Una città è l’assenza di spazio tra le persone e le aziende, scrisse nel 2008 l’economista di Harvard Edward Glaeser. Quella definizione ha compreso, e poi superato, qualche epoca di evoluzione urbana. Dopo la corsa della globalizzazione, la crisi finanziaria, la pandemia, oggi la crescita delle città è evidente in tutti i fusi orari del mondo. Nonostante i benefici della tecnologia (e della logistica) scegliamo di essere in un posto ben popolato. Scegliamo la geografia, ma solo se possiamo. L’equilibrio nelle città che rischiano di essere inaccessibili pretende nuove regole e non meno regole, dice Glaeser dal suo ufficio a Cambridge, dove una stampa al muro racconta l’evoluzione urbana di Parigi.
Edward L. Glaeser insegna Teoria economica ad Harvard dal 1992 ed è autore di numerosi saggi, tra cui Il trionfo della città (Bompiani). È ospite di Festival Internazionale dell’Economia all&r…
Una città è l’assenza di spazio tra le persone e le aziende, scrisse nel 2008 l’economista di Harvard Edward Glaeser. Quella definizione ha compreso, e poi superato, qualche epoca di evoluzione urbana. Dopo la corsa della globalizzazione, la crisi finanziaria, la pandemia, oggi la crescita delle città è evidente in tutti i fusi orari del mondo. Nonostante i benefici della tecnologia (e della logistica) scegliamo di essere in un posto ben popolato. Scegliamo la geografia, ma solo se possiamo. L’equilibrio nelle città che rischiano di essere inaccessibili pretende nuove regole e non meno regole, dice Glaeser dal suo ufficio a Cambridge, dove una stampa al muro racconta l’evoluzione urbana di Parigi.
Edward L. Glaeser insegna Teoria economica ad Harvard dal 1992 ed è autore di numerosi saggi, tra cui Il trionfo della città (Bompiani). È ospite di Festival Internazionale dell’Economia all’anteprima del 29 maggio (ore 10.30, Collegio Carlo Alberto) con una lecture sul tema Le città e la crisi abitativa
Cos’è oggi la geografia? È ancora rilevante, oppure non lo è più?
«Negli ultimi 30-40 anni c’è stato un lungo dibattito su quanto le interazioni di persona stessero perdendo importanza. Quando ho iniziato in questo campo, 35 anni fa, la narrativa prevalente era che le città stessero morendo, perché la tecnologia dell’informazione dell’epoca avrebbe reso obsolete le interazioni in presenza e le città che le rendevano possibili. Ma io sostenevo, già 30 anni fa, che questa fosse una lettura sbagliata della storia. La tecnologia dell’informazione è spesso un complemento, e non un sostituto. Prendiamo la stampa a caratteri mobili. A breve termine, Gutenberg permise ai pastori luterani nelle aree rurali di avere accesso alla Bibbia. Ma a lungo termine, creò un mondo molto più intensivo in termini di informazione, che ha finito per favorire le città. E credo sia quello che è successo fino al 2019: globalizzazione e crescente complessità tecnologica hanno aumentato il valore della conoscenza e delle competenze, e noi, in quanto specie sociale, diventiamo intelligenti stando con persone intelligenti. Zoom va bene per un’intervista come questa, funziona per persone che già si conoscono. Ma è pessimo per l’insegnamento. Le lezioni su Zoom sono come brutti film. E poi non permette quelle “interazioni non pianificate” che sono fondamentali per l’apprendimento. Dico sempre ai ventenni: il vostro lavoro nei prossimi dieci anni è diventare più intelligenti. E per farlo dovete stare in ambienti pieni di persone intelligenti».
Il problema è che forse oggi le città non aiutano più in questo percorso. Bloccano le carriere invece di favorirle perché in alcune aree viverci è troppo costoso.
«È così: le città continuano a funzionare economicamente. Ma hanno mercati immobiliari disfunzionali, perché abbiamo costruito troppo poco. Posso capire perché si sia fatto così in Europa, dove le città sono antiche e meravigliose. Ma molte zone non sono né antiche né meravigliose, e potrebbero essere facilmente ricostruite con più spazio per nuove case. Invece abbiamo creato una scarsità artificiale. Negli Stati Uniti, anche aree periferiche che costruivano molto fino al 2005, poi si sono fermate. Perché anche in posti come Atlanta, Miami o Phoenix, le classi più educate degli immigrati hanno imparato a usare gli strumenti per bloccare nuovo sviluppo. Così, gli “insider” hanno appartamenti belli, e gli “outsider” non hanno futuro».
Perché è così diffuso lo”zoning”, l’insieme di regole urbanistiche negli Stati Uniti, e quanto è poco meritocratico questo sistema?
«Il motivo principale è che la gente non ama i cambiamenti. Se sono proprietari, non vogliono che i prezzi scendano. E quindi non hanno alcun interesse nel cambiare. Il problema è che queste regolazioni vengono gestite a livello iper-locale. Politicamente, oggi sia repubblicani che democratici vorrebbero fare qualcosa. Ma a livello federale non si riesce, perché le leggi sono locali».
Se avesse il potere di decidere come risolvere il problema abitativo, quali sono le prime due cose che farebbe?
«Cercherei le aree nelle città ad alta domanda, come Milano, dove costruire senza danneggiare il patrimonio storico. Posti dove la gente vorrebbe vivere. Poi ci vuole un sistema per assicurarci che le costruzioni avvengano davvero. I governi non dovrebbero avere il compito di costruire, ma dovrebbero prendere i terreni e obbligare a realizzare un certo numero di abitazioni. L’altro concetto importante in contesti a bassa densità è l’edilizia prefabbricata modulare. In Svezia ne fanno tanta ed è anche bella. Anche per ricostruire Gaza o l’Ucraina, i prefabbricati possono essere una soluzione sensata».
In Europa, in Italia, molte città sembrano oggi dei parchi giochi per turisti. Come si trova un equilibrio?
«Quando scrissi il mio paper Consumer City 25 anni fa, parlavo di come la qualità della vita sarebbe diventata centrale per il successo urbano. Le città devono attrarre e formare persone intelligenti e poi lasciarle libere. Se una città è bella per i turisti, lo è anche per chi ci vive. Ora, io penso che tutto il mondo voglia conoscere l’Italia, bloccare il turismo sarebbe un errore. Ma la tassa turistica di Venezia, per esempio, è troppo bassa. Il nodo è nell’offerta, bisogna costruire abbastanza case per turisti e residenti».
E quindi, dopo decenni di lavoro, è ancora ottimista sul futuro delle città?
«Sì. Il potere delle città di connettere le persone è immenso. Siamo una specie urbana. È un momento difficile perché la crisi della globalizzazione danneggia le città. Ma le città torneranno. Sono troppo vecchio per imparare ad essere pessimista. Non dico che andrà tutto bene nei prossimi tre anni, ma tra dieci anni sì».
Con una mano pubblica più forte?
«Sì. Anche se più che “più mano pubblica”, spero in una mano pubblica migliore».
Il festival
È Le nuove generazioni del mondo il tema della IV edizione del Festival Internazionale dell’Economia a cura di Editori Laterza, CCA, TOLC, diretto da Tito Boeri, a Torino dal 30 maggio al 2 giugno Torino
Info: festivalinternazionaledelleconomia.com