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Bentornato Caravaggio il figliol prodigo

San Giovanni Battista (1604-06) di Caravaggio, sullo sfondo San Francesco in meditazione (1606-07)

 
L’“Ecce Homo” da Madrid, “I bari” dal Texas, “I musici” da New York. I capolavori del grande Merisi sono arrivati da tutto il mondo a Palazzo Barberini. Ecco il making of della mostra che tutti aspettavano
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Roma

I primi ad arrivare sono stati I bari, spediti in aereo dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, Texas. Adesso giocano a carte di nuovo, imbrogliando ovviamente, sulla parete che hanno lasciato più di un secolo fa. Accanto a loro si affacceranno I musici del Metropolitan di New York, anche questi “nati” qui a Roma, nell’abitazione del cardinale Francesco Maria del Monte. La Santa Caterina del Thyssen-Bornemisza, trasportata su gomma da Madrid, attraversa l’ingresso che non vedeva da novant’anni. Venduta durante il fascismo, si rispecchierà nella Giuditta, che abita queste sale in pianta stabile, e nella Marta e Maddalena atterrate da Detroit. Più donne per una stessa modella. Forse Fillide Melandroni, la cortigiana amata da Michelangelo Merisi, il cui ritratto diventò cenere a Berlino. Caravaggio 2025, che aprirà al pubblico per quattro mesi a partire dal 7 marzo a cura di Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, è una mostra di ritorni a casa.

Siamo a Palazzo Barberini, dove, nel cortile interno, è tutto un susseguirsi di furgoni con scorte armate che depositano misteriose casse di legno. «Critical care for critical assets», recita lo slogan sulla fiancata di un tir. Via nave, in volo o sui camion, rispettando le volontà dei proprietari, stanno arrivando, nell’anno del Giubileo, i dipinti più preziosi del mondo. «Immagina un furto qui», dice un ragazzo con lo zaino in spalla che entra nel museo e nemmeno sospetta che cosa stia succedendo a due passi. I valori assicurativi si aggirano tra gli 80 e i 250 milioni di euro per ogni singolo quadro: la stima totale è di qualche miliardo. Perché si tratta delle tele autentiche del pittore maledetto, le laiche reliquie di una vita straordinaria che si è consumata in fretta come quella di una rockstar. Fino a spegnersi, dopo capolavori, omicidi e fughe, sul litorale tra Lazio e Toscana il 18 luglio 1610, a nemmeno 39 anni. «Ho sempre saputo che si poteva fare una mostra così – dice, seduto nel suo studio di Palazzo Barberini, Thomas Clement Salomon, che dirige le Gallerie nazionali di arte antica di Roma da poco più di un anno – Sapevo della complessità dell’operazione, ma era possibile realizzarla soltanto qui, partendo da questa collezione che di Caravaggio ne ha quattro. A questi se ne sono aggiunti tre, prestati dalla Galleria Borghese. Abbiamo cominciato da sette. I rapporti con i direttori americani, con cui avevo collaborato per l’esposizione di Palazzo Reale a Milano, nel 2017, erano già aperti. Il modello a cui guardavo era la mostra di Vermeer del 2023, al Rijksmuseum di Amsterdam, che ho visitato più volte».

Per il museo, che vanta una ricca raccolta di caravaggeschi e di icone come la Fornarina di Raffaello – ma che inspiegabilmente non è mai entrato nella mappa dei luoghi da non perdere nella capitale – un evento del genere corrisponde a un rilancio e a un riposizionamento. I biglietti prenotati sono già 45 mila. Approssimando molto per difetto, si potranno prevedere almeno 300 mila ingressi fino a luglio. «In un anno abbiamo fatto il lavoro di tre – continua il direttore – Soprattutto perché in questo caso c’era una motivazione scientifica forte: esporre per la prima volta al pubblico il Ritratto di Maffeo Barberini, che da fine novembre è già nella Sala Paesaggi, e riportare in Italia dopo secoli l’Ecce Homo scoperto a Madrid. Non si vedeva una mostra con nuovi dipinti di Caravaggio dagli anni Ottanta. Insomma, c’erano tutte le ragioni scientifiche e strategiche per farlo, nell’anno del Giubileo».

