Noi, figli di una pace laica
di Michele CilibertoBernardino di Betto Betti detto Pinturicchio, Enea Silvio Piccolomini parte per il concilio di Basilea
Oggi è diventato normale sentir parlare di guerra. Non è stato così per molto tempo, sembrava che la pace, almeno in Europa, fosse diventata una realtà acquisita, ferma, inattaccabile. E si pensava che la lezione di Hiroshima e Nagasaki fosse definitiva: quelle bombe, che avevano ucciso migliaia e migliaia di uomini, sembrava avessero aperto gli occhi, facendo capire che, per la prima volta nella loro storia, gli esseri umani potevano autodistruggersi e cancellare anche la cultura, che nasce sulla nuda roccia e può essere sconvolta, d’improvviso, da un refolo di vento. Sembrava. Ma non è stato così.
Michele Ciliberto, filosofo, è professore emerito di Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento
Ci sono state prima la guerra in Jugoslavia, poi la guerra in Ucraina, lo strazi…
Oggi è diventato normale sentir parlare di guerra. Non è stato così per molto tempo, sembrava che la pace, almeno in Europa, fosse diventata una realtà acquisita, ferma, inattaccabile. E si pensava che la lezione di Hiroshima e Nagasaki fosse definitiva: quelle bombe, che avevano ucciso migliaia e migliaia di uomini, sembrava avessero aperto gli occhi, facendo capire che, per la prima volta nella loro storia, gli esseri umani potevano autodistruggersi e cancellare anche la cultura, che nasce sulla nuda roccia e può essere sconvolta, d’improvviso, da un refolo di vento. Sembrava. Ma non è stato così.
Michele Ciliberto, filosofo, è professore emerito di Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento
Ci sono state prima la guerra in Jugoslavia, poi la guerra in Ucraina, lo strazio quotidiano di Gaza, per limitarsi al nostro mondo. La pace sembra diventata un’utopia senza più credibilità. E una sorta di fantasma sembrano essere diventate le grandi idee di liberazione e di emancipazione elaborate dall’Europa nella sua storia, specie nell’età dell’Umanesimo e del Rinascimento. Sembra che un intero patrimonio di civiltà, di cultura, di tolleranza si sia consumato, e che la guerra e la barbarie siano diventate le strutture elementari della vita degli uomini. Sembra che l’Europa sia diventata muta, non abbia più niente da dire.
Non è così: le parole dei grandi autori di quell’epoca continuano a oltrepassare il tempo, e, a saperle ascoltare, arrivano fino a noi, proclamando una sapienza mondana, incentrata sull’idea di pace, che va oggi più che mai rivendicata, proprio di fronte al tempo che ci è toccato in sorte. Basta soffermarsi sui testi di Cusano, di Ficino, di Pico, di Bruno, di Moro, per vedere quanto sia stata profonda la loro riflessione sulla pace – pace civile, pace religiosa, pace della fede. Ed è sufficiente pensare a un evento come il concilio di Ferrara-Firenze – mai compreso in tutta la sua grandezza – per constatare come già nel 1439 siano stati pensati in termini attualissimi e profondi sia il problema della pace che quello della riconciliazione fra Chiesa latina e Chiesa greca, della concordia tra fedi differenti.
Nel Quattrocento e nel Cinquecento la riflessione sulla pace è continua, quasi un’ossessione, e diventa sempre più urgente per le trasformazioni delle forme della guerra, per la scoperta e l’uso di nuove armi, per lo straordinario aumento dei morti sul campo di battaglia e il diffondersi di nuove malattie per effetto delle moderne artiglierie. Basta leggere la Storia d’Italia di Francesco Guicciardini per comprendere come i nuovi cannoni – piccoli e leggeri –, sostituendosi alle vecchie bombarde, abbiano rivoluzionato in maniera radicale “il mestiere delle armi”, per riprendere il titolo di uno straordinario film di Ermanno Olmi, nel quale queste trasformazioni e i caratteri più profondi di quell’epoca che fu il Rinascimento sono afferrati e rappresentati in tutta la loro novità e tragicità.
