Demetrio Stratos. È la voce il suono della rivoluzione
dal nostro inviato Luca ValtortaRavenna. Dalla finestra del primo piano di Palazzo Malagola tra luce e cielo si staglia il campanile cilindrico, le finestre a bifora piene di uccelli, della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Una meraviglia. Ci sono due coincidenze. La prima è il nome del palazzo: Malagola, «che non è un nome che gli abbiamo dato noi, come molti pensano, dal momento che questa è la sede del Centro internazionale di ricerca vocale e sonora» spiega Ermanna Montanari, direttrice del centro insieme a Enrico Pitozzi, studioso e docente dell’Università di Bologna.
«I Malagola erano una famiglia patrizia del modenese che aveva un ruolo importante nella gestione del porto di Ravenna. Noi avevamo l’idea di creare questo centro e il primo luogo che ci ha proposto il Comune per la sede aveva questo nome: abbiamo accettato subito anche perché aveva una certa segretezza; non è un posto centrale e da fuori non si può intuire la magia che ha dentro».…
Ravenna. Dalla finestra del primo piano di Palazzo Malagola tra luce e cielo si staglia il campanile cilindrico, le finestre a bifora piene di uccelli, della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Una meraviglia. Ci sono due coincidenze. La prima è il nome del palazzo: Malagola, «che non è un nome che gli abbiamo dato noi, come molti pensano, dal momento che questa è la sede del Centro internazionale di ricerca vocale e sonora» spiega Ermanna Montanari, direttrice del centro insieme a Enrico Pitozzi, studioso e docente dell’Università di Bologna.
«I Malagola erano una famiglia patrizia del modenese che aveva un ruolo importante nella gestione del porto di Ravenna. Noi avevamo l’idea di creare questo centro e il primo luogo che ci ha proposto il Comune per la sede aveva questo nome: abbiamo accettato subito anche perché aveva una certa segretezza; non è un posto centrale e da fuori non si può intuire la magia che ha dentro».
La seconda coincidenza è di tipo geografico e culturale: «Ravenna è un ponte tra Occidente e Oriente e lo si vede proprio in questa basilica fatta edificare dal re dei goti Teodorico ma in seguito diventata chiesa bizantina con l’imperatore Giustiniano. Allo stesso modo in questa mostra che si intitola Fino ai limiti dell’impossibile viene analizzato con particolare attenzione il rapporto tra Demetrio Stratos e le diverse culture in particolare quelle del Mediterraneo all’interno della sua ricerca sulla voce». Stratos è stato uno dei più grandi rivoluzionari della scena musicale: nato ad Alessandria d’Egitto da genitori greci nel ’45, si trasferisce in Italia per studiare architettura ma poco dopo si mette a suonare con i Ribelli, poi con gli Area dove inizia le sue sperimentazioni vocali che desteranno l’ammirazione di personaggi come John Cage.
La mostra è composta da sette stanze. A destra dell’androne del palazzo c’è la prima dove si trovano dei manifesti tra cui quello, bellissimo, di Andrea Pazienza per il catalogo della Cramps di Gianni Sassi dove ci sono splendidi mini-ritratti degli Area e di Demetrio ma anche di Finardi, Balestrini, Nuova consonanza (in cui miltava Ennio Morricone), John Cage, Steve Lacy di Franco Battiato e molti altri. Di fianco, il fiore all’occhiello: una stanza per l’ascolto immersivo.
Buio totale all’inizio, poi la voce di Demetrio e una striscia di luce azzurra che vibra insieme alle tonalità del suono illuminando cuscini e sgabelli: qui ci si può sedere o sdraiare e lasciarsi andare all’ascolto delle diplofonie e triplofonie di Stratos. «Il canto diplofonico, un parola composta da diplùs che significa “doppio” e da “phoné” ovvero “voce”, permette di emettere contemporaneamente da due a tre note armoniche diverse grazie alle tecniche di respirazione. La ripetizione, agendo sul nervo simpatico di chi emette la voce induce all’estasi», spiega lo studioso Enrico Pitozzi. «Nella stanza immersiva si possono ascoltare i due Lamenti di Epiro che si trovano nell’album Metrodora in cui con la voce rielabora quello che veniva fatto con altri strumenti musicali a testimonianza della sua attenzione verso i popoli del Mediterraneo, quelli dell'Oriente e la sua ricerca verso le musiche e i suoni dal mondo greco».
