Gli adulti "cattivi"
Zerocalcare: “L’importante è restare bambini”
di Luca ValtortaNon sono giorni semplici. Zerocalcare, come tutti, probabilmente è alla ricerca di qualcosa che lo aiuti a stare bene. «Quello che mi dà più piacere è correre, lo faccio da prima della pandemia con il mio cane. Si chiama Ziggy, un nome che aveva dai precedenti padroni. Per il resto cerco di concentrarmi sugli aspetti più importanti o che io ritengo tali: non ce la facevo più a fare mille cose insieme. Voglio riuscire a farne poche, magari meglio». Come la nuova collana di graphic novel di Bao che Michele ha deciso di seguire.
Come mai hai scelto “Bea Wolf” di Weinersmith e Boulet come secondo volume della tua collana per Bao Publishing? Non è un libro per bambini?
«Ho da sempre un debole per Boulet e il suo tipo di narrazione. Da lui ho copiato praticamente tutto, an…
Non sono giorni semplici. Zerocalcare, come tutti, probabilmente è alla ricerca di qualcosa che lo aiuti a stare bene. «Quello che mi dà più piacere è correre, lo faccio da prima della pandemia con il mio cane. Si chiama Ziggy, un nome che aveva dai precedenti padroni. Per il resto cerco di concentrarmi sugli aspetti più importanti o che io ritengo tali: non ce la facevo più a fare mille cose insieme. Voglio riuscire a farne poche, magari meglio». Come la nuova collana di graphic novel di Bao che Michele ha deciso di seguire.
Come mai hai scelto “Bea Wolf” di Weinersmith e Boulet come secondo volume della tua collana per Bao Publishing? Non è un libro per bambini?
«Ho da sempre un debole per Boulet e il suo tipo di narrazione. Da lui ho copiato praticamente tutto, anche l’uso delle voci interiori, i personaggi usati per rappresentare la coscienza (vedi il famoso Armadillo, ndr) e così via. E quindi ho sempre seguito il suo lavoro da vicino. Su questo volume, del quale però non era anche lo sceneggiatore, ero un po’ scettico. Ma quando ho iniziato a leggerlo sono rimasto colpitissimo. Intanto dal punto di vista grafico, nel senso che Boulet è sempre stato un bravo disegnatore ma qui mi sembra che abbia un grado di dettaglio altissimo anche con il chiaroscuro. E poi è una cosa che non vuole solo far ridere. Era un sacco che non leggevo una storia che mescolava la parte grottesca e quella divertente».
Il libro sembra individuare molto bene il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.
«Anche questa è una delle cose su cui sto in fissa. Il discorso sull’infanzia, e su quello che ci perdiamo quando cresciamo, è sempre stato presente in tutti i miei libri, perché è una delle mie ossessioni. E vederlo raccontato come se fosse una guerra tra i bambini e gli adulti mi ha riacceso una luce. Mi ha mostrato come mi sono allontanato dai ricordi e dalle emozioni dell’infanzia. Questo libro è riuscito a farmi ritrovare alcuni aspetti molto importanti: comportamenti, meccanismi mentali che ormai non facevano più parte del mio quotidiano».
Ti ha fatto riscoprire aspetti della tua infanzia che avevi dimenticato?
«Eh sì, tutte cose con cui mi sto riconnettendo adesso proprio grazie a questo libro».
C’è un aspetto stilistico particolare che ti ha colpito?
«La cosa che in generale a me fa più ridere in assoluto è quando si switcha dal registro aulico al registro basso. Per me è la massima forma di intelligenza delle persone questa capacità di far ridere alternando i registri. Anche nella vita vera. Infatti cerco sempre di imitarla: non è un caso se nelle didascalie dei miei fumetti uso un linguaggio un po’ più alto e poi, a un certo punto, c’è invece qualcosa che precipita su dettagli più bassi per creare un effetto comico. E questo libro è costruito sostanzialmente tutto così. E poi, essendo destinato soprattutto ai bambini, non c’è mai una caduta linguistica volgare: però ha quel tipo di linguaggio associato alle cose ridicole infantili che adoro».
