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Generazioni Pokémon, quando i mostri non fanno paura

Immagini di Pokèmon Scarlatto e Pokémon Violetto

 

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Nati come eroi dei videogame, da tre decenni capitanati dal giallo Pikachu hanno cambiato il nostro modo di giocare. Attraversando più media e generazioni. E ogni anno il 27 febbraio si celebra la giornata a loro dedicata
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Era il 10 gennaio del 2000, venticinque anni fa, quando su Italia 1 faceva la sua apparizione un’icona pop che chiunque, anche chi non abbia mai visto un singolo episodio dell’anime – i cartoni animati giapponesi – o abbia mai giocato ai videogiochi in cui compare, conosce: Pikachu. Giallo, paffuto e vagamente somigliante a un topo, quel giorno approda in tv assieme ai suoi compagni Pokémon – rigorosamente con l’accento sulla e, per non confondere il pubblico anglofono che altrimenti non la pronuncerebbe – quasi un anno esatto dopo l’arrivo dell’omonimo videogioco. Da lì, tantissima acqua è passata sotto i ponti della cultura pop, le cui caratteristiche sono cambiate anche grazie a loro, ai Pocket Monster – Pokémon è una contrazione delle due parole. La loro storia si intreccia indissolubilmente infatti a tanti altri fenomeni di costume, dei quali a volte i mostriciattoli sono stati illuminati precursori. Ma riavvolgiamo il nastro, e partiamo dall’inizio.

Era il 10 gennaio del 2000, venticinque anni fa, quando su Italia 1 faceva la sua apparizione un’icona pop che chiunque, anche chi non abbia mai visto un singolo episodio dell’anime – i cartoni animati giapponesi – o abbia mai giocato ai videogiochi in cui compare, conosce: Pikachu. Giallo, paffuto e vagamente somigliante a un topo, quel giorno approda in tv assieme ai suoi compagni Pokémon – rigorosamente con l’accento sulla e, per non confondere il pubblico anglofono che altrimenti non la pronuncerebbe – quasi un anno esatto dopo l’arrivo dell’omonimo videogioco. Da lì, tantissima acqua è passata sotto i ponti della cultura pop, le cui caratteristiche sono cambiate anche grazie a loro, ai Pocket Monster – Pokémon è una contrazione delle due parole. La loro storia si intreccia indissolubilmente infatti a tanti altri fenomeni di costume, dei quali a volte i mostriciattoli sono stati illuminati precursori. Ma riavvolgiamo il nastro, e partiamo dall’inizio.

Satoshi Tajiri è un bambino che vive nei sobborghi di Tokyo tra gli anni ’60 e i ’70, e ama catturare insetti. Non è un hobby così raro in Giappone, ma Tajiri ci si dedica con così tanta passione da essere soprannominato dagli amici konch? hasake, il dottor insetti. Solo che verso la fine degli anni ’70 i campi intorno alla casa di Satoshi iniziano a essere mangiati da edifici di vario genere, e lui comprende che da lì in avanti quell’hobby tanto amato probabilmente non sarà più così accessibile. I Pokémon nascono allora, dal desiderio di un bambino cresciuto di trasmettere la sua passione alle generazioni future. Perché Satoshi in quel periodo iniziò anche a interessarsi ai neonati videogiochi, e qualche anno dopo mise assieme quella vecchia passione con quella nuova. Ma mancano ancora due elementi per la ricetta dei Pokémon: uno è il Game Boy, la console di videogiochi portatile che già aveva rivoluzionato il mercato qualche anno prima, ma che negli anni ’90 stava vivendo un periodo di stanca, l’altro è il desiderio di rendere l’esperienza di collezionare mostriciattoli una cosa condivisa.

Siamo abituati a pensare ai videogiochi come alla negazione del contatto sociale: l’immagine standard è quella di un nerd isolato nella sua stanzetta, spesso al limite dell’isolamento sociale totale, che gioca al buio davanti allo schermo. Tajiri ha in mente qualcosa di diverso: all’epoca i Game Boy si possono connettere con un cavo, e lui ha l’immagine chiara dei suoi piccoli mostri che passano da una console all’altra. Il gioco esce in Giappone nel 1996, e in realtà sono due, Versione Rossa e Versione Verde – quest’ultima due anni dopo verrà rilasciata in Occidente come Versione Blu con alcune modifiche rispetto all’originale. La storia è presto detta: un ragazzo, Rosso, deve aiutare il Professor Oak a classificare tutti i piccoli mostri che vivono nel Kanto, una regione reimmaginata dall’omonima prefettura giapponese. Ce ne sono 151, si chiamano Pokémon e Rosso ha un acerrimo rivale, Blu, il nipote del professore, che ha la sua stessa missione. Si comincia con un unico pokémon, gli altri devono essere catturati in natura usando delle sfere, le Poké Ball; mentre si esplora il mondo, si incontrano altri allenatori, coi quali ci si può scontrare facendo combattere i rispettivi pokémon.