Questo elemento di ricerca etnomusicologica si può vedere ed ascoltare nella stanza successiva dove si sono esposti alcuni dischi della collezione privata di Stratos, dalle musiche vietnamite raccolte da Tran Quang Hai, che Demetrio incontrerà, a quelli degli aborigeni australiani o un album con I canti dei mongoli e dei buriati insieme a degli appunti manoscritti a riguardo. Ma, soprattutto, moltissimo di questo materiale si può ascoltare in cuffia toccando i luoghi sullo schermo touch di un computer-mappando dove ad ogni nazione corrispondono i dischi digitalizzati. Un ascolto davvero interessantissimo e illuminante.
Nella quarta stanza si può vedere il film-documentario La voce Stratos di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato che ripercorre la storia di questo straordinario artista dalla nascita, al primo periodo cui facevamo accenno in precedenza con I ribelli (ricordate Pugni chiusi?) e poi degli Area, una delle band a detta di molti critici e musicisti non solo italiani, che si può annoverare tra le migliori a livello mondiale in quegli anni. Come si racconta nel film erano soliti suonare 16-17 ore al giorno in una vecchia cascina immersa nella nebbia. L’incontro con Demetrio porta all’alchimia perfetta perché in una band così sperimentale non ci poteva essere un cantante “normale”.
A questo punto, ritornando nell’androne ed entrando nella porta centrale a sinistra nella stanza numero cinque, ci troviamo di fronte alla piccola scultura di Edoardo Sivelli che si trova in copertina del primo album degli Area, Arbeit Macht Frei, frutto di un prestito dell’archivio Gianni Sassi che degli Area fu discografico con la sua etichetta, la Cramps, ma anche mentore, art director ed autore dei testi insieme alla band durante lunghe discussioni.
Nella sesta stanza si trovano poi altri audiovisivi e vari documenti tra cui una lettera di Stratos in risposta al critico Riccardo Bertoncelli che accusava Stratos di «inseguire singulti e libertà oppresso da rigide strutture» a cui lui rispondeva: «io la libertà l’ho raggiunta da un pezzo, tanto che la voce è sempre in rapporto dialettico con gli altri strumenti, frutto di un preciso progetto iniziale: sarebbero queste le strutture rigide?».
Infine, nella settima e ultima stanza, si può ascoltare un documento prezioso: «Grazie alla donazione di Daniela Ronconi Demetriou, la moglie di Stratos, abbiamo potuto allestire in questa sede l’Archivio Stratos, consultabile gratuitamente da chiunque», spiega Enrico Pitozzi, «tra I documenti abbiamo ritrovato il programma di sala del Satyricon interpretato da Demetrio per il teatro dell’Elfo nel ’78 e allora abbiamo avviato una ricerca con loro ed è saltata fuori la bobina originale che ci hanno gentilmente prestato che qui si può ascoltare ed è un vero e proprio inedito». Non solo. «Si possono anche vedere I documenti sul “Treno di John Cage”, un’opera itinerante per “treno preparato” che da Bologna arrivò anche qui a Ravenna e poi anche ascoltare Stratos interpretare i “mesostics” di John Cage, blocchi vocali di parole scelte in base all’I Ching: ogni fonema ha un corpo tipografico indipendente per grandezza e intensità, così da suggerirne la messa in voce secondo parametri di volume, tono, lunghezza».
Venire qui e raccontare questa storia di creazione artistica aiuta a capire il senso del brano più famoso di Stratos e degli Area, Gioa e rivoluzione: la gioia della creazione artistica, l’arte capace di rivoluzionare il senso e il mondo. Suonare la voce per liberare il corpo e la mente.