Riflettere sulla pace significa, in modo simultaneo, prendere posizione contro la guerra, come fa in tutta la sua opera Erasmo da Rotterdam, che mette al centro della sua meditazione il problema della pace su tutti i piani, con Dio, con l’uomo, con sé stesso. «Chi ama la guerra – recita uno dei suoi Adagia più intensi e meditati – non l’ha vista in faccia. Se nel mondo c’è una cosa che ci viene da affrontare con esitazione […] di sicuro è la guerra: non c’è iniziativa più empia e più dannosa, più largamente rovinosa, più persistente e tenace, più squallida e nell’insieme più indegna di un uomo, per non dire di un cristiano […] Non ne abbiamo a sazietà di queste guerre interminabili?». Ma, come spiega il suo amico Tommaso Moro, sono soltanto gli abitanti di Utopia, ad avere «in sommo orrore la guerra, cosa in tutto belluina, ma che nessuna specie di belve pratica con tanta frequenza come l’uomo».
Il declino della pace e l’imporsi dei nuovi strumenti di distruzione e di morte sono, da un lato, l’effetto di un generale processo di decadenza della religione cristiana e delle vecchie forme del vivere civile; dall’altro la conseguenza di trasformazioni geopolitiche profonde, che sfociano nel costituirsi di un nuovo ordine europeo, che trasforma l’Italia da centro del mondo in una periferia in mano ai “barbari” che hanno approfittato delle debolezze di quei principi italiani contro i quali si scaglia Niccolò Machiavelli nelle pagine finali dell’Arte della guerra.
La pace e il ben vivere civile – questo è chiaro al segretario fiorentino – vanno costruiti con iniziative e istituzioni politiche adeguate, per non precipitare nella barbarie che è il destino sia dei singoli individui che degli Stati e delle Chiese. Questo è anche il centro della riflessione di Spinoza nel Trattato politico, nel quale si vuole dimostrare in che modo deve essere istituito uno Stato perché possano rimanere inviolate la pace e la libertà dei cittadini. Quali leggi varare per impedire la crisi, quali scogli evitare – il potere dell’uno, il dominio dei pochi, i lunghi comandi militari, la figura del dittatore – in modo che la repubblica resti libera e in pace: sono questi i problemi che Spinoza vuole discutere in quel testo straordinario che non riuscì a completare, sorpreso dalla morte.
Machiavelli, dice Spinoza, stava dalla parte della libertà, ma dalla stessa parte sta anche Giordano Bruno, che è uno dei difensori più strenui e intransigenti della pace, rivendicata con tanta più forza di fronte all’orrore delle guerre di religione che distruggono l’Europa. Pace, anzi filantropia, anche secondo l’insegnamento del Vangelo di Matteo, che Bruno, pur muovendosi in un orizzonte postcristiano, apprezza e proclama: una filantropia, frutto dell’amore universale di Dio per tutti gli uomini, senza alcuna differenza di razza, di sesso, di ceto. Filantropia che nasce dall’amore, «vincolo dei vincoli». È, questa, il fondamento della nuova religione di cui Bruno si sente messaggero, incentrata sull’insegnamento di Ermete Trismegisto, da una parte; di Machiavelli, dall’altra: una religione opposta a quella degli spagnoli e dei portoghesi che, nel segno della Croce di Cristo, trucidano gli Indios del Nuovo Mondo. Bruno, però, non si limita a proclamare la pace e la concordia religiosa, riprendendo e sviluppando l’insegnamento degli eretici italiani: afferma e sostiene anche la libertas philosophandi, la libertà di pensiero e di coscienza, spiegando che nella Scrittura si ordinano leggi, non si trattano dimostrazioni. E dal fondo di un carcere, a difendere la libertà di ricerca e Galilei, c’è Tommaso Campanella: chi proibisce ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze – egli afferma – proibisce loro anche di essere cristiani. E Galilei, per parte sua, dichiara nella lettera a Cristina di Lorena che l’intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci «come si vadia in cielo, e non come vadia il cielo». Tutte espressioni di una sapienza mondana che trasforma in profondità il rapporto degli uomini col potere, con la Chiesa, con le tradizionali concezioni della verità.
Quello che accomuna questi pensatori – e in ciò consiste la loro più profonda lezione – è l’essersi battuti da punti di vista differenti per l’affermazione dei princìpi che hanno costituito i valori della civiltà europea: la libertà di coscienza e di pensiero, la libertà religiosa… Princìpi affermati nel corso di dure battaglie, anche a costo della vita, a opera di eretici, di ribelli, di libertini, di riformatori.