Dedizione maniacale, talento e impegno civile fanno del brasiliano Wagner Moura, 48 anni, uno degli attori più interessanti in circolazione. Ha appena vinto il Prix da interprete al Festival di Cannes con O agente secreto di Kleber Mendonça Filho (a sua volta premiato come regista). Laureato in giornalismo — come la moglie Sandra Delgado, tre figli insieme — Moura ha iniziato la carriera in commedie e telenovelas. La rivelazione nazionale con il muscolare Tropa de elite, la consacrazione mondiale con il Pablo Escobar della serie Narcos. Su Apple tv lo vediamo nella serie Dope Thief.
O agente secreto, in Italia arriverà con Minerva Pictures, si prende 160 minuti per un affresco visionario, con incursioni nel grottesco, sugli anni (Settanta) della dittatura dei “gorilla”, avvolti da una cappa di angoscia e insicurezza. Il ricercatore Marcelo, Moura, raggiunge il figlio a Recife, nel Nord del Brasile, per espatriare grazie a una rete di dissidenti. Non sa di essere braccato dai killer i…
Dedizione maniacale, talento e impegno civile fanno del brasiliano Wagner Moura, 48 anni, uno degli attori più interessanti in circolazione. Ha appena vinto il Prix da interprete al Festival di Cannes con O agente secreto di Kleber Mendonça Filho (a sua volta premiato come regista). Laureato in giornalismo — come la moglie Sandra Delgado, tre figli insieme — Moura ha iniziato la carriera in commedie e telenovelas. La rivelazione nazionale con il muscolare Tropa de elite, la consacrazione mondiale con il Pablo Escobar della serie Narcos. Su Apple tv lo vediamo nella serie Dope Thief.
O agente secreto, in Italia arriverà con Minerva Pictures, si prende 160 minuti per un affresco visionario, con incursioni nel grottesco, sugli anni (Settanta) della dittatura dei “gorilla”, avvolti da una cappa di angoscia e insicurezza. Il ricercatore Marcelo, Moura, raggiunge il figlio a Recife, nel Nord del Brasile, per espatriare grazie a una rete di dissidenti. Non sa di essere braccato dai killer inviati da un industriale a cui si è opposto.
Moura, il suo personaggio non è un eroe, ma un intellettuale che cerca di restituire dignità alla memoria della moglie scomparsa.
«È vero. È solo un uomo che resta fedele ai propri valori, cosa difficile quando quelli dominanti sono rovesciati. Restare ancorati alla propria verità, integrità, ti mette in pericolo. Succede alle persone Lgbtq+, ai neri nelle favelas, la cui sola esistenza è messa in discussione dall’alto. Ciò che mi piace del gruppetto di rifugiati del film è che non sono supereroi o guerriglieri alla Guevara, ma solo persone che non si adattano a quel sistema. Marcelo viene ucciso due volte: fisicamente e attraverso il fango sulla reputazione, quando viene bollato come corrotto. Succede, oggi, al ragazzino povero nella Valle del Parnaíba ucciso dalla polizia, nessuno sa cosa gli sia successo, nessuno è chiamato a risponderne».
BRIAN TYREE HENRY e WAGNER MOURA in DOPE THIEF, 2025, di RIDLEY SCOTT e TANYA HAMILTON. Copyright Apple Studios / Scott Free Productions. Credit: Apple Studios / Scott Free Productions / Album
La storia la scrivono i vincitori.
«Sì. Ho diretto un film, Marighella, sul leader della resistenza armata contro la dittatura: il suo nome era stato cancellato dalla storia brasiliana. Sono nato durante la dittatura, da bambino a scuola gli insegnanti non dicevano “il colpo di stato del ’64”, parlavano della “rivoluzione del ’64 per salvare il Brasile dal comunismo”. Storici, artisti con una inclinazione politica oggi possono guardare al passato con una prospettiva diversa. Ma Marighella, presentato a Berlino nel 2019, è uscito in Brasile solo nel 2021: era stato censurato da un governo fascista che lodava la dittatura».
