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Donatella Di Pietrantonio. Il racconto. Bisogna scrivere per i bambini con il sorriso

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La scrittrice premio Strega in carica si cimenta per la prima volta con una raccolta di storie per l’infanzia. Qui spiega perché. E cosa c’entrano Calvino, le prugne e suo figlio Tommaso
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Lucciole, squaletti e un po’ di pastina è una raccolta di sette storie, nate durante l’infanzia di mio figlio. In quel periodo il vizio segreto di scrivere mi si è naturalmente inclinato verso il racconto per bambini.

Scrivevo per il mio, per leggergli la sera. Nella stesura di queste pagine è entrata di certo anche la narrativa per ragazzi di cui mi ero nutrita io stessa. Quando ero bambina nessuno leggeva per me, ma gli anziani del vicinato raccontavano fiabe in dialetto, soprattutto d’inverno, nelle lunghe ore di ozio dopo il tramonto. Giuseppe in particolare era un grande affabulatore, narrava con enfasi teatrale gesticolando davanti al camino e cambiava le voci a seconda dei personaggi. Le storie appartenevano alla tradizione orale da cui ha attinto Calvino nella sua raccolta di Fiabe italiane — molto presente l’Abruzzo — ed erano a volte assai agricole, con gli animali che conoscevamo così bene come protagonisti: l’asino, il bue, la volpe, a incarnare ciascuno un carattere.

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Lucciole, squaletti e un po’ di pastina è una raccolta di sette storie, nate durante l’infanzia di mio figlio. In quel periodo il vizio segreto di scrivere mi si è naturalmente inclinato verso il racconto per bambini.

Scrivevo per il mio, per leggergli la sera. Nella stesura di queste pagine è entrata di certo anche la narrativa per ragazzi di cui mi ero nutrita io stessa. Quando ero bambina nessuno leggeva per me, ma gli anziani del vicinato raccontavano fiabe in dialetto, soprattutto d’inverno, nelle lunghe ore di ozio dopo il tramonto. Giuseppe in particolare era un grande affabulatore, narrava con enfasi teatrale gesticolando davanti al camino e cambiava le voci a seconda dei personaggi. Le storie appartenevano alla tradizione orale da cui ha attinto Calvino nella sua raccolta di Fiabe italiane — molto presente l’Abruzzo — ed erano a volte assai agricole, con gli animali che conoscevamo così bene come protagonisti: l’asino, il bue, la volpe, a incarnare ciascuno un carattere.

La stoltezza, la pazienza, la furbizia. Non mancavano le versioni nostrane delle fiabe classiche, per esempio Cappuccetto Rosso poteva scegliere fra due strade per attraversare il bosco: quella spinosa o quella fangosa. È curioso che non fosse data l’opzione della strada buona, la melma o le spine rappresentavano una visione del mondo ispirata alla vita grama reale, la nostra, ma anche la difficoltà da superare nell’iniziazione all’età adulta. Sempre era presente l’umorismo e a tratti l’ironia, credo siano in qualche modo colati a distanza nelle mie storie.

A volte l’immaginario popolare era forte o persino cruento: ne L’amore delle tre melagrane, riportata da Calvino, mi impressionava il sangue che dal dito del principe gocciolava sulla ricotta. Ma poi tutto era trasfigurato, e lui si cercava una fidanzata bianca come il latte e rossa come il sangue. Le mie eroine non sono mai state principesse, preferivo i libri con ragazze non convenzionali come Pippi Calzelunghe sottosopra nel letto, autonoma e senza paura come io non sapevo essere.

Molti anni dopo non ho scritto di ragazze, mi sono mantenuta nella fascia dell’infanzia, dove si trovava mio figlio. Ho preso però da loro qualche libertà, anche quella di scherzare con Dio.

Ho cominciato con la pastina ABICI’, che sempre compravamo al supermercato. Le lettere dell’alfabeto sono uno stimolo irresistibile per chi scrive. La preferita di Tommaso era Amici di pinna. Ascoltandola anticipava sempre le battute dello squaletto Pasquale e della murena Filomena, che pronunciava a modo suo, tipo: «Aaah! Uno qqualo!».

Tommaso non lo sapeva, ma non era l’unico ad ascoltare le avventure di lucciole, squaletti e un po’ di pastina. Le dispensavo anche ai miei giovani pazienti, per distrarli dalle manovre odontoiatriche. Raccontavo loro di quando Dio si era dimenticato di creare i colori e di quella volta che una famiglia di nuvole ha rischiato la vita per sbadataggine della più giocherellona. Intanto otturavo denti da latte o permanenti, sigillavo solchi occlusali, montavo apparecchi ortodontici. Se poco poco mi prendevo una pausa, i bambini mi richiamavano con gli strumenti ancora in bocca: e dopo? Quante pecore rimangono al pastore Flint?

Riprendere in mano queste storie ha significato anche fare i conti con la nostalgia. Di Tommaso piccolo, di me intorno ai quarant’anni, che avevo tutta quella forza, moltiplicata tra famiglia, lavoro, quaderni da riempire. Passeggiate lungo il fiume con un figlio curioso di ogni insetto che incontravamo. È stato lui a suggerirmi una sera d’estate chi erano tutte quelle lucciole sul campo del nonno: mosche brutte che per brillare si erano ingoiate una stella ciascuna.

Diritti d’autore a Tommaso. E per me l’emozione tutta nuova e diversa di un libro per bambini, dove il testo è solo una parte, tra disegni e acquerelli che non potevo desiderare più dolci e suggestivi.

Avevo bisogno di questo intermezzo gioioso. La narrativa per adulti è ogni volta un viaggio sofferto e necessario, che altera equilibri e scompagina le poche certezze. Le storie per l’infanzia si scrivono sorridendo. Aspettavo con i sensi aperti che un’idea, un animale o una prugna mi cadesse sulla pagina. Per questo ho riscritto poco, ho cercato di lasciare intatta la sorpresa di allora. L’idea arrivava da sola, nei momenti più impensati, spesso allo studio, e più tardi dovevo solo sedermi a svilupparla, guardando mio figlio che giocava e allineava dinosauri in lunghe file ondulate. Lavoravamo insieme.

Il libro

“Lucciole, squaletti e un po’ di pastina” (Salani, illustrazioni di Andrea Tarella, pagg. 128, euro 18,90, età 6+) è una raccolta di storie per l’infanzia di Donatella Di Pietrantonio, in libreria dal 25 febbraio. Sette favole su animali e cose ad alto tasso di fantasia

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