Ilja Leonard Pfeijffer: Grecia, quel canto antico che risuona dentro di noi
di Ilja Leonard PfeijfferCoppa greca con Edipo che risponde alle domande della Sfinge (V sec. a.C.)
Anche se sono senz’altro sensibile al rallentamento di tutte le cose che la Grecia induce, alla sensazione di spensieratezza che si distende nel tempo fuso e diluito fino alle isole che sfumano lievemente d’azzurro all’orizzonte e alla tentazione di concludere, sulla base della presenza tangibile di una storia millenaria, che tutto ciò che ci sarebbe da fare sia in realtà già stato fatto da tempo, non è in primo luogo per questa inattività che si impone con una forza di persuasione travolgente che mi sono innamorato di quel Paese.
Quando da studente di lettere classiche partivo ogni estate per l’Ellade, già all’aeroporto di Atene cominciavo a rimuovere mentalmente tutta l’architettura e tutti gli oggetti costruiti o realizzati dopo il V secolo avanti Cristo. Su un taxi inesistente percorrevo arterie stradali che rifiutavo di riconoscere, diretto verso l’Atene di Pericle, dove mi orientavo meglio che nella città dormitorio dei Paesi Bassi in cui sono nato. Quando poi viaggiavo attrav…
Anche se sono senz’altro sensibile al rallentamento di tutte le cose che la Grecia induce, alla sensazione di spensieratezza che si distende nel tempo fuso e diluito fino alle isole che sfumano lievemente d’azzurro all’orizzonte e alla tentazione di concludere, sulla base della presenza tangibile di una storia millenaria, che tutto ciò che ci sarebbe da fare sia in realtà già stato fatto da tempo, non è in primo luogo per questa inattività che si impone con una forza di persuasione travolgente che mi sono innamorato di quel Paese.
Quando da studente di lettere classiche partivo ogni estate per l’Ellade, già all’aeroporto di Atene cominciavo a rimuovere mentalmente tutta l’architettura e tutti gli oggetti costruiti o realizzati dopo il V secolo avanti Cristo. Su un taxi inesistente percorrevo arterie stradali che rifiutavo di riconoscere, diretto verso l’Atene di Pericle, dove mi orientavo meglio che nella città dormitorio dei Paesi Bassi in cui sono nato. Quando poi viaggiavo attraverso il Peloponneso, la Beozia, la Locride, la Tessaglia e verso le isole, sull’autobus o sul traghetto ero l’unico che si rendeva conto dei confini che separavano i territori delle fiere e indipendenti città-stato che stavamo attraversando e delle alleanze precarie che mettevamo a rischio con il nostro incauto viaggio. Sussurravo i nomi antichi... E tuttavia nemmeno allora le antiche pietre, che pure erano lo scopo dei miei viaggi, costituivano il cuore della mia fede nella Grecia.
La vera causa della mia fascinazione per l’Ellade mi si rivelò pienamente sabato 6 maggio 2023. Era il primo dei cinque giorni che avrei trascorso ad Atene, in preparazione all’uscita del mio romanzo storico su Alcibiade. Il giorno successivo un gruppo di giornalisti si sarebbe unito a me per una serie di interviste e una visita guidata ai luoghi che hanno un ruolo nel libro. Quel sabato li visitai insieme alla fotografa olandese Keke Keukelaar. Ci sedemmo a bere qualcosa in uno dei tanti locali sulla Odos Adrianou. Mentre stavamo lì a riposarci, lasciando vagare lo sguardo sull’agorà e sull’Acropoli che si ergeva alle sue spalle, pensai, come si è quasi obbligati a pensare, a quanto fosse straordinario che tutto ciò che vedevo esistesse ancora. Ma allo stesso tempo cominciava a farsi strada in me l’inevitabile conclusione che tutto ciò che avevo davanti agli occhi era, fondamentalmente, un ammasso di macerie.
Fu allora che mi resi conto di ciò che, in fondo, avevo sempre saputo. Il mondo antico che amo così profondamente, nel quale mi sento a casa e che ogni volta vado cercando nei miei viaggi in Grecia, è un mondo di parole. L’agorà che visito quando visito l’agorà è quella di Tucidide e di Platone, ai piedi dell’Areopago di Eschilo e della maestosa Acropoli che tutti hanno descritto. A differenza della città antica, le parole che la evocano non sono andate in frantumi né si sono rovinate. Molti scritti sono andati perduti, è vero, ma ciò che è giunto fino a noi parla ancora con le voci di allora, forte e chiaro. Questa è la vera sensazione storica: sapere che, se ti sei concesso il privilegio di imparare a leggere quei testi nella loro lingua originale, entri in contatto diretto, senza filtri né mediazioni, con i pensieri di qualcuno che è vissuto duemilacinquecento anni fa.
