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Il re dell’animazione Hal Hickel: “Vengo da una galassia lontana lontana”

THE MANDALORIAN 2019 

 

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Ha lavorato al fianco di George Lucas facendo rinascere “Star Wars” e creando “The Mandalorian”. Ecco a voi l'uomo delle stelle che il 5 aprile sarà premiato al Romics
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«Mi sono sempre identificato in Luke Skywalker. Quando uscì Star Wars, nel 1977, avevo dodici anni e abitavo in un ranch di bestiame a Shawnee, una cittadina di montagna del Colorado. Ero già interessato all’animazione stop motion e volevo lavorare nel cinema. Quindi, proprio come Luke, ero un ragazzo di campagna che aspirava a raggiungere le stelle (anche se nel mio caso si trattava delle stelle di Hollywood). E proprio come Luke vivevo molto, molto lontano da quelle stelle e mi sembrava un sogno davvero impossibile».

Invece il destino aveva in serbo una vita straordinaria per Hal Hickel. Da ragazzino spedì una lettera alla Lucasfilm proponendo idee per un sequel di Star Wars, l’opera che aveva appena rivoluzionato la settima arte e non solo. L’assistente del produttore Gary Kurtz gli rispose con un “no”, ovviamente. Ma il giovane fan non si arrese. E da adulto realizzò finalmente quel sogno. Diventando supervisore dell’animazione e colonna portante della Industrial Light & Magi…

«Mi sono sempre identificato in Luke Skywalker. Quando uscì Star Wars, nel 1977, avevo dodici anni e abitavo in un ranch di bestiame a Shawnee, una cittadina di montagna del Colorado. Ero già interessato all’animazione stop motion e volevo lavorare nel cinema. Quindi, proprio come Luke, ero un ragazzo di campagna che aspirava a raggiungere le stelle (anche se nel mio caso si trattava delle stelle di Hollywood). E proprio come Luke vivevo molto, molto lontano da quelle stelle e mi sembrava un sogno davvero impossibile».

Invece il destino aveva in serbo una vita straordinaria per Hal Hickel. Da ragazzino spedì una lettera alla Lucasfilm proponendo idee per un sequel di Star Wars, l’opera che aveva appena rivoluzionato la settima arte e non solo. L’assistente del produttore Gary Kurtz gli rispose con un “no”, ovviamente. Ma il giovane fan non si arrese. E da adulto realizzò finalmente quel sogno. Diventando supervisore dell’animazione e colonna portante della Industrial Light & Magic, l’ammiraglia degli effetti speciali creata da George Lucas a cui si rivolge da decenni tutta Hollywood. Artefice delle creature digitali che portano al successo le saghe: robot, dinosauri, bucanieri, supereroi…

Hal Hickel 

 

Lungo il percorso, ha riempito i suoi scaffali di premi: un Oscar (per Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, più altre tre nomination), un Bafta e due Emmy, per citare i maggiori. E ora viene in Italia per ritirare il Romics d’Oro assegnato dalla grande kermesse dedicata a fumetto, animazione, film e giochi, in programma dal 3 al 6 aprile alla Fiera di Roma. Un tocco esotico in un palmarès da urlo. Meritato eccome, da chi ci ha regalato, tra gli altri, la magia del primo Toy Story, di Jurassic Park: Il mondo perduto, di Pacific Rim, di Iron Man. E di tante avventure della “galassia lontana, lontana”: Episodio I e Episodio II di Star Wars, Rogue One, le serie tv The Book of Boba Fett e The Mandalorian e ora il film The Mandalorian & Grogu, attesissimo, che uscirà a maggio 2026. In cui anche il coprotagonista — Grogu, appunto, creaturina verde dalle grandi orecchie all’inizio conosciuta come Baby Yoda — porta la sua firma. In questa intervista, rilasciata dalla sua residenza di Marin County, svela quanto è stato difficile realizzarlo.

Hal, come inizia la sua avventura professionale?

«Nel modo in cui è cominciata per la maggior parte delle persone che lavorano nel cinema: ispirandosi a un film. Nel mio caso, l’originale King Kong del 1933 (ritrasmesso in tv alla fine degli anni ’60). Avevo circa sette anni e rimasi subito affascinato dal gorilla, volevo sapere come era stato creato. Per fortuna all’epoca erano disponibili un paio di buoni libri sul making of di quella pellicola, così iniziai a conoscere l’animazione dei pupazzi in stop motion».

MING-NA WEN in THE BOOK OF BOBA FETT, 2021

 

Poi nel 1977 arriva “Star Wars”…

«Un’opera che allargò il mio interesse a tutte le tecniche di effetti visivi. Lessi un’intervista a colui che li supervisionava, Adam Beckett: era responsabile delle spade laser, delle esplosioni laser e di quei piccoli archi elettrici che strisciano su R2D2 quando i Jawa lo fulminano. Mi disse che aveva frequentato il California Institute of The Arts, a Valencia. Così ho puntato su quella scuola ed è iniziato il mio viaggio».

