Jeph Loeb è un uomo impegnatissimo: nell’ora fissata per l’intervista spiega che deve andare via. Lo recupereremo non meno di tre ore dopo ma spiega che, in ogni caso, non ha molto tempo. Però le sue risposte sono pertinenti e veloci: si vede che lavora nello show business americano e che ci sa fare. Del resto è una superstar.
Jeph Loeb
Una storia lunghissima alle spalle, prima come sceneggiatore nel mondo del cinema e poi, dagli inizi degli anni 90 nel fumetto con la DC Comics, vincitore di quattro Eisner Award e di molti altri premi, Jeph Loeb, è autore di classici come Hush, Batman: Vittoria oscura, Catwoman: Vacanze romane e Superman: Stagioni. Ma, soprattutto, de Il lungo Halloween di cui in questi giorni, dopo vent’anni, sta pubblicando il sequel, L’ultimo Halloween. Ha lavorato molto anche con la Marvel e vale la pena citare almeno il suo lavoro con il disegnatore italiano Simone B…
Jeph Loeb è un uomo impegnatissimo: nell’ora fissata per l’intervista spiega che deve andare via. Lo recupereremo non meno di tre ore dopo ma spiega che, in ogni caso, non ha molto tempo. Però le sue risposte sono pertinenti e veloci: si vede che lavora nello show business americano e che ci sa fare. Del resto è una superstar.
Jeph Loeb
Una storia lunghissima alle spalle, prima come sceneggiatore nel mondo del cinema e poi, dagli inizi degli anni 90 nel fumetto con la DC Comics, vincitore di quattro Eisner Award e di molti altri premi, Jeph Loeb, è autore di classici come Hush, Batman: Vittoria oscura, Catwoman: Vacanze romane e Superman: Stagioni. Ma, soprattutto, de Il lungo Halloween di cui in questi giorni, dopo vent’anni, sta pubblicando il sequel, L’ultimo Halloween. Ha lavorato molto anche con la Marvel e vale la pena citare almeno il suo lavoro con il disegnatore italiano Simone Bianchi (uno dei top a livello mondiale) per la serie Evoluzione di Wolverine.
Tavole dalla nuova serie L’ultimo Halloween
Lei è uno dei pochi artisti che ha davvero cambiato il mondo dei fumetti rendendolo adulto: qual è la cosa più importante per uno sceneggiatore?
«Beh, non so se ho davvero cambiato qualcosa. Voglio dire, io mi considererò sempre un narratore: non importa se lavoro nei film o nella tv o nei fumetti. Sono sempre storie. Sono fortunato che così tante vengano ancora pubblicate perché alcune hanno 20, 25 anni. Lo devo agli autori che mi hanno influenzato: il primo è ovviamente Stan Lee e poi Roy Thomas, Steve Englehart, quando lui e Marshall Rogers lavoravano a Batman su Detective Comics. E, infine, devo includere assolutamente Frank Miller. Sia come disegnatore che come scrittore. Ecco, queste sono probabilmente le mie quattro influenze principali».
Tavole dalla nuova serie L’ultimo Halloween
Qual è per lei la differenza principale tra i vostri Batman.
«Che il suo è molto migliore del mio. Non avevo mai incontrato Frank fino a uno o due anni fa. È stato Simone Bianchi a presentarci per la prima volta a uno spettacolo. Non sapevo nemmeno che sapesse chi fossi».
Anche lei è molto famoso.
«Ma lui è… Frank Miller!» .
Cosa le ha detto?
«Mi ha detto solo: “Tu lo capisci”. Penso che Frank consideri Batman più di uno psicopatico».
E lei invece come lo vede?
«Come un uomo che ha promesso sulla tomba dei suoi genitori di liberare la città dal male che ha preso le vite di tutti. Questa è la promessa. È una promessa impossibile. Ora, se questa è la definizione di follia, allora va bene. Ma non sto dicendo che quell’uomo è pazzo. Sto solo dicendo che qualunque cosa faccia, non potrà mai mantenere quella promessa. Non puoi liberarti del male. Esiste. Fa parte dell’essere buoni. Quindi l’unica cosa a cui riesce a pensare è che, anche se sa che stasera ha catturato Joker e l’ha messo all’Arkham Asylum (il manicomio dove vengono rinchiusi i pazzi criminali di Gotham City, ndr), è consapevole che domani sera ci sarà l’Enigmista al suo posto, o un altro supercattivo ancora. Ma in quel momento ha vinto. Ed è per questo che ne vale la pena».
Quali sono le relazioni tra le sue storie e la realtà?
