre Russia», l’analista-archivista allontanata proprio da Haydon perché faceva troppe domande.
Connie Sachs, un personaggio marginale nella gerarchia ufficiale dei servizi, è la persona più vicina alla verità, la custode delle sacre e segrete carte, dove dormono le tracce flebili, le verità implicite, che possono rivelare la tana della talpa e quindi la chiave del labirinto che porta a Karla. La ricerca archivistica raramente ha ricevuto una celebrazione letteraria così come accade nei libri di John le Carré.
Per raggiungere la collezione le Carré devo anch’io scendere nei sotterranei della Weston, al terzo piano interrato, dove un tempo (il mio tempo) i libri correvano impacchettati dentro i tubi pneumatici. Gli archivi sono sempre lacunosi, raccontano e omettono, ma hanno il pregio di documentare le cose che potevano essere e non furono. I progetti di le Carré mai portati a termine sono decine, soprattutto quelli cinematografici. Spiccano i tentativi falliti di lavorare con Stanley Kubrick. Il regista era un grande ammiratore dello scrittore, che considerava «il miglior autore di dialoghi» e nel 1980 propose la trasposizione di Tutti gli uomini di Smiley, ma i diritti erano stati venduti e non se ne fece nulla. Verso la fine del decennio, Kubrick invitò le Carré a una proiezione privata di Full Metal Jacket e suggerì allo scrittore di sceneggiare il racconto di Arthur Schnitzler che sarà alla base di Eyes Wide Shut. In questo caso, a Kubrick non piacque l’idea di le Carré di ambientare la storia in un monastero medievale e preferì New York (quando le Carré vide il film lo trovò terribile). Gli abbocchi continuarono negli anni Novanta, quando le Carré spedì al regista il manoscritto de Il direttore di notte.
In una lettera dell’8 novembre 1992, Kubrick rispose declinando l’invito a trarne un film: «Ho amato il libro, come ho amato tutti i tuoi libri, ma non è possibile ridurre una storia di 165 mila parole in un copione di 12 mila». Avendo perso quasi ogni speranza, le Carré gli mandò Il sarto di Panama con la dedica: «Caro Stanley, forse, chissà, questa volta? Tuo, David».
Un altro grande del cinema, Francis Ford Coppola, affiora dall’archivio. La sua casa di produzione si interessò a La passione del suo tempo (titolo inglese: Our Game), un romanzo del 1995 che racconta la storia di Tim Cranmer, una spia triste in pensione, la quale per diversi anni aveva controllato un agente, il carismatico attivista politico Larry Pettifer. Dopo la fine della Guerra fredda, Larry era diventato un rispettato docente universitario e una presenza fissa nella tenuta di Tim nella campagna del Somerset, dove aveva stretto amicizia con la compagna di Tim, Emma, una bellissima donna ancora in cerca di sé stessa.
All’inizio della storia, la polizia informa Tim che Larry ed Emma sono scomparsi. Larry si è unito alla causa di uno dei popoli oppressi del Caucaso, gli Ingusci, sottraendo milioni di dollari all’ex Kgb. La compagna di Tim è diventata parte del complotto di Larry, abbandonando così il fidanzato e la vita tranquilla della campagna inglese. La passione del suo tempo è un racconto sull’amicizia, gli ideali frustrati e il tradimento, e allo stesso tempo un romanzo politico: smonta la tesi occidentale secondo cui i “democratici” russi dell’epoca fossero alleati degni della nostra fiducia incondizionata. Le Carré non aveva dubbi sulle pulsioni imperialiste del Cremlino.
Subito dopo la pubblicazione, le Carré scrisse Our Game — The Movie, un pitch che inviò alla American Zoetrope, la casa di produzione di Coppola. Il testo inedito si apre così: «Qual è l’ambizione del progetto? Raccontare una storia d’amore intrecciata a rocambolesche fughe capaci di tenere lo spettatore col fiato sospeso. Far ridere, piangere e sudare. Sollevare questioni cruciali del nostro tempo, non con interminabili digressioni, ma attraverso la struttura della narrazione».
L’Occidente, prosegue l’autore, teme il crollo della Federazione Russa ed è disposto a sacrificare, sull’altare della realpolitik, le aspirazioni dei popoli desiderosi di liberarsi dal giogo russo. «Dopo aver vinto la Guerra fredda, l’Occidente protegge i forti a scapito dei deboli. Non manteniamo le nostre promesse al mondo... Oggi siamo noi il problema».
Quando il romanzo era in corso di stampa, Boris Eltsin diede inizio alla prima guerra cecena. Putin orchestrò la seconda guerra cecena nel 1999 e, in tempi più recenti, l’invasione della Georgia e dell’Ucraina. Lo scrittore inglese aveva colto una questione centrale del nostro tempo, prima e meglio di tanti esperti. Al pitch seguì una sceneggiatura scritta da le Carré, e poi altre due versioni, affidate prima allo scrittore Edward Weinman e poi allo sceneggiatore Oliver Butcher. Tuttavia, il progetto non ebbe fortuna e ora giace nei sotterranei della Bodleiana, in attesa di una seconda vita.
La sezione dell’archivio più recondita e difficile da penetrare è quella dei carteggi, perché contengono dettagli su persone in vita, protette dalle ferree leggi sulla privacy inglese. Riesco a vedere le lettere tra le Carré e Al Alvarez e Tom Stoppard. Il primo, poeta, per molti anni critico dell’Observer, mentore di Sylvia Plath, apparteneva a una famiglia di ebrei sefarditi londinese ed era, come l’autore de La talpa, un outsider: aveva frequentato Oxford ma era rimasto ai margini della società letteraria inglese. Tom Stoppard è uno degli amici più intimi di David e di sua moglie Jane. Le ultime missive struggenti scritte dal nostro poco prima di morire sono indirizzate proprio a Stoppard.