Tra le tappe fondamentali c’è stata la Pixar: cosa ricorda di quella esperienza?

«Vi ho trascorso circa un anno e mezzo, lavorando a Toy Story e a qualche altro progetto. È stata la mia iniziazione all’animazione al computer. Prima di allora avevo lavorato in stop motion, con la creta, ai Will Vinton Studios (ora Laika Studios) di Portland, in Oregon. Era un periodo emozionante e straordinario alla Pixar, era ancora uno studio piuttosto piccolo ma facevamo grandi cose. Ero circondato da talenti dell’animazione di altissimo livello. È stato difficile decidere di lasciarla per andare alla Industrial Light & Magic: l’ho fatto perché volevo occuparmi di creature realistiche all’interno di film live action».

Così nel 1996 approda alla celebre ammiraglia degli effetti speciali, fondata oltre vent’anni prima da George Lucas.

«Desideravo lavorare per la ILM fin dall’uscita di Star Wars nel 1977, quindi è stato davvero un sogno che si avvera quello di varcare finalmente la porta d’ingresso e entrare a far parte del team. È come quando un bambino ha la sua squadra di calcio preferita e ne ha i poster su tutta la parete della camera da letto, indossa la sua uniforme ovunque e poi, anni dopo, entra in campo per giocare con loro».

E com’è stato lavorare con l’artefice di un mondo così amato?

«Mi è piaciuto molto collaborare con George Lucas. L’ho trovato subito molto fantasioso e coinvolto nell’universo che stava creando. Quando gli chiedevamo di parlarci di un nuovo personaggio che avremmo animato di lì a poco (uno dei Podracers de La minaccia fantasma, per esempio) George ci raccontava immediatamente tutto, il suo background, il suo atteggiamento, eccetera. Aveva ogni cosa nella sua testa (o sapeva inventarlo sul momento). Era meraviglioso. E mi piaceva molto come regista».

Ci racconta qualcosa di più di quel set de “La minaccia fantasma”, il film che ha rilanciato, con una nuova trilogia, la “galassia lontana, lontana”?

«Tutti alla ILM eravamo entusiasti all’idea di lavorare a un nuovo film di Star Wars con George, ma allo stesso tempo eravamo terrorizzati. All’epoca, un blockbuster poteva avere 200-300 riprese di effetti visivi. Per La minaccia fantasma ne erano previste circa duemila. Niente di simile era mai stato tentato prima. E non era solo questione di quantità, ma anche di complessità. Interi eserciti di droidi che combattono contro eserciti di Gungan, per esempio».

Durante la lavorazione ha compiuto un bello scatto di carriera, giusto?

«Ho iniziato il progetto come animatore, poi sono stato nominato capo animatore per i droidi distruttori e per il re dei Gungan. È stata una grande esperienza di crescita sia in termini di sfide creative legate al lavoro, sia in termini professionali».

Da allora non ha più smesso di lavorare sui prodotti della saga: secondo lei che cos’ha in più rispetto alle altre? Perché è oggetto di un culto quasi religioso?

«Le ragioni di un successo così duraturo sono molteplici. Una delle caratteristiche che la distingue da altre serie popolari di fantascienza o fantasy è che non è né fantascienza né fantasy, ma una combinazione unica di entrambi. È un’opera “spaziale” di grande impatto, ma contiene anche la magia, il mistero e il “viaggio dell’eroe” delle migliori storie fantasy. Ha anche un linguaggio visivo del tutto unico, nato dalla fertile immaginazione di persone come Ralph McQuarrie, Joe Johnston, Doug Chiang. Non assomiglia ad altri film di fantascienza: quando la si vede, si riconosce subito Star Wars. Non ha nulla di generico».

WNGGWW Rogue One: A Star Wars Story Year : 2016 

 

È anche un franchise con schiere di fan organizzate e agguerrite: quanto è difficile soddisfare le loro sempre altissime aspettative?

«La mia interazione con i fan di Star Wars online e di persona è stata sempre estremamente positiva. Detto questo, la parola “fan” deriva da “fanatico” ed è vero che, proprio come i fan dello sport, della musica, della letteratura e così via, i fan di Star Wars sono MOLTO appassionati. Sono veloci a farvi sapere quando li avete delusi, ma sono ancora più veloci a dirvi che amano qualcosa».

Un feedback continuo che riguarda anche i personaggi digitali: qual è stato finora il più difficile da animare?

«Tra quelli recenti, mentre lavoravamo a Rogue One abbiamo dovuto creare un personaggio principale, il droide K-2S0. Di un tipo che non era mai stato visto prima in Star Wars, quindi il processo di progettazione è stato lungo e sono stati necessari molti sforzi per capire il suo carattere. Alan Tudyk non solo ha prestato la voce a K-2S0, ma ha anche interpretato il personaggio sul set (con una tuta di motion capture). Una nuova e iconica aggiunta alla grande storia dei personaggi droidi di Star Wars».