Molte cose sono cambiate.
«In Brasile la dittatura è durata dal ’64 all’85. Nel 1985 fu approvata la “legge dell’amnistia”, che di fatto ha perdonato i torturatori, gli assassini, cancellato tutto. E se abbiamo avuto uno come Bolsonaro, è proprio per questo. Perché in Cile non è successo. In Argentina hanno processato e incarcerato i colpevoli. Il Brasile con la memoria ha un rapporto fragile. È il Paese della gentilezza. Ma a volte non è possibile essere gentili. La destra radicale aveva attaccato la cultura, i giornalisti, le università con un cumulo di menzogne — tipo che gli artisti rubavano soldi pubblici per fare i film — compromettendo il rapporto tra il pubblico brasiliano e il suo cinema. Il fatto che i brasiliani abbiano tifato per Walter Salles e Io sono ancora qui agli Oscar, invadendo internet, è stato incredibile. Alcuni dicevano: “Ecco un artista che mi rappresenta”, molti giovani brasiliani dicevano: “Mio Dio, c’è stata una dittatura in Brasile?”. È assurdo, ma non lo sapevano. E sono passati solo cinquant’anni. Il cinema è fondamentale per ricostruire la memoria, O agente secreto racconta le persone che non hanno avuto diritto di esistere. Ma sono fiero che in Brasile, quando Bolsonaro ha perso le elezioni e i suoi sostenitori hanno invaso le istituzioni — come è successo con l’assalto al Campidoglio negli Stati Uniti — la nostra risposta è stata migliore di quella americana. Tutti quelli che hanno finanziato l’attacco sono finiti in prigione. Bolsonaro ha perso i diritti politici, non potrà più essere eletto per anni. Negli Usa non è andata così perché non sanno cosa significa vivere sotto una dittatura. E danno la democrazia per scontata. Questo mi spaventa».
Com’è stato tornare a recitare in portoghese e quanto “Narcos” ha cambiato la sua vita?
«Narcos è la cosa più popolare che ho fatto, dall’Arabia Saudita all’estremo Oriente asiatico la gente mi dice: “Pablo è pazzo”. Le piattaforme di streaming arrivano ovunque. E grazie a Narcos ho vissuto tre anni in Colombia, ho imparato lo spagnolo… Ma avevo bisogno di tornare in Brasile e fare qualcosa in portoghese. Non recitavo in Brasile dal 2012. Prima Narcos, poi Marighella, poi è arrivata la pandemia, e poi il governo fascista che ha praticamente distrutto ogni possibilità di fare cinema lì. Recitare in inglese mi richiede uno sforzo maggiore, anche in spagnolo devo riempire le parole con una memoria che non possiedo. Ma cerco di lavorare con grandi registi, e ho una mia posizione politica, nel senso che non accetto ruoli latini stereotipati. Voglio fare i personaggi che interpretano anche gli attori bianchi americani»
Quali film l’hanno influenzata?
«Il Cinema Novo dei Sessanta, influenzato dalla Nouvelle Vague francese, a sua volta influenzata dal Neorealismo italiano. Per me quella è l’origine del miglior cinema: film come Roma città aperta, Rocco e i suoi fratelli, Ladri di biciclette hanno trasformato il cinema dopo la guerra. Film sul mondo operaio, su persone concrete. Registi come Spike Lee o i fratelli Dardenne non esisterebbero senza quei film. Il cinema italiano ha influenzato anche film brasiliani come City of God, Central do Brasil. Lo si vede nello stile, nell’inquadratura, nella narrazione».
“O agente secreto” attinge a leggende della cultura popolare del Nord del Brasile. Come la gamba trovata nel ventre di uno squalo che prende vita.
«A parte che davvero Recife è il luogo con più attacchi di squali al mondo, Kleber mescola leggende e tradizioni locali alle atmosfere del cinema Usa anni Settanta. Non cerca di emulare un’estetica straniera, ma se ne appropria, rendendola il più brasiliana possibile. È un grande regista».