E poi, inaspettato, in un faldone incontro il me stesso di molti anni fa. Dopo essermi preparato sui libri della Nuova Bodleiana, nel 1994 partii verso la città di Perm, negli Urali, per scrivere una tesi di dottorato sulla mafia russa. Tramite un sistema piuttosto elaborato, la posta che arrivava al mio indirizzo di Oxford mi raggiungeva a Perm. In aprile, mentre ero su un treno che mi riportava a Mosca per un weekend, aprii uno di quei pacchi postali e vi trovai una lettera scritta a mano, su carta intestata, firmata “John le Carré” e, tra parentesi, “David Cornwell”. Chiedeva di incontrarmi per discutere «un romanzo che racconta del conflitto osseto-inguscio e predice che parte di esso si svolgerà tra fazioni rivali in Occidente».
Da quel lontano 1994, quando ero single, senza figli e senza un lavoro fisso, David divenne una presenza costante nella mia vita. Insieme alla moglie e stretta collaboratrice Jane, fu testimone — e spesso promotore — di alcune delle decisioni più importanti della mia esistenza. Mi fece un regalo di nozze, si congratulò quando ottenni il mio primo posto da ricercatore, promosse i miei libri e permise al nostro figlio autistico Sasha di vagare liberamente per la sua casa in Cornovaglia.
Oggi ritrovo nell’archivio gli appunti dei nostri incontri, le lettere, i memo che ci siamo scambiati, i progetti di libri che gli sottoponevo e non scrivevo, gli inviti a cena miei e suoi, oltre a materiale che non sapevo avesse raccolto per portare a termine i suoi romanzi. L’archivio restituisce brandelli di vita, ne occulta altri. Ritrovo un messaggio del 7 novembre 1994: «Volevo solo dirti che penso di aver fatto tutte le correzioni che suggerivi — e ho spudoratamente usato la tua espressione per definire il personaggio di Tim» nel romanzo La passione del suo tempo. Per ringraziarmi, David mi fece recapitare dodici bottiglie da Berry Brothers & Rudd, il più antico rivenditore di vini inglese. L’indirizzo sulla ricevuta ora agli atti è: “Federico Varese del Nuffield College, Oxford”. L’archivio non registra come la mia reputazione con i portieri del Collegio e la mia fidanzata dell’epoca crebbe in maniera vertiginosa.
Apro un altro cartone e trovo una lettera che ricevetti da David alla fine di gennaio 2009 da Madeira. Lui e Jane stavano trascorrendo due settimane presso il Reid’s Palace Hotel sull’isola principale dell’arcipelago, un albergo di fine Ottocento che ha avuto tra i suoi ospiti illustri George Bernard Shaw e Winston Churchill, il quale scrisse lì le sue memorie. «Ho in mente un nuovo romanzo», mi informava David. L’argomento era la Russia, «quella nuova, o quella vecchia vestita a nuovo».
La lettera conteneva un invito: «Mi chiedevo se potessi venire a Oxford, per farti alcune domande durante un bel pranzo da qualche parte». Il 21 aprile, dopo diverse conversazioni, David annunciò: «Ecco le prime cento pagine o giù di lì. Vedrai subito che ho bisogno del tuo consiglio». La missiva consisteva in sei pagine manoscritte. Per documentarsi, David aveva assistito alla finale del Roland Garros 2009 tra Roger Federer e Robin Söderling, si era seduto nello stesso box dove si sarebbero seduti i suoi personaggi, aveva stilato una cronologia dettagliata dell’azione e un dossier su ciascuno di loro. In uno degli ultimi messaggi che ci siamo scambiati sul libro, mi disse: «Ogni romanzo ha il suo capitolo spartiacque. In questo, lo spartiacque è il Capitolo 6. In termini creativi, la scrittura da lì è tutta in discesa: Parigi, Berna, intrighi burocratici a Londra, esito tragico».
Il nostro traditore tipo uscì nel 2010. Il tema del romanzo è il riciclaggio di denaro internazionale, dalla Russia fino alla City di Londra. La tesi di fondo è che soldi sporchi avevano aiutato a salvare il sistema bancario mondiale nel 2008. Il personaggio principale è un mafioso russo, basato su un criminale su cui stavo lavorando per il mio libro Mafie in movimento. L’intuizione al centro del romanzo fu confermata pochi giorni dopo la pubblicazione da Antonio Maria Costa, all’epoca capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine, in un’intervista all’Observer. Il ritaglio di giornale è sopravvissuto così come il ricordo dei nostri commenti euforici.
David citava spesso un verso del Faust di Goethe sul desiderio di conoscere «quello che contiene il mondo nel suo punto più profondo». Cos’è un archivio se non la promessa di questa scoperta, il miraggio della conoscenza definitiva? La spia e il ricercatore sono due talpe che scavano per trovare quel luogo dove sono riposti i segreti di una nazione, di una vita, la chiave ultima dei nostri comportamenti. Ma forse l’esistenza di tutti noi è davvero alla mercé di un demiurgo imprevedibile e malvagio, come ebbe a dire Max Brod a Franz Kafka, che adesso mi scruta serio all’ingresso della Weston. L’unico riscatto possibile, l’unico antidoto alla disperazione, è continuare a spingere il masso verso la cima della montagna e rendere onore alle persone che ci hanno accompagnato in quello sforzo, che abbiamo amato. Camus l’ha detto meglio di tutti: «Bisogna immaginare Sisifo felice».