«Non penso in termini di realtà, ma solo in termini di realtà del personaggio. Penso che — scusate spoiler — Gotham City non esista. Ma se sei in quel mondo ogni personaggio ha le sue regole: Batman non sa volare, non è invulnerabile. Cioè, non è uguale a Superman. Quindi devi pensare a qual è il suo problema emotivo, a ciò che lo spinge e che gli fa decidere quello che deve fare. In Hush, a esempio, il suo mondo veniva attaccato da una persona che lui non conosceva ma il lettore sì. E quindi aveva più informazioni del protagonista. Invece ne Il lungo Halloween il lettore non sapeva chi era l’assassino e neppure Batman o il commissario Gordon: il gioco coinvolgeva tutti. In Hush no: non volevo giocare a quello stesso gioco. Volevo che fosse chiaro per chi leggeva che si trattava di un amico d’infanzia di Batman. Perché dovrei raccontare la storia del suo amico d’infanzia se non è lui il cattivo? Ed entrambi le storie hanno funzionato. Se non funziona te lo fanno sapere subito: non comprano il libro».
Lei scrive delle sceneggiature complesse mentre oggi, complici i social network, sembra che i più giovani, preferiscano storie più semplici e dirette come accade in certi manga: questo ha un’influenza sul suo lavoro?
«Ci sono manga molto buoni, ma la maggior parte di quelli di massa in effetti è molto cinetica, molto veloce. Per non parlare di quelli sui tablet. La mia risposta è: finché piace alla gente, va bene. Continuerò a lavorare nel mio modo. Ora per esempio sto lavorando su L’ultimo Halloween, e deve essere migliore di quello che ho fatto vent’anni fa».
Lei e gli autori che ha citato danno ottime storie anche ai film. «Beh, io non so se gli do delle storie, penso piuttosto che se le prendano ma è un altro discorso».
Intendevo proprio questo. Anche Frank Miller è molto arrabbiato...
«Questo è il business. Se voglio fare una serie con Batman, la Warner Bros ha il permesso di prendere la mia storia e fare quello che vuole. Se invece scrivessi un romanzo, allora la Warner dovrebbe comprarlo, e poi pagare qualcuno per scrivere la sceneggiatura o pagare me per scrivere la sceneggiatura: è così che funziona. Quindi capisco molto la rabbia di Frank. Ma queste sono le regole. Le regole però possono cambiare e Frank lo ha dimostrato. Ha creato la serie di Sin City e da quello ha fatto un film e lo stesso con 300 che ha avuto grande successo e da cui ha ricavato un sacco di soldi. Ma se un giorno scriverà una storia di Batman, cosa che spero faccia domani perché sarebbe fantastico, quella storia comunque non sarà sua».
Credo che la sua storia riguardi la complessità del riuscire a definire cos’è il male. Batman per esempio è sempre sul filo. Ma il personaggio più tragico è Harvey Dent, l’onesto procuratore che, divorato dall’impossibilità di combattere il male ne viene divorato fino a diventare il criminale Due Facce. Il che ne fa il più interessante dei personaggi. Cos’è il male per lei?
«La risposta più semplice è che è l’opposto del bene. Quindi se sai cos’è il bene, allora sai cos’è il male. È l’altra faccia della medaglia. Bruce-Batman e Harvey “Due-Facce” hanno avuto entrambi una tragedia nella loro vita. Bruce quando era bambino. Harvey quando era un uomo adulto. Bruce ha preso quella rabbia e ha deciso di essere una forza del bene. Harvey ha preso quella rabbia ed è diventato un mostro. L’ultimo Halloween riparte da lì, dal fatto che mentre Gordon crede che Harvey sia cambiato, Batman dice che non c’è mai stato un Harvey: lui è sempre stato Due-Facce. È solo venuta fuori la sua vera natura. E anch’io penso che ci siano persone intrinsecamente malvagie. Forse c’è un lato buono dentro di loro ma se succede qualcosa di brutto, è finita, si innesca l’altra parte. E una volta che succede, non puoi più tornare indietro. Quando leggi una storia nel mondo reale di un uomo che spara a sua moglie e poi guida un’auto contro la folla, è finita: tutte le possibilità sono annullate. Il male è fuori. E non c’è niente ormai che possa fermarlo. L’unica domanda a quel punto è se esista o meno una redenzione: se qualcuno riesce a mostrarmi che è possibile io allora ci crederò».
Non c’è speranza quindi?
«Io cerco di raccontare storie di speranza ma per me, è più importante che alla fine di tutti i combattimenti, di tutta la sofferenza, di tutto il resto, ci si faccia la domanda più difficile: “Ne è valsa la pena?”. Ogni volta che cerchi di fermare il male, devi capire che corri il rischio di scatenare un male ancora più grande o diverso».