Ricordo che una volta, mentre percorrevo la E75 da Salonicco ad Atene, vidi a un certo punto l’uscita per Tebe. Non avevo intenzione di andarci, avevo altri programmi e sapevo che la Tebe di oggi è una città moderna, poco idilliaca, fatta di cemento assolato e asfalto rovente, ma fu sufficiente vedere quel cartello con il nome sacro della Tebe dalle sette porte perché nella mia mente esplodesse un fuoco d’artificio di storie: di Cadmo che seminò i denti del drago, del suo matrimonio con Armonia alla presenza di tutti gli dèi, della maledizione della collana di lei, della figlia di Cadmo, Semele, che divenne madre di Dioniso, di suo nipote Penteo fatto a pezzi dalle Baccanti, di Edipo che uccise suo padre, risolse l’enigma della Sfinge e sposò sua madre, dei figli di Edipo che si uccisero a vicenda sul campo di battaglia, della loro sorella Antigone murata viva per aver dato sepoltura anche al fratello traditore della città, e della nascita di Eracle, che nella culla strangolò i serpenti di Era.
Questa Tebe era la città del poeta Pindaro e del condottiero Epaminonda, comandante del Battaglione Sacro, l’invincibile corpo d’élite composto da centocinquanta coppie di amanti omosessuali. Era la nemica ereditaria di Atene, la città che si schierò con i persiani durante l’invasione di Serse e che fu infine distrutta da Alessandro Magno. Tutto questo, tutto insieme, era il significato del cartello all’uscita 31 della E75, davanti al quale sfrecciai in una manciata di secondi. Ma per questo, sento già qualcuno obiettare, non c’era bisogno di andare in Grecia. Se davvero mi interessano solo le storie, potrei restarmene altrettanto bene, o magari persino meglio, a casa, accanto alla mia antica libreria di noce, dove i testi che raccontano quelle vecchie storie sono disposti in ordine cronologico, in edizioni filologicamente corrette. Questo è vero, ma esiste anche una verità alternativa. Il fenomeno di cui sto parlando, quello che mi attira ogni volta di nuovo verso la Grecia, è segnato proprio dall’interazione delle storie con il mondo reale. Quello che mi affascina è la capacità delle storie di trasformare la realtà visibile e tangibile.
«Sub diversis speciebus», dice Tommaso d’Aquino nel suo Lauda Sion Salvatorem, «signis tantum, et non rebus, latent res eximiae». Sotto diverse apparenze, che sono solo segni e non la realtà stessa, si nascondono cose straordinarie. In questo mondo, da cui abbiamo scacciato gli dèi e Dio, e che da allora ci sembra più vuoto di un pallone da spiaggia e più piatto di una pizza, io – e con me molti altri – sono dominato dal desiderio di cogliere almeno un’ombra di significato. È per questo che io – e con me molti altri – sono incline, contro ogni buon senso, a credere che le cose non sono ciò che sembrano e che dietro di esse si celano realtà molto più grandi. Abbiamo perso la fede nelle grandi storie, come spesso si sostiene, ma quella liberazione da dogmi e ideologie, che certamente va vista come un fatto in gran parte positivo, ha lasciato anche un vuoto che percepiamo come mancanza, e che solo le grandi storie segrete sembrano poter colmare. Quando in Grecia ascolto i miti e la storia che sussurrano tra le rovine e nei suoni antichi dei toponimi, questa superficialità - che abbiamo conquistato a fatica alla nostra superstizione - torna a riempirsi di storie, e a volte mi sembra di sentire l’eco dell’addio degli dèi. A onor del vero, devo aggiungere che percepisco come un piacevole effetto collaterale il sospetto di essere, nel luogo in cui mi trovo, l’unico - o uno dei pochissimi - capace di cogliere questa verità più profonda che si cela sotto la verità. Quel sospetto mi regala quella fiera malinconia che scuote il capo con indulgenza dinanzi all’ignoranza degli uomini, e che per il resto rende un uomo piacevolmente silenzioso.
Traduzione di Claudia Cozzi
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