Sembra un sistema violento, ma i pokémon non possono morire, anche perché il videogioco ha come target i bambini: quando un pokémon viene sconfitto, semplicemente sviene e deve essere curato. I combattimenti permettono di acquisire punti esperienza, collegati a un’altra geniale trovata: proprio come gli insetti, che passano attraverso diversi stati larvali, i pokémon possono evolvere, ossia trasformarsi e acquisire nuove abilità. E qui è evidente la prima chiave del successo del gioco: la collezionabilità. Agli esseri umani piace collezionare cose nuove, e i bambini non fanno eccezione, tanto più se quelle cose sono adorabili mostriciattoli che per di più man mano che si gioca diventano sempre diversi e più belli, e alla fine sono quasi degli amici per il giocatore.

Ma c’è un inghippo: da soli è impossibile finire la collezione, completando il Pokédex, l’enciclopedia dei pokémon compilata dal dottor Oak, perché alcuni mostri sono presenti solo in una versione e non nell’altra. Per finire il gioco, è necessario scambiarsi i mostri. È un altro meccanismo classico che ha fatto la fortuna, ad esempio, delle figurine in Italia: non solo collezionare, ma scambiare gli oggetti della collezione. A questo si aggiunge, come già detto, l’aspetto adorabile dei pokémon, legato a un altro grande fenomeno della cultura giapponese, che dall’arcipelago si è poi diffuso per il mondo: il kawaii. Il termine in sé significa semplicemente “grazioso”, “carino”, ma indica in generale la predilezione dei giapponesi per tutto ciò che è minuto, vagamente infantile, tondeggiante e, appunto, carino. Dagli anni ’80 in poi inizia a indicare un’intera subcultura che ormai rappresenta una delle caratteristiche che più si associa al Giappone. E i pokémon, ovviamente, sono molto kawaii.

Il successo fu graduale, ma incredibile. Fu allora che i pokémon fecero un ulteriore passo avanti. La crossmedialità oggi è una caratteristica pressoché obbligata dei prodotti culturali: interi franchise si basano sul salto di medium. Pensiamo a Star Wars, che nasce come saga cinematografica, ma poi si espande con le serie tv, i libri, i videogiochi… Prima dei Pokémon si erano già fatti tentativi in questa direzione, ma dal successo piuttosto limitato. Il boom del videogioco, però, incoraggia la produzione di un cartone animato, che vede la luce in Giappone nel 1997. Ci vorranno tre anni, ma i Pokémon arriveranno anche sui nostri schermi; e arriviamo così a quel 10 gennaio di venticinque anni fa. Da allora il fenomeno, lungi dallo scemare, ha raggiunto dimensioni globali, diramandosi in un numero infinito di incarnazioni: ci sono ancora i videogiochi, ovviamente – a oggi se ne contano più di venti, senza contare gli spin-off – e l’anime è ancora in produzione, ma ci sono anche stati film, giochi di carte e merchandise di ogni genere. Il successo dei Pokémon non è solo duraturo, ma anche trasversale: li amano i trentenni, per i quali essi rappresentano l’infanzia, ma anche le nuove generazioni, che li scoprono ora.

I Pokémon sono riusciti ad attraversare indenni quasi tre decenni di storia in cui tutto è cambiato, perché sono riusciti a evolversi e al tempo stesso a restare fedeli a se stessi, al nucleo della loro storia. Pensiamo al fenomeno Pokémon Go, il gioco in cui si sfruttava la realtà aumentata per andare a caccia di mostri nel mondo reale. Ancora una volta, tecnologia e incontro fisico, sfida e collaborazione. E così eccoci all’alba del decimo Pokémon Day, in cui, ogni 27 febbraio, dal 2016, si celebra l’uscita dei primi due videogiochi; è sempre l’occasione per qualche annuncio, che sia il lancio di un prodotto nuovo o di qualche evento. Non resta che aspettare, nella certezza che questa incredibile storia non è affatto finita: i Pokémon sono pronti a evolvere ancora, e a divertirci e a sorprenderci a lungo.

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