Monza
Ci vogliono impegno e costanza per non diventare celebri. Saul Leiter dimostrò di possederli: «Ho avuto la fortuna di realizzare la mia ambizione di non avere successo». Purtroppo per lui, il mondo è spesso insensibile ai desideri degli artisti, e oggi Leiter è finalmente riconosciuto come un gigante nella storia della fotografia mondiale. Il pioniere (involontario) della fotografia a colori, il fotopittore (clandestino) delle strade umide di pioggia, degli ombrelli rossi, dei taxi gialli, dei vetri appannati, degli inverni nevosi di Manhattan, il cercatore (timido) della bellezza nascosta in ogni piccola cosa. «Un poeta isolato e riluttante», lo definisce la curatrice Anne Morin, passeggiando nel labirinto pieno di sorprese e di emozioni che è la sua prima grande retrospettiva italiana, al Belvedere della Villa Reale di Monza: Saul Leiter: una finestra punteggiata di gocce di pioggia (fino al 27 luglio).
E dire che ce l’aveva quasi fatta. Accettò di rendere pubbliche per la prima volta le sue fotografie a colori solo nel 2006, a 83 anni di età, sorprendendosi pure per l’estatico coro di ammirazione che quella rivelazione suscitò, quando pensava di essere ormai «arrivato al capolinea» (mancavano ancora sette anni). Sì, una gliel’aveva esposta Edward Steichen al MoMA nel 1953, ma «ero il solito giovane autore sconosciuto di una mostra al MoMA». E dopo, aveva «fatto ogni sforzo per ripiombare nell’oscurità». Relativa, va detto: era pur sempre uno stimato fotografo professionista di moda, per Harper’s Bazaar, Elle, Esquire, ma quello era lavoro per vivere. Del lavoro per sognare non parlava quasi a nessuno. Ma perché? Chissà, forse un residuo della sua educazione aniconica.
Saul Leiter, Ana, anni ’50
Figlio di una agiata famiglia ebraica di Pittsburgh, doveva diventare un rabbino. Lo esigeva il suo albero genealogico, pieno di rabbini illustri, lo pretendeva il padre Wolf, rinomato studioso del Talmud, polacco immigrato negli Usa degli anni Venti. Non accadde. Amava troppo i colori. Dipingeva. Quando tenne la sua prima mostra di quadri, a Cleveland, nel 1945, papà Wolf pianse. E non per commozione. «Ora lo sapranno tutti», si disperò. Un figlio artista. Visuale. Che vergogna. Poi mamma Regina gli regalò una macchina fotografica, dicendogli «sii libero di vedere il mondo», e la rottura con l’iconoclastia delle sue origini fu completa.
Diseredato, a 23 anni eccolo a New York con venti dollari in tasca, dormendo in strada fino all’apparizione di un angelo mandato dal paradiso dei fotografi: W. Eugene Smith, un mito del fotoreportage, incontrato a una mostra, che gli regalò una fotocamera seria, gli presentò Steichen, che gli presentò Robert Frank, che lo portò nella Photo League, sodalizio di fotografi impegnati, dove avrebbero dovuto fare una mostra insieme. Ma arrivò prima McCarthy, l’anticomunista, e la League fu sciolta. Intanto però Leiter aveva trovato un lavoro ben pagato. Senza dirlo a nessuno, nel tempo privato dipingeva e fotografava (merito di questa mostra farci capire le insistenti rivelatrici relazioni fra i due modi). Aveva già un piede sul predellino del treno più fortunato, quello dell’espressionismo astratto, conosceva tutti, Rothko, Newman, Pollock… ma scese.
Saul Leiter, Advertisement for Miller Shoes, 1957
Nella copertina del libro di Irving Sandler che celebrò nel 1970 il trionfo di quella corrente pittorica c’è una fotografia di gruppo degli artisti, e c’è anche lui, Saul, ma nella didascalia è identificato come “sconosciuto”. La sua vera ambizione era non avere ambizioni. O forse era un complesso di colpa del suo “fantasma rabbinico”. Scrisse: «Poiché mio padre disapprovava quasi tutto quello che facevo, in qualche luogo del segreto del mio essere c’era il desiderio di evitare il successo».
Perché fotografava? Non c’è un perché. «Non ho una filosofia, ho una macchina fotografica». Semplicemente: usciva per strada e portava con sé la fotocamera (se non l’aveva depositata al banco dei pegni). Passeggiando attorno a casa. Il suo grande capolavoro sconosciuto fu raccolto nel raggio di venti minuti dalla sua abitazione sulla Ventesima Est. Vagava trovando senza cercare. «La cosa bella della fotografia è che ti insegna che ogni cosa è degna di essere fotografata, tutto è una foto».
Saul Leiter, Untitled, senza data
Ma non tutte le foto sono come le sue, vaporose immagini prese quasi sempre da dietro uno schermo, o un angolo di strada: Leiter adorava gli schermi traslucidi, marezzati d’umidità. Come se il suo occhio volesse sbirciare senza disturbare. L’esempio delle sue grandi amiche, Helen Levitt, Diane Arbus, lo spingeva a usare il bianco e nero, ma alla fine si innamorò delle diapositive a colori, una relativa novità, sprezzata dalle grandi fotostar. Il colore fu sdoganato come arte fotografica solo una dozzina d’anni dopo. Ma quei telaietti quadrati così umili e luminosi lo intenerivano come i cartoncini da campionario di tipografia su cui dipingeva in cucina mentre si preparava il pranzo. Se i suoi monocromi descrivono taglienti, le sue tavolozze respirano attraverso il velo di Maya di un realismo fiabesco. Fotografie di nascosto, fotografie nascoste. Diceva: «La vera vita parla di chi si nasconde». Dopo tutto, quando è sorpresa in déshabillé la realtà è più bella. Non è un peccato essere guardoni se hai il cuore innocente: «Non ho bisogno di scusarmi per aver cercato la bellezza».
I colorati album dell’americano medio erano pieni di fotografie di giornate di sole. Lui invece preferiva il cattivo tempo. Le gocce di pioggia sull’esposimetro, che gli cambiavano la luminosità, e lui le lasciava fare, come collaboratrici creative. In un giorno di pioggia incontrò de Kooning all’angolo della Decima strada, e il grande astrattista gli chiese di non fotografarlo. «Nessun problema», ricorda in una videointervista un Leiter anziano, «non era poi così terribilmente importante fotografarlo; una finestra coperta di gocce di pioggia mi interessa di più di una persona famosa».
Saul Leiter, Red Curtain, 1956
Tenne tutto per sé, finché poté. Soprattutto i suoi delicatissimi nudi di donne, non solo modelle ma anche donne amate. Per rispetto e per pudore. Ma anche perché non era sicuro di essere un buon fotografo, e poi non gli importava. «Magari sei meglio di quanto pensi di essere. Meglio così che sopravvalutarsi». Risatina. Quelle fotografie avevano già reso il loro servizio. Lo avevano aiutato a «sopravvivere in un mondo strano dove possono tagliarti il gas e l’ufficio delle tasse ti può chiudere lo studio. Io in fondo me la sono cavata».