Ecce Caravaggio

Una delle ragioni scientifiche è una tela di 111 centimetri per 85, raffigurante un Ecce Homo, che fino all’inizio del 2021 era appesa all’ingresso della sala da pranzo di casa Pérez de Castro Méndez, nel quartiere Salamanca di Madrid. Per riconsegnarla alla storia dell’arte sono bastati un trasloco e un foglio di pluriball, la plastica da imballaggio con le palline. «Questo dipinto non sarebbe mai arrivato al pubblico se non mi fossi trasferita – racconta Mercedes Méndez, tra le protagoniste de Il Caravaggio perduto, il documentario di Àlvaro Longoria (coprodotto e distribuito da Fandango) che va al cinema proprio mentre apre la mostra di Roma – Quando ho traslocato in una casa più piccola, non avevo abbastanza pareti per tutti i dipinti della collezione di famiglia. Non ho mai pensato di portarlo in una casa d’aste, o venderlo, o sbarazzarmene. Ero a disagio perché me ne sono occupata per tutta la vita. E per caso, un giorno, mia nipote è venuta a casa mia e mi ha detto: “Zia, hai del pluriball per imballare?”. Così stavamo impacchettando i mobili con la plastica a bolle, e lei ha detto: “Perché non lo imballi e non lo porti alla galleria, visto che non puoi appenderlo? Cogli l’occasione, il furgone è qui”. Così il dipinto è uscito dalla porta». Ed è entrato nella storia, passando però attraverso la casa d’aste Ansorena, nella capitale spagnola.

La foto di quell’opera, assegnata sul catalogo online alla “bottega di Jusepe de Ribera”, con una stima di 1.500 euro, ha fatto il giro degli smartphone di mercanti d’arte e studiosi. Tra questi ultimi, Maria Cristina Terzaghi, che è volata a Madrid per analizzarla di persona, scoprendo poi che si trattava della tela di Caravaggio registrata nel 1657 nella collezione di García de Avellaneda y Haro, secondo conte di Castrillo e viceré di Napoli, che la portò con sé a Madrid assieme a un altro dipinto di Merisi: la Salomé con la testa del Battista. La stessa che, donata al re Filippo IV, si trova ancora custodita al Palacio Real. Non solo l’occhio, ma anche i documenti hanno così restituito l’opera al suo legittimo autore. La vendita all’incanto più folle del mondo, intanto, è stata fermata. Lo Stato spagnolo ha prima bloccato il quadro per metterlo poi sotto tutela, facendone precipitare il valore sul mercato internazionale. I proprietari hanno affidato i loro interessi alla galleria Colnaghi, che è riuscita a vendere la tela per 36 milioni di euro – il dato non è ufficiale – a un ignoto collezionista privato, britannico residente in Spagna, vincolato a non alienarla fuori dai confini del Paese.

Dopo il restauro firmato da Andrea Cipriani, il Prado lo ha esposto per alcuni mesi fino al 23 febbraio scorso. Ora, però, dopo quasi 370 anni, l’Ecce Homo partito in nave nel Seicento torna per la prima volta in Italia, prestato a Palazzo Barberini. «Non è stato mai visto nel contesto delle altre opere di Caravaggio – puntualizza Terzaghi – Sarà un evento straordinario, che permetterà a tanti studiosi che non l’hanno ancora fatto di analizzare finalmente il quadro. E di collocarlo meglio sul piano cronologico, tra il primo o il secondo soggiorno napoletano del pittore». Nella sezione dedicata ai dipinti realizzati tra Roma e Napoli (1606-1609), infatti, il nuovo arrivato nel catalogo di Merisi sarà affiancato prima di tutto al David con la testa di Golia della Galleria Borghese con cui il volto del Cristo condivide qualche affinità. «Per me sarà interessante vedere l’Ecce Homo con le opere napoletane – dice Francesca Cappelletti, direttrice del museo nato dalla collezione del cardinale Scipione, che di Caravaggio ne conta ben sei – Anche se c’è chi lo data dopo, il David mi sembra rispondente al periodo immediatamente successivo alla fuga da Roma, nel 1606, quando Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni. Questa mostra sarà un bel banco di prova».

Una nuova vita

Caravaggio 2025 renderà pubblici i nuovi studi attorno al pittore. «Facciamo il punto sulle novità aggiornate al 2025 – chiarisce Terzaghi – Il Caravaggio che conosciamo oggi è nuovo, corrisponde a un’immagine più realistica, non solo rispetto a quanto studiato da Roberto Longhi, ma anche a quello che si sapeva soltanto fino al 2010. In quindici anni, è successo di tutto. La storia degli inizi dell’artista è stata completamente stravolta. Adesso sappiamo della sua attività frenetica agli esordi sulla scena romana. Capiamo meglio perché alcuni soggetti erano replicati e altri no. Al mattino lavorava con un pittore, poi continuava fino a notte con altre due botteghe».

«Tutto questo per emergere: era molto cosciente di sé. A supportarlo c’era Prospero Orsi, il suo mercante, che gli faceva proprio da moderno art dealer. Ci sono aggiornamenti sui due periodi napoletani. Bisogna lavorare sulla cronologia del Maffeo Barberini ritrovato. Dell’Adorazione dei pastori di Messina si dice ora che sia stata fatta a Napoli e poi spedita. Insomma, da una mostra a cascata vengono fuori altre conseguenze».

