Rovigo
C’è una linea segreta che percorre come un fiume carsico la storia dell’arte, unendo pittori di epoche e mondi diversissimi tra loro. Passa da Beato Angelico alle azzurre lontananze di Leonardo, dalle atmosfere di Giorgione alle pareti di Vermeer, arrivando fino a Morandi, Rothko, perfino alle stanze misteriose di James Turrell: tutti artisti a caccia del mistero della luce.
Su questo sentiero una piccola pietra miliare è quella di Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916): un pittore dimenticato per decenni dai manuali d’arte, anche dai più dettagliati. Eppure è stato un protagonista importante della vita culturale europea, fondatore – sull’onda del Salon des Refusés parigino – della Secessione danese, celebrato alla Biennale di Venezia, citato nelle inquadra…
Rovigo
C’è una linea segreta che percorre come un fiume carsico la storia dell’arte, unendo pittori di epoche e mondi diversissimi tra loro. Passa da Beato Angelico alle azzurre lontananze di Leonardo, dalle atmosfere di Giorgione alle pareti di Vermeer, arrivando fino a Morandi, Rothko, perfino alle stanze misteriose di James Turrell: tutti artisti a caccia del mistero della luce.
Su questo sentiero una piccola pietra miliare è quella di Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916): un pittore dimenticato per decenni dai manuali d’arte, anche dai più dettagliati. Eppure è stato un protagonista importante della vita culturale europea, fondatore – sull’onda del Salon des Refusés parigino – della Secessione danese, celebrato alla Biennale di Venezia, citato nelle inquadrature da Dreyer, omaggiato da Rilke, che volle incontrarlo e scriverne.
Chiunque, girando per un museo, si sia imbattuto per caso in una delle sue tele non può non esserne rimasto rapito. Ad esempio: Luce del sole nel salotto III, custodito dal Nationalmuseum di Stoccolma, un quadro di appena 54 x 66 centimetri, che raffigura solo un divano appoggiato a una parete. Ma su quella parete si staglia l’ombra luminosa di una finestra che accende come una folgorazione lo spazio circostante, ed è impossibile non rimanere catturati dall’atmosfera rarefatta e sospesa che si sprigiona da quel fazzoletto di pittura. Cosa è accaduto, cosa sta per accadere in quella quiete casalinga? Quanta vita ci è passata, quanta ne passerà?
Quel quadro ora è esposto a Rovigo, nella mostra che Palazzo Roverella dedica al maestro danese (fino al 29 giugno, a cura di Paolo Bolpagni). È la prima volta che accade in Italia, ma accade sulla scia di una riscoperta che dagli ultimi anni del Novecento in poi ha via via tolto Hammershøi dalla zona d’ombra in cui era finito. Fino a farlo esplodere sul mercato: due anni fa Sotheby’s ha battuto The music room alla cifra record di 9 milioni di dollari.
Trovare i suoi lavori disponibili per un’esposizione è diventata dunque impresa ardua, anche perché l’autore, morto a 52 anni, non ha prodotto moltissimo: a Rovigo ce ne sono solo 14 e per questo il curatore ha pensato di accompagnarli con le opere di artisti che gli furono compagni di strada o in qualche modo affini, per scelte stilistiche, tematiche o inclinazioni d’animo. La mostra infatti si intitola Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia.
Vilhelm Hammershøi, Ida Ilsted, futura moglie dell’artista (1890) nella collezione dello Statens Museum per Kunst di Copenhagen
Il silenzio, certo. Non c’è dubbio che la sua sia una pittura silenziosa. Tutto è fermo, immobile, nelle scene che dipinge: se c’è una figura umana – le rare volte che c’è – sembra assorbita, oggettivizzata nello spazio circostante. Nessuno psicologismo, nessuna discesa nell’anima umana, una lontananza abissale dai tormenti espressionisti del suo coetaneo Munch. E infatti, in molti ritratti muliebri, Hammershøi ama dipingere la modella (che sia la moglie Ida o la sorella Anna) di spalle: seduta a cucire, o alla pianola. Oppure la inquadra da lontano, incorniciata da una porta. Sembra non gli interessi lei, ma l’aria che la circonda. È proprio qui che si manifesta alla massima potenza la sua arte. La sua ossessione è questa: ritrarre il vuoto. Sono i quadri per cui va più celebre: interni di salotti deserti, fughe di corridoi abbandonate da ogni presenza umana, interni domestici – quasi sempre gli interni della sua casa di Strandgade – che diventano palchi su cui va in scena l’assoluto. Niente si muove in queste stanze, solo le porte, le bianche porte, chiuse, socchiuse, spalancate scandiscono con il loro candore un ritmo segreto, quasi musicale. E trasformano la tranquillità della casa in una soglia metafisica.
Vilhelm Hammershøi, Riposo (1905), Parigi, Musée d’Orsay
«Come mai dipingo tutti questi interni? Non lo so, mi è venuto così. E poi i quadri con gli interni vanno di moda per il momento, tutti li vogliono. Quando dipingo un paesaggio, ho problemi a venderlo. Ho sempre trovato un salotto del genere, senza mobili, molto bello anche se non c’è nessuno dentro, anzi forse proprio perché è vuoto». Campione di understatement, restio alle teorizzazioni, Hammershøi nascondeva dietro le esigenze di mercato le sue scelte estetiche. Difficile credergli. Aveva trasformato le pareti della sua bella e austera casa in un set per le sue tele, spostando i mobili come Morandi faceva con vasi e bottiglie, tinteggiando le pareti di un bianco freddo per meglio accogliere in casa la gelida luce del Nord.
Vilhelm Hammershøi, Interno Strandgade 30 (1903) Nationalmuseum di Stoccolma;
Ed è proprio la luce, alla fine, la vera protagonista della sua pittura. Vuole coglierne la misteriosa epifania, la vibrante atmosfera che genera in queste camere quasi completamente vuote, assaporare l’ombra degli infissi che proietta sul pavimento, riprodurne la natura ricreando il pulviscolo lieve che evidenzia al suo passaggio. Anche nei titoli dichiara la sua intenzione: quei quadri che all’inizio si chiamavano spesso solo Interno o Strandgade, cambiano nome. Uno per tutti: Luce del sole, granelli di polvere che danzano nei raggi di sole, un piccolo capolavoro che purtroppo qui a Rovigo non c’è.
La mostra in fondo avrebbe potuto benissimo chiamarsi “Hammershøi e i pittori della luce” perché è questo il mistero che hanno indagato lui e alcuni degli artisti che gli sono stati messi a contorno. Alcuni con opere belle e appropriate, altri in modo un po’ forzato (difficile capire cosa c’entri D’Annunzio), e in ogni caso sicuramente troppi: rischiando di creare un rumore di fondo che disturba il silenzio di Hammershøi. Le sue 14 tele, in fondo, sarebbero bastate da sole a giustificare la mostra.