Il mio amico Bolaño, due come loro tra Messico e nuvole
di Nicola LagioiaArturo Belano e Ulises Lima rappresentano una delle coppie più riuscite della letteratura contemporanea. Sono i personaggi intorno a cui ruota I detective selvaggi, la prima delle due grandiose opere mondo (l’altra è 2666) con cui Roberto Bolaño ha rinnovato i codici della forma romanzo, questo genere la cui morte, da più di un secolo, viene annunciata da chi confonde il proprio stato di salute con quello del mondo.
Nel romanzo, Belano e Lima sono due giovani poeti, esponenti del realismo viscerale, un’avanguardia che fa della letteratura un culto religioso e della misteriosa Cesárea Tinajero (fondatrice suo malgrado del movimento) una divinità di cui si sono perse le tracce. Siamo nell’America Latina di metà anni Settanta, un continente tradito dai colpi di Stato, insanguinato da sadici torturatori (ci…
Arturo Belano e Ulises Lima rappresentano una delle coppie più riuscite della letteratura contemporanea. Sono i personaggi intorno a cui ruota I detective selvaggi, la prima delle due grandiose opere mondo (l’altra è 2666) con cui Roberto Bolaño ha rinnovato i codici della forma romanzo, questo genere la cui morte, da più di un secolo, viene annunciata da chi confonde il proprio stato di salute con quello del mondo.
Nel romanzo, Belano e Lima sono due giovani poeti, esponenti del realismo viscerale, un’avanguardia che fa della letteratura un culto religioso e della misteriosa Cesárea Tinajero (fondatrice suo malgrado del movimento) una divinità di cui si sono perse le tracce. Siamo nell’America Latina di metà anni Settanta, un continente tradito dai colpi di Stato, insanguinato da sadici torturatori (ci ricorda qualcosa del presente?), ma anche (nella sua parte migliore) animato da speranze tenaci, da inesauribili utopie. «I detective selvaggi — dirà Bolaño — è una lettera d’amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L’America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati».
Alberto Belano e Ulises Lima, portati oltre lo specchio che separa la finzione da ciò che la alimenta, diventano nel mondo reale Roberto Bolaño e Mario Santiago Papasquiaro. La storia della loro amicizia è esemplare.
Bolaño nasce in Cile nel 1953 in una famiglia povera (il padre è camionista). A quindici anni si trasferisce in Messico. Trascorre l’adolescenza concentrato nella lettura, chiuso per ore in una biblioteca pubblica. Nel Distrito Federal conosce tuttavia anche i messicani, ragazze e ragazzi pieni di vita, un popolo verso cui prova un amore travolgente. Nel 1973, dopo l’elezione di Salvador Allende, Bolaño torna in Cile con l’intenzione di appoggiare il processo di riforme socialiste del nuovo presidente. Bolaño si definisce trotskista in polemica con la rigida ortodossia dei comunisti, ma crede più in Antonin Artaud che in Karl Marx e — racconterà anni dopo — se il trotskismo fosse andato al potere lui sarebbe passato tra gli anarchici. Ma le cose stanno per prendere una piega davvero tragica. Alla fine di un lungo viaggio in pullman, autostop e barca Bolaño ha la “fortuna” di arrivare nel suo Paese natale pochi giorni prima del colpo di stato di Augusto Pinochet. Incarcerato a Concepción dai fascisti di Pinochet, viene liberato dopo pochi giorni grazie a un colpo di fortuna: per secondini si ritrova due ex compagni di scuola. Sembra un film di Monicelli.
Tornato in Messico, Bolaño conosce Mario Santiago Papasquiaro. Anche lui scrive poesie. Tra i due scatta un riconoscimento immediato. Diventano amici per la pelle, fondano insieme ad altri giovani l’infrarealismo, quello che nei Detective selvaggi diventerà il realismo viscerale.
