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Matisse, un viaggio chiamato pittura

Henri Matisse, Baigneuses à la tortue, (1907-08), olio su tela, Saint Louis Art Museum

 

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Con un’ottantina di opere la Fondazione Beyeler omaggia a Basilea lo sguardo nomade del francese che ritraeva il mondo con un’esplosione di colori
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BASILEA – Un’ombra nitida, come un segno grafico. Un riverbero accecante, da una finestra spalancata. Un arabesco di colori sgargianti. Il breve riflesso di un istante. È un lungo cammino nella luce quello di Henri Matisse (1869- 1954). È un Invito al viaggio, come recita il titolo della mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea (fino al 26 gennaio 2025), curata da Raphaël Bouvier, imponente retrospettiva di un’ottantina tra sculture e dipinti, con capolavori che da decenni non si vedevano in Europa (molti da musei americani, dove Pierre Matisse, il primogenito dell’artista, era gallerista). La semplicità del titolo non deve ingannare. Invitation au voyage è una poesia di Baudelaire del 1857 contenuta nei Fleurs du mal, così amata da Matisse, da dedicargli più di un’opera. Se Baudelaire nel suo travolgente simbolismo fugge dalla realtà, Matisse viaggia in cerca di luci e di colori nuovi. «Les soleils mouillés De ces ciels brouillés/ I soli inzuppati di quei cieli imbronciati». Nella p…

BASILEA – Un’ombra nitida, come un segno grafico. Un riverbero accecante, da una finestra spalancata. Un arabesco di colori sgargianti. Il breve riflesso di un istante. È un lungo cammino nella luce quello di Henri Matisse (1869- 1954). È un Invito al viaggio, come recita il titolo della mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea (fino al 26 gennaio 2025), curata da Raphaël Bouvier, imponente retrospettiva di un’ottantina tra sculture e dipinti, con capolavori che da decenni non si vedevano in Europa (molti da musei americani, dove Pierre Matisse, il primogenito dell’artista, era gallerista). La semplicità del titolo non deve ingannare. Invitation au voyage è una poesia di Baudelaire del 1857 contenuta nei Fleurs du mal, così amata da Matisse, da dedicargli più di un’opera. Se Baudelaire nel suo travolgente simbolismo fugge dalla realtà, Matisse viaggia in cerca di luci e di colori nuovi. «Les soleils mouillés De ces ciels brouillés/ I soli inzuppati di quei cieli imbronciati». Nella prima sala, i toni sono ancora quelli nuvolosi del cielo a nord della Francia, dove è cresciuto, ma il viaggio è appena iniziato. Domina qui La desserte (1896-1897), primo capolavoro riconosciuto nella sua produzione. È ancora realista quella scena domestica, con tavola imbandita e finestra sullo sfondo, ma Matisse è già pronto a stravolgere il volto della protagonista nelle sue cromie irreali. In fondo «l’esattezza non è mai verità», indicava già la strada un maestro francese come Delacroix. A Parigi negli anni Novanta Matisse conosce l’irrequietezza del tratto impressionista, ma è solo l’immersione nel sole del sud della Francia ad accendere i bagliori del colore diviso.

«Là, tout n’est qu’ordre et beauté, Luxe, calme et volupté/ Là tutto non è che ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà», riecheggia Baudelaire nell’opera puntinista del 1904. Matisse è ospite di Paul Signac nella villa a Le Lavandou. L’idillio provenzale si traduce in un rintocco di pennellate divise. L’estate successiva Matisse è in cerca dei colori del mare, ma questa volta a Coillioure. André Derain lo raggiunge. Lontani dalle convenzioni dei circoli parigini, in un paese di pescatori schiacciato tra le onde del Mediterraneo e i cieli tersi dei Pirenei, si consuma una breve e felice estate dell’anarchia cromatica. È l’arte dei fauve, bestie selvagge del colore, come vengono definite dalla critica. Da quella variante assolata dell’espressionismo il colore si sarebbe liberato per sempre, ma Matisse è uomo quieto, non avvezzo a barricate d’avanguardia, a proclami da manifesto o a eccessi bohémien. Gentile, serio, concentrato, come lo ritraggono le foto al lavoro. La sua gioia è tutta nella pittura. Avventuroso e aperto, quindi, ma anche riflessivo, conosce la dialettica degli opposti. Si allontana solo per tornare a raccogliersi. Più che fuga, quindi, il viaggio di Matisse è dedizione al lavoro.

«La mia vita è tra le mura del mio studio», ripeteva. Ed è pronto a ripartire, questa volta in Italia. A Padova, estasiato dalla Cappella degli Scrovegni, si apre ai grandi formati. Il cielo di Giotto rintocca nelle Baigneuses à la tortue (1907-1908), opera che non si vede in Europa da una trentina d’anni. Negli anni della Prima guerra mondiale un velo ne oscura la tavolozza. Il nero domina, come alcune severità cubiste. È chiara la dialettica con Picasso, amico nemico. Stupisce, in questa sala, una sintesi audace, a bande verticali, quasi un’astrazione secca, come quelle composte decenni dopo da Barnett Newman. Porte-fenetre à Coillioure (1914) è il nome dell’opera, spalancata su un grande buio, proiettata verso l’ignoto, triste presagio di ciò che attende l’Europa. Negli anni Venti torna il colore. Dai viaggi – dal Marocco all’Algeria – affiorano stoffe e tappeti. L’idea di ornamento nell’arte islamica è la rivelazione. E poi le odalische, care alla pittura francese dell’Ottocento, ricorrono tavoli, specchi, porte, tende, finestre, a sottolineare il tema della soglia. «Io non dipingo cose ma i rapporti che le legano».

Le forme si appiattiscono in uno spazio che omette sempre di più la profondità, anche nella scultura. Eloquenti sono quattro monumentali bassorilievi in bronzo, realizzati dal 1909 al 1930 e per la prima volta in sequenza. Il viaggio continua, tra i flutti dell’Oceano Pacifico verso Tahiti e poi ancora verso New York. Dagli anni Trenta la linearità si accentua. Lo spazio si dissolve sempre di più in Grand Nu Couché (1935). La riduzione è totale, fino a rendere gli oggetti rappresentati irriconoscibili. Le campiture piatte hanno timbri dissonanti che ci costringono a strizzare gli occhi dalla potenza cromatica della tavolozza. Lo stile è pop ante litteram. In mostra campeggia lì accanto un monumentale ritratto femminile come La Grande Robe Bleue et Mimosas (1937), così amato da Andy Warhol, da dedicargli un d’après nel 1985. Negli anni Quaranta le gouaches découpées danno origine alle sue leggendarie figure ritagliate. Il blu è quello che ha ancora negli occhi dal viaggio ormai lontano nel Pacifico. La vita inizia a piegare il corpo di quel placido cacciatore di luce, ma i colori restano sfacciati e tersi, le linee gioiose. La pittura fluttua senza gravità, fino all’ultimo giorno. Il colore è finalmente libero.

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