Rango 

A proposito di icone, il Grogu di “The Mandalorian”, che alcuni continuano a chiamare Baby Yoda per le somiglianze con lo Jedi più celebre di sempre, è diventato a sua volta una superstar: come è nato?

«Il mio coinvolgimento in The Mandalorian è iniziato proprio con un invito alle riunioni su Grogu e il suo design. Me lo chiese Jon Favreau (ideatore della serie tv, ndr), con cui avevo già lavorato per Iron Man. Poi sono stato nominato supervisore all’animazione della serie. Grogu è stato un problema molto difficile da risolvere. Doveva essere non solo carino, ma anche “brutto”, il che è molto difficile da ottenere. Abbiamo discusso molto, non solo in termini di design visivo, ma anche sull’essenza del personaggio e sul suo rapporto con il Mandaloriano. Abbiamo preso in considerazione di tutto, da un film come Paper Moon di Peter Bogdanovich ai siti online dedicati ai bambini piccoli, fino ai lemuri Aye-Aye e Mouse del Madagascar».

Adesso sta lavorando alla post-produzione di “The Mandalorian & Grogu”, che dovrebbe uscire a maggio 2026.

«Sì, sono impegnato nel mio ruolo di supervisore dell’animazione, lo stesso che ho svolto nella serie in streaming. Mi sta piacendo molto. Jon Favreau (qui regista e sceneggiatore, ndr) crea un vero e proprio senso di famiglia nelle sue produzioni e invita i suoi collaboratori a dare il proprio contributo. Lavoro con Jon da Iron Man del 2008, quindi ci capiamo bene. Per quanto riguarda le aspettative dei fan... non posso dire una parola!».

Altri progetti, per il presente e il futuro prossimo?

«A parte l’impegno principale in questo film, mi viene chiesto spesso di partecipare ad altre attività a cui stiamo lavorando, di fornire consulenze o di dare una mano per risolvere sfide creative. Mi è piaciuto anche molto fare parte della docuserie di Disney+ Light & Magic, sulla storia di ILM. La prima stagione è stata rilasciata nel 2022 e copre gli inizi dell’azienda nel 1975, fino all’uscita di Jurassic Park nel 1993 (e un po’ oltre). La seconda debutta il 18 aprile e non vedo l’ora di vederla. Nel poco tempo che mi rimane, mi piace fare escursioni e scattare foto nella zona in cui risiedo, qui a Marin County».

La docuserie mostra tanti film realizzati dalla ILM: tra quelli a cui ha lavorato, quale le è piaciuto di più?

«Uno dei progetti per me molto speciali è stato il ritorno al lavoro di animazione cartoon per Rango. Era complicato per la ILM, soprattutto perché non avevamo mai realizzato un film d’animazione e la portata e le esigenze di questo tipo di lavoro erano nuove per noi. Con gli effetti visivi live action, la maggior parte delle volte partiamo da un girato e poi aggiungiamo qualcosa a quel girato (creature, un paesaggio alieno, eccetera). Nei lungometraggi d’animazione, bisogna creare assolutamente tutto ciò che è presente nell’inquadratura per ogni scena del film. I nostri anni di esperienza ci hanno dato una marcia in più, ma è stata comunque una sfida impegnativa».

Toy Story 

Tornando a oggi, quanto l’intelligenza artificiale sta cambiando il cinema e in generale l’immaginario?

«Sta già trasformando il modo in cui creiamo effetti visivi digitali e continuerà a farlo. L’apprendimento automatico presenta grandi opportunità, ma anche grandi rischi. In generale comunque la ILM è sempre stata all’avanguardia nella ricerca di nuove tecnologie al servizio della narrazione, e in questo senso stiamo studiando anche l’IA».

Crede che la creatività umana resterà il fattore fondamentale?

«Oggi ogni immagine, ogni scena, ogni idea che uno scrittore o un regista crea con la sua fantasia può essere realizzata. Per questo il pubblico si è un po’ stancato del semplice spettacolo. Una volta bastava mettere sullo schermo un dinosauro realistico per dare al pubblico un senso di meraviglia e fargli dire: “Wow, come hanno fatto?”. Ora è quasi impossibile far sospendere l’incredulità. Detto questo, ecco la notizia positiva: in quest’epoca le buone idee, la buona scrittura, sono più importanti che mai».

E tra le buone idee ci saranno sempre quelle legate a “Star Wars”? Il mondo che lei conosce e adora fin da quando era bambino vivrà all’infinito e oltre?

«Lo spero. È un terreno così fertile che, finché ci saranno autori e cineasti con nuove prospettive e nuove storie interne al suo universo, non smetterà di stupirci».

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