La protagonista Bea Wolf
Se dovessi raccontare in breve la storia, di che cosa parla?
«Allora, direi che è la storia di... Come posso riassumerla? Di generazioni di bambini che lottano contro la crescita e che si trovano di fronte un nemico terribile, il peggiore di tutti. C’è un adulto che odia l’infanzia e che ha il potere, soltanto toccando un bambino, di fargli perdere la sua infanzia, rendendolo adulto».
E chi sono i “re” dei bambini?
«Sono bambini speciali, quelli che più di tutti fanno impazzire gli adulti e a cui viene passata la corona di volta in volta quando devono abdicare perché diventano grandi. Loro sono anche i custodi del tesoro».
Tutto questo è connesso alla storia originale di Beowulf? Ho letto nella postfazione che anche Tolkien era un fan di questa saga e avrebbe ripreso da lì la storia del drago.
«Esatto, quindi questa, tra l’altro, non è nemmeno una parodia ma proprio una reinterpretazione. È un lavoro che ha una complessità; anche nel rapporto col poema originale che è super interessante».
A chi è destinato questo libro? Qual è il target secondo te?
«Non so esattamente qual è il target, nel senso che non credo che siano necessariamente i bambini, anzi. Forse sono gli adulti che possono leggerlo ai bambini, perché il libro usa un linguaggio anche difficile, ma proprio bello. L’unica speranza oggi credo sia “beccarli” finché sono piccoli, leggendogli delle cose, per insegnare loro ad apprezzarle, perché poi, da quando mettono mano al cellulare, diventa quasi impossibile».
Un altro aspetto interessante è il fatto che la protagonista è un’eroina, non un eroe maschio.
«Essendo bambini, i ruoli non sono quelli che poi vengono in qualche modo indirizzati dalla società con il passar del tempo. E c’è un’innocenza che trovo quasi poetica nel trattare questa cosa. L’eroina è una bambina, però questo avviene senza nessun tipo di forzatura o di ricostruzione ideologica intorno. Ho trovato questa spontaneità molto fresca, non parte di un teorema insomma...».
È interessante come viene rappresentata l’innocenza infantile, ancora lontana dalla scoperta della sessualità adolescenziale.
«Sì, veramente è bello anche quando dice “si trovava non lontano dagli adolescenti sbaciucchianti”, perché, appunto, qui non c’è neanche la dinamica della sessualità. Ed è proprio super innocente, tranquillo e tutto sommato forse anche un po’ noioso per questi tempi. Ma afferma delle cose in maniera comunque forte, perché i bambini lottano per avere il diritto a divertirsi come piace a loro. È tutto sostanzialmente lontano dai doveri – sport, studio – con cui oggi anche i più piccoli vengono così massacrati».
Cosa ti ha colpito della condizione dei bambini descritta nel libro?
«Mi piace l’idea di una condizione transitoria. Tutti loro comunque contribuiscono a lottare per questa società di bimbi anche se prima o poi ne saranno inevitabilmente fuori, perderanno la grazia e non avranno mai il tesoro. Altri continueranno sempre ad arrivare per prendere il loro posto».
In conclusione, qual è secondo te il valore di questa storia?
«La poesia con cui racconta la perdita della magia. Anche l’adolescente ha un desiderio di trasgressione, che però è diverso da quello dei bambini. Per loro ciò che conta è il cibo che amano, i giochi che fanno, le storie che si raccontano. E qui si cattura tutto ciò in modo fresco e autentico».
Nel segno di Tolkien – Intervista a Boulet di Valerio Bindi
Bea Wolf, il nuovo capitolo della collana Cherry Bomb diretta da Zerocalcare per Bao Publishing, è un graphic novel molto particolare. La narrazione si sposta in uno spazio fantastico molto lontano dal primo volume della collana (una straziante storia americana, The Grocery, capolavoro di Singelin e Ducoudray). Gli autori di Bea Wolf vengono da mondi culturali molto diversi, ma hanno in comune una esperienza di rilievo nel mondo del webcomic.