Scorci di vita a Città del Messico, 1999. Roberto Bolaño nasce in Cile ma si trasferisce in Messico a quindici anni. Ed è in Messico che anni dopo conosce Papasquiaro
Abbiamo visto molte volte questa storia. Due amici scrittori. Talentuosi. Audaci. Sui blocchi di partenza della vita ma già pieni d’esperienza. Innamorati platonicamente uno dell’altro. Vogliono rivoluzionare la letteratura del proprio tempo e forse ci riusciranno. Dentro uno di loro — o entrambi — c’è il futuro James Joyce? Il futuro Nicanor Parra? Se non sogni a quell’età non hai anima. I due sono dei bohémien nella polvere messicana, non temono la povertà, il sacrificio li rafforza. Solo che uno è un po’ più sregolato, l’altro più metodico e disciplinato. Giusto un poco. Ma sono queste inezie a tracciare un confine che alla lunga diventerà profondo, ridefinendo i ruoli: uno — seppure tra molte difficoltà e solo tardivamente — diventerà uno scrittore riconosciuto, tra i più grandi della sua epoca; l’altro sarà la sua musa, uno dei più potenti motivi d’ispirazione delle opere del primo. Non so quanto ci sia di più poetico in queste parabole, o quanto di ingiusto, di crudele. Ma così a volte va la vita.
Nel 1977 Roberto Bolaño lascia il Sud America per trasferirsi in Spagna, dove raggiunge sua madre. Va a vivere a Blanes, una cittadina sul mare non lontano da Barcellona. Un oceano di mezzo non raffredda i rapporti con Papasquiaro. Anzi. I due continuano a fare letteratura (Papasquiaro, in Messico, prevalentemente scrive poesie; Bolaño in Europa, pragmaticamente, si apre anche alla prosa, un po’ più redditizia, anche se continua a essere uno scrittore sconosciuto che per campare fa mille mestieri). Soprattutto, a causa della lontananza, Bolaño e Papasquiaro diventano uno l’ossessione dell’altro. Si scrivono lettere lunghissime. Si telefonano. Come due innamorati. Per anni. Papasquiaro beve parecchio. È inafferrabile, misterioso, diventa un personaggio intorno a cui si sviluppa un piccolo culto. Bolaño pubblica i primi romanzi brevi, le raccolte di racconti. Ambienta molte delle sue storie in Messico. Ma non ci torna più, teme che farlo rischi di rompere l’incanto (ha paura che il suo “Messico interiore” venga distrutto da quello reale) e faccia brillare un oscuro presagio: «se torno in Messico, morirò». Non è solo superstizione. Bolaño ha il fegato malato, potrebbe prima o poi essere necessario un trapianto.
Nel 1997 Bolaño sta terminando il libro che ne farà il caso letterario del decennio. Scrive una lettera a Papasquiaro: «Come sta il Messico? Come stanno le strade del Messico, il mio fantasma, gli amici invisibili? Quando miglioreranno le mie finanze apparirò a casa tua una notte qualsiasi. E sennò fa lo stesso. Il tratto che abbiamo percorso insieme in qualche modo è storia e rimane. Bene, non diamoci troppe arie. Sto scrivendo un romanzo dove tu ti chiami Ulises Lima. Il romanzo si chiama I detective selvaggi».
Bolaño non andrà mai a trovare Papasquiaro. Quest’ultimo non leggerà mai I detective selvaggi. Morirà in un incidente stradale il 10 gennaio del 1998, il giorno dopo che al manoscritto del romanzo venga apportata l’ultima correzione, rivelandosi di lì a poco (per centinaia di migliaia di lettori) uno dei grandi motivi ispiratori di quell’opera, e trasformandosi nell’oggetto sacrificale del suo miglior amico.
Ormai famoso, celebrato in due continenti, allo stesso Bolaño non resta molto tempo. Muore nel 2003 (in attesa del trapianto di fegato che non arriverà mai) quando il secondo dei suoi capolavori, 2666, non è ancora pubblicato. Questo racconto del 2000, La morte di Ulises Lima, è l’ennesima trasposizione letteraria di una storia che tocca nel profondo chiunque creda ancora nell’amicizia, e nella letteratura.
Il libro
Tutti i racconti di Roberto Bolaño (Adelphi, traduzione Barbara Bertoni e Ilide Carmignani, pagg. 652, euro 18) è il volume che riunisce per la prima volta in Italia tutti i racconti dello scrittore cileno, compresi 17 inediti rinvenuti nel suo computer dopo la sua morte, avvenuta il 15 luglio 2003. Tra questi c’è Morte di Ulises tradotto in italiano per la prima volta e inserito nella raccolta insieme a tutti gli atri racconti già pubblicati in vita