Milano
Sembra di entrare in un parco giochi ora colorato e luminoso, ora oscuro e fin cupo, dove ogni cosa si muove, scatta, si alza, volteggia, si ritrae, mentre si avvertono suoni aggressivi, piuttosto che ingranaggi stridenti. È una rassegna completa di quel mondo vivace, originato dalle amate “macchine ironiche” di Picabia o se non quelle “inutili” di Duchamp, figlie del dadaismo che lui tanto ammirava (accanto ai mobile di Calder). «Le mie sono macchine suicide per protesta» contro l’iperconsumo nel secolo scorso «perché movimento è libertà, caos liberatorio, fuga dalla morte», confessava con quell’aria da motorista ironico, intriso di contraddizioni; «in realtà sono un ingegnere dell’arte», dichiarava dietro i baffoni e quel sorriso mescolato a humour e creatività, precisando che lui con l’arte cinetica non c’entrava, quella era una «parola sciocca, una stupidaggine scientifica di Vasarely, solo perché amo movimento ed energia, mi umilia essere considerato cinetico».
Jean Tinguely, Requiem pour une feuille morte,(1967), veduta dell’installazione;
A quasi 100 anni dalla nascita è doveroso ricordare Jean Tinguely (Friburgo 1925 – Berna 1991) capace di reinventare la scultura oltre la bidimensionalità, caricandola di movimento, suono e luce, già capace di interagire con il pubblico, creata con materiali di scarto, ferro, acciaio, lamiera e ingranaggi, di tutto un po’, aggiungendo giocattoli, il cagnolino, un nanetto, la graziosa zebra di peluche, insomma la libertà dall’aspetto produttivo, la meraviglia.
Altrettanto d’obbligo che sia Milano a omaggiarlo, la città che lui elettrizzò nel novembre 1960, quando celebrò il “funerale del Nouveau Réalisme“ sul sagrato del Duomo con la Vittoria, la scultura fallica alta oltre 10 metri, ricoperta di un panno viola, che nel buio della notte incendiò: uscirono animali, giocattoli, oggetti diversi davanti al pubblico sbigottito, pur dopo una settimana di sperimentazioni nelle vie centrali, con performance di Christo, Klein, Arman, Spoerri, Raysse, César, Hains, Rotella, fino alla compagna poi moglie Niki de Saint Phalle (il Mudec le sta dedicando un vasto omaggio), con l’aiuto del critico Pierre Restany e del gallerista Guido Le Noci, fino alla cena al Biffi in Galleria con i cento invitati, certificato e listato a lutto, con riassunti i fantasiosi lavori ideati in quei sette giorni.
La visita comincia dalla sala con progetti, disegni e video della indimenticabile serata de La Vittoria esplosa al suono di ‘O sole mio. La retrospettiva Jean Tinguely (fino al 2 febbraio) è una coreografia visiva e sonora che ben riassume il lavoro della vita, una biografia in 40 opere dai primi anni Cinquanta ai Novanta, sculture in ferro, acciaio, lamiera, in arrivo dal Museo Tinguely di Basilea e altre istituzioni; ed è proprio all’Hangar Bicocca, il luogo perfetto per gli spazi colossali, ben 5000 metri quadri, e l’incancellabile sentore della fabbrica dove si producevano motori, che si visita la personale curata da Camille Morineau, Lucia Pesapane e Vicente Todolí.
Ogni 20 minuti la retrospettiva si attiva al completo così da permettere al pubblico di visitarla, con i video esplicativi. Sfilano momenti centrali della sua ricerca: dai Méta-mécaniques, anni Cinquanta, dotati di piccoli motori elettrici azionati dal pubblico, fino alle macchine musicali anni Ottanta, offrono una riflessione sulla poetica dell’artista di fronte alla macchina. Stupiscono per modernità taluni suoi lavori, come Méta-Matic No. 10 del 1959, macchina disegnatrice che dopo la scelta di pennarelli colorati, consente di realizzare disegni informali tratteggiati su carta; segue Gismo (1960), nuovo modo di fare scultura interattiva, dove lo spettatore si siede, fa girare un barile con i piedi diventando così parte del processo creativo.
Più in là si impone un ingranaggio di grandi e piccole ruote in movimento, largo tre metri, nero e retroilluminato di bianco Requiem pour une feuille morte (1967), pensato per l’Expo di Montreal, è il colossale ingranaggio azionato da una minuscola foglia candida. Poi il Ballet des pauvres (1962) seleziona oggetti di uso domestico, una camicia da notte, la calza su una gamba artificiale, le campane e pentole, appese al soffitto e collegate con un motore che produce un rumore fragoroso, in omaggio a Duchamp e alle esposizioni ironiche dadaiste. In opposizione alla catena di montaggio, vale la pena sostare davanti a Rotozaza No.2 (1987), un nastro trasportatore che sostiene alcune bottiglie, alla fine del giro le rompe con un martello, ammucchiando sul pavimento i frammenti del vetro. Importante negli anni Sessanta l’impegno storico sociale; la serie Baluba vuole avvicinare il pubblico ai problemi storici del tempo, a favore del popolo per un Congo indipendente, il cui leader Patrice Lumumba era stato ucciso, allora le sculture traballanti sono simbolo di follia e frenesia, diventano personaggi. Ecco macchine costruite e decostruite, riciclate a suo piacere, come le auto da corsa di cui era collezionista, anni Ottanta, la prediletta Ferrari, mentre la Renault era per incarico, per lei progettò un’opera con il filmato sopra un grande schermo.
Dovevano divertirsi gli avventori di caffè e bar, anni Ottanta, con le lampade colorate Sculture lampada installate a parete e a soffitto per illuminare le sale, a Zurigo nel 1983, poi a Kyoto, infine a Losanna. La serie dei Filosofi antichi e moderni, teorici dell’antimaterialismo, è composta da sculture dedicate a pensatori e amici, da Wedekind a Marx e Bergson, riflettono le idee che lo hanno ispirato, riservando a ciascuno una speciale rappresentazione: Rousseau è omaggiato da piume colorate in onore della libertà di pensiero.
Come non può mancare in finale il mosaico composto di pezzi arrugginiti Le Champignon magique (1984), a quattro mani con Niki de Saint Phalle: il titolo è riferito al fungo allucinogeno, dagli effetti caleidoscopici e visioni psicotiche. È il gambo di un fungo diviso in due sezioni, una con la voluminosa Nana tipica di Niki, l’altra con l’uomo dal sesso eretto, imbrigliato fra piante. Sono le due mentalità degli artisti: «Jean il movimento – precisava la moglie – io il colore». Il cappello del fungo è composto di parti metalliche arrugginite assemblate a mosaico da Tinguely, cita il lavoro fantasioso per il Giardino dei tarocchi a Capalbio, nel 1991, installazione colossale realizzata da entrambi gli artisti nella foresta di Milly-la-Forêt in Francia.