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Alle Scuderie del Quirinale la mostra Guercino. L’era Ludovisi a Roma, a cura di Raffaella Morselli e Caterina Volpi (fino al 26 gennaio 2025, catalogo artem) porta a compimento la vasta e appassionata ricognizione sulla grande pittura del Seicento italiano in corso da molto tempo a opera di eminenti studiosi italiani e stranieri.
Un focus su Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, nato a Cento nel 1591, vent’anni dopo il Caravaggio, assume cospicuo valore. Quando comincia l’epopea del Guercino trentenne a Roma nel 1621 l’epoca caravaggesca è finita.
Guercino sarebbe potuto apparire come un provinciale destinato alla marginalità ma Ludovico Carracci, che nell’anno della nascita del Barbieri aveva lasciato a Cento una sua opera memorabile, vide in lui il genio. La mostra ci racconta una storia che dura nel suo nucleo essenziale appena tre anni, perché il bolognese Alessandro Ludovisi col nome di Gregorio XV fu Papa soltanto dal 1621 al 1623. Ma quei tre anni marcarono sul…
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Alle Scuderie del Quirinale la mostra Guercino. L’era Ludovisi a Roma, a cura di Raffaella Morselli e Caterina Volpi (fino al 26 gennaio 2025, catalogo artem) porta a compimento la vasta e appassionata ricognizione sulla grande pittura del Seicento italiano in corso da molto tempo a opera di eminenti studiosi italiani e stranieri.
Un focus su Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, nato a Cento nel 1591, vent’anni dopo il Caravaggio, assume cospicuo valore. Quando comincia l’epopea del Guercino trentenne a Roma nel 1621 l’epoca caravaggesca è finita.
Guercino sarebbe potuto apparire come un provinciale destinato alla marginalità ma Ludovico Carracci, che nell’anno della nascita del Barbieri aveva lasciato a Cento una sua opera memorabile, vide in lui il genio. La mostra ci racconta una storia che dura nel suo nucleo essenziale appena tre anni, perché il bolognese Alessandro Ludovisi col nome di Gregorio XV fu Papa soltanto dal 1621 al 1623. Ma quei tre anni marcarono sul serio un’epoca di supremi capolavori ed eletto collezionismo sull’impulso prioritario del cardinale nipote Ludovico Ludovisi, appartenente a quella genia di ecclesiastici che nel corso del primo venticinquennio del Seicento crearono il laico culto dell’arte come espressione degli effetti sostanziali del buon governo sull’élite e sul popolo tutto, secondo il principio del bene comune destinato a restare stabile più o meno fino i nostri tempi.
Santa Maria Maddalena, olio su tela
Uomo giusto nel momento giusto, Guercino per come la mostra ce lo presenta fu veramente grande pittore e grande artista. Le curatrici dell’esposizione e del catalogo, con il coordinamento scientifico di Giulia Iseppi e una imponente schiera (una quarantina) di autori, hanno voluto così definire e rimarcare l’esistenza di un’era Ludovisi in continuità e sintonia profonda con quell’innovativo modo di concepire la politica culturale che, a partire dal Papa anch’egli bolognese Gregorio XIII nella seconda metà del Cinquecento, proseguì con i pontificati di Clemente VIII Aldobrandini e Paolo V Borghese, e che adesso ritrovava, con i bolognesi Ludovisi, nuove fonti di mirabile creatività in quello spirito dell’innovazione, pur conscia del radicamento imprescindibile sull’antico, che ancora oggi consideriamo basilare per il progresso complessivo della società.
Si entra in mostra e si vede una prodigiosa riproduzione, dovuta alla Società Factum Arte di Madrid, della formidabile pala d’altare dipinta in quel tempo ludovisiano dal Guercino per San Pietro e oggi ai Musei Capitolini, normalmente chiamata (forse non del tutto a ragione come il catalogo ci spiega) il Seppellimento di Santa Petronilla. Fu modello stesso dell’idea della sintesi delle arti perché il colossale quadro si percorre come fosse un racconto, una novella, una lectio magistralis, e insieme contiene un apice e una chiusa a somiglianza di un brano musicale. Ma è l’apoteosi della pittura in sé fabbricata dalla sostanza delle masse cromatiche, ispirate da mille fonti, venete e ferraresi soprattutto, ma in realtà generate da una elaborazione personalissima e incomparabile. Come poi comprendiamo bene attraversando la mostra e esaminando anche i vari confronti e paragoni che le curatrici hanno saggiamente voluto suggerire inserendo nel percorso, oltre a una serie di sublimi disegni del Guercino stesso, opere pittoriche di sommi comprimari dell’epoca: da Annibale Carracci, a Ludovico Carracci, a Guido Reni, Domenichino, Lanfranco, Giovanni Battista Viola, Filippo Napoletano, Pietro Paolo Bonzi, Agostino Tassi.
Guercino, autoritratto
Fin da ragazzo, quando dipingeva piccoli e mirabili paesaggi, Guercino aveva individuato la potente specificità emotiva del timbro cromatico, focalizzando essenzialmente l’area del blu. Noi oggi parliamo del blu Klein, in riferimento al grande pittore francese che ha fissato un timbro assolutamente suo di uno dei colori fondamentali nella storia figurativa.
Ma ben prima di lui, e la mostra ce lo fa capire perfettamente, si potrebbe parlare del blu Guercino, quella sbalorditiva sostanza cromatica carica all’inverosimile di evidenza e profondità grazie all’immissione nella elaborazione della stesura pittorica dei due opposti rispetto alla totalità della gamma, il bianco e il nero immessi a modulare il blu rendendolo splendente e oscuro al contempo, in modo che la percezione dell’opera mantenga una componente di dinamica interiore attraverso la quale l’inevitabile staticità dell’immagine esplode in una tensione emozionale generante una sorta di iperbole figurativa che esalta e commuove.
Susanna e i vecchioni
Naturalmente Guercino non usa soltanto il blu, anzi talvolta non lo usa affatto, ma il criterio dell’animazione subliminale della gamma cromatica resterà sempre imprescindibile in lui fino ad arrivare a livelli, nella sua tarda maturità (la mostra se ne occupa ma solo marginalmente), di spettrale e magnetica evidenza delle immagini quasi spinte oltre la soglia del verosimile.
Stupendo nella mostra è poi il confronto, una di fronte all’altra, delle due crocifissioni eseguite praticamente nello stesso momento, tra il 1624 e il 1626, da Guido Reni per la Trinità dei Pellegrini di Roma e dal Guercino per la Basilica della Ghiara a Reggio Emilia, dove, in Reni il bianco domina, tessendo tutte le connessioni cromatiche in assoluta assenza del nero che invece invade la solennissima pala del Guercino. Erano rivali, nemici giurati, e a guardare i due miracolosi quadri se ne può intendere almeno qualche ragione.
Guercino fu chiamato così perché pare fosse strabico ma quando dipinge, nel 1633, Venere, Marte e Amore che scaglia la freccia contro lo spettatore (delle Gallerie Estensi di Modena, esposto in mostra), si capisce bene come un tema sia proprio l’acume visivo in sé, il colpo d’occhio che l’arte figurativa induce nel suo manifestarsi.