Zach Weinersmith, statunitense, è l’autore di Saturday Morning Breakfast Cereal (SMBC), serie giornaliera online dal 2002 che affronta in modo ironico tematiche scientifiche filosofiche e religiose. Anche Boulet (Gilles Roussel), francese, ha una notevole esperienza di autore di fumetto online: inizia nel 2004 il blog Bouletcorp, un modo di fare fumetto che ispirerà Zerocalcare, e prosegue disegnando La fortezza di Trondheim e Sfar. Insieme hanno lavorato a Augie and the Green Knight, una rilettura di Sir Galvano e il Cavaliere Verde, romanzo cavalleresco medievale molto amato da Tolkien. Il riferimento di Bea Wolf (nella traduzione italiana di Leonardo Favia) è ancora una volta un antico poema anglosassone, il Beowulf appunto, ma riletto in chiave epica dal punto di vista dei «piccoli ribelli, i soffia-sberleffi, i paladini del mondo»: i bambini insomma.
La narrazione mantiene i caratteri letterari e il fascino dell’epica originale. Come ci dice Boulet, il progetto è stato pensato in modo che «fosse un libro che gli adulti potessero leggere ad alta voce ai loro figli, ma dove i ragazzi potessero leggere anche solo le immagini. Dovevano avere una propria narrazione. Come il testo originale doveva essere molto appassionante e un po’ minaccioso, senza promettere un divertimento innocente e colorato. Volevamo un libro che dicesse: “Questa è un’avventura, siete pronti?”».
Il mondo di Bea Wolf rimanda a quello di Nel paese delle creature selvagge di Sendak ma questa volta non si tratta di immaginare una realtà differente, un mondo di fantasia dove rifugiarsi qui, continua Boulet, «non siamo in un mondo di finzione, ma in una lettura diversa della realtà in cui i bambini vivono. Non è un sogno da cui ci si possa svegliare a un certo punto, ma un filtro, una lettura che dipende da come i bambini comprendono il mondo stesso». Bea Wolf per comunicare lo straniamento di questa percezione si muove su piani e modelli narrativi distanti, tra fumetto e libro illustrato: «Nella mia testa c’era una strana connessione con la mia infanzia, dove c’erano le “nuove” storie (fumetti, videogiochi, ecc.) e le “vecchie” storie, che erano i libri della generazione precedente, quelli con i disegni di Benjamin Rabier, Richard Scarry o Claude Lapointe. Volevo che il mio libro fosse moderno nel suo aspetto, ma allo stesso tempo che avesse un po’ di quella magia oscura che avevano i libri della mia infanzia. Volevo avvicinare i bambini ai videogiochi e ai manga, ma allo stesso tempo dare un’atmosfera alla Edward Gorey».
Bea Wolf consegna un’idea dell’epica come coinvolgimento narrativo, come scrittura poetica del reale. Ci dice ancora il disegnatore francese: «Quello che Zach ha fatto è stato mantenere la stessa serietà che il testo originale usa per parlare di atti eroici compiuti da adulti. Quando i bambini giocano a fare finta, non rompono il personaggio, e io volevo fare lo stesso. Ho cercato di usare la stessa intensità, la stessa solennità. Penso che l’epica sia un impegno al 100 per cento verso un’idea, una causa. Non si tratta di uscire e prendere un bastone, fingendo che sia una spada. I bambini di Bea Wolf non stanno giocando, stanno combattendo davvero».
Il disegnatore
Boulet, vero nome Gilles Roussel è un fumettista e blogger francese nato a Meaux l’1 febbraio 1975. È considerato uno dei pionieri e dei massimi esponenti del fenomeno dei blog a fumetti in Francia.
Il curatore della collana
Michele Rech, in arte Zerocalcare, è nato ad Arezzo nel 1983 ma è cresciuto a Roma. Il suo ultimo lavoro è Quando muori resta a me. Dal 2024 ha creato la collana Cherry Bomb per far conoscere artisti di qualità: la sua prima pubblicazione è stata The Grocery.
Il graphic novel
Bea Wolf di Zach Weinersmith e Boulet, Bao Publishing, Collana Cherry Bomb, pagg. 208, euro 22