Da accoppiamenti giudiziosi tra opere che solitamente sono distanti migliaia di chilometri nasceranno altre suggestioni: il Bacchino malato della Borghese con il Mondafrutto della Royal Collection di Londra, per esempio. Realizzati entrambi da un Caravaggio giovane lombardo arrivato nella città dei papi, nell’ultimo decennio del Cinquecento. «Il Bacchino, citato nelle fonti, resta il solo quadro certo degli esordi – commenta Cappelletti – Il fatto che si autoritragga come il dio del furor, dell’ispirazione poetica e degli artisti ci racconta di un pittore che crede già molto in se stesso. Il percorso riepilogativo della parabola di Caravaggio fino alla Sant’Orsola di Napoli sarà travolgente per il pubblico e imperdibile per gli studiosi. Aprirà dibattiti scientifici. Come sul Narciso Barberini. L’abbiamo lasciato in sospeso. In tanti lo assegnano allo Spadarino, ormai. Ma perché toglierlo a Caravaggio non lo so. Per non parlare delle similitudini che si scopriranno tra il Maffeo e la Santa Caterina».

«Ogni prestito corrisponde a un’estradizione – ribatte Salomon – Deve avere un senso, ci deve essere un progetto serio attorno. Ma la visione che tutto debba rimanere fermo è anacronistica. I prestiti vanno valutati caso per caso. Il rigore e l’attenzione per la fragilità devono essere massimi, ma le opere si possono analizzare meglio soltanto mettendole insieme. Le mostre sono occasioni di studio, confronti con i grandi musei di livello mondiale, ma anche un servizio nei confronti del pubblico. La Santa Caterina ritorna qui dopo novant’anni in questo palazzo: penso a come sia stato triste lasciarla andare. E poi i quadri americani: quanti possono andare in Texas a vedere I bari o a Kansas City per ammirare quello che è forse il migliore dei San Giovanni dipinti da Caravaggio?».

Il destino di due quadri

La sera del 6 luglio, quando si spegneranno le luci della mostra, si deciderà anche il destino di due quadri. Prima di tutto quello del Ritratto di Maffeo Barberini. Segnalato da Roberto Longhi in una collezione fiorentina nel 1963, non era stato praticamente mai esposto fino allo scorso novembre, quando, a sorpresa, come anticipato da Repubblica, Palazzo Barberini lo ha svelato al pubblico. Il direttore Salomon non ha fatto mistero che poterlo trattenere sarebbe un sogno. «Ci stiamo lavorando – spiega – È un dipinto capitale. I ritratti di Caravaggio ritrovati si contano sulle dita di una mano. Deve rimanere esposto per le generazioni future di studiosi. Sarebbe l’acquisto più importante nella storia del ministero della Cultura, che ha mostrato una grande attenzione. L’ultimo Caravaggio acquistato dallo Stato, nel 1971, è la nostra Giuditta. Le trattative sono complesse. Speriamo che quest’opera si possa regalare alla collettività».

Anche sul futuro dell’Ecce Homo madrileno, rimasto in mani private, non ci sono certezze. «Se il proprietario ci lasciasse il dipinto ancora in deposito per altri mesi, sarebbe senz’altro benvenuto – auspica David García Cueto, capo curatore della collezione della pittura italiana barocca del Prado – Per adesso non c’è nulla di concordato».

E domani? Altri Caravaggio mai visti sono destinati a uscire dall’oblio, come i quadri sleeper che materializzano il sogno proibito di ogni mercante d’arte? «Non si può escludere», risponde secca Terzaghi. «Sì, perché c’è una ricerca continua – le fa eco Salomon – Caravaggio è diventato un’industria e si cerca con grande attenzione. È fisiologico che qualcos’altro possa saltar fuori. Sappiamo che Merisi ha dipinto tanti ritratti che non si trovano; gli studi vanno avanti; si scoprono documenti. Il problema è che devono uscire proposte serie. L’unica cosa che danneggia Caravaggio sono le ipotesi surreali che rovinano la scena: si producono troppe mostre di Caravaggio senza Caravaggio». Anche Cappelletti, che ha pubblicato un avvertito vademecum intitolato Caravaggio e come cercarlo (editori Paparo) si dice ottimista: «Ci sono dei dipinti che ancora non riesco a capire perché siano spariti. Come la prima versione della Crocifissione di San Pietro. Altri sono citati fino al Settecento, anche nella stessa raccolta di Scipione Borghese. È plausibile che prima o poi escano allo scoperto. No, io non dispero da questo punto di vista». Ci saranno altre puntate come nella serie tv Ripley, in cui, almeno sullo schermo, l’assassino nato dai romanzi di Patricia Highsmith nutre un’ossessione per il pittore maledetto. Ma, intanto, Caravaggio, quello vero, sta tornando a casa. E questo ci basta.

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