David Hockney, Ritratto di un artista (Piscina con due figure) del 1972
David Hockney. Il discorso del re
dal nostro inviato Dario PappalardoParigi. Per tutta l’estate l’omaggio al vero re d’Inghilterra è continuo. Una celebrazione laica inaugurata in aprile dalla première dame Brigitte Macron: una fila lunga migliaia di visitatori, che sfidano il caldo per immergersi nei colori e scattare selfie: l’ha fatto anche Beyoncé, qualche giorno fa. Se a Roma, in questi mesi, la star si chiama Caravaggio, a Parigi il record lo batte David Hockney, che ha realizzato il sogno di una vita, portando 456 opere alla Fondation Vuitton di Parigi, dentro le vele di vetro disegnate dall’amico Frank Gehry per il patron Bernard Arnault. Do remember, they can’t cancel the spring, recita il motto del pittore britannico che campeggia sulla facciata progettata dall’archistar. E la primavera di questo artista sembra davvero non sfiorire mai. Nonostante gli ottantotto anni compiuti il 9 luglio scorso, le fragili condizioni di salute, la sedia a rotelle, due persone che lo assistono giorno e notte.
Parigi. Per tutta l’estate l’omaggio al vero re d’Inghilterra è continuo. Una celebrazione laica inaugurata in aprile dalla première dame Brigitte Macron: una fila lunga migliaia di visitatori, che sfidano il caldo per immergersi nei colori e scattare selfie: l’ha fatto anche Beyoncé, qualche giorno fa. Se a Roma, in questi mesi, la star si chiama Caravaggio, a Parigi il record lo batte David Hockney, che ha realizzato il sogno di una vita, portando 456 opere alla Fondation Vuitton di Parigi, dentro le vele di vetro disegnate dall’amico Frank Gehry per il patron Bernard Arnault. Do remember, they can’t cancel the spring, recita il motto del pittore britannico che campeggia sulla facciata progettata dall’archistar. E la primavera di questo artista sembra davvero non sfiorire mai. Nonostante gli ottantotto anni compiuti il 9 luglio scorso, le fragili condizioni di salute, la sedia a rotelle, due persone che lo assistono giorno e notte.
David Hockney ritratto alla scrivania. Lo scatto è datato 29 aprile 2010
All’inaugurazione nella capitale francese, il suo posto delle fragole, dove da giovane sperimentò le prime libertà, si è presentato impeccabile con il completo di tweed scozzese, la cravatta ocra e una spilletta gialla appuntata con la scritta End Bossiness soon, un attacco all’autoritarismo dilagante, «ai tanti piccoli Hitler che ci sono in giro», ma anche a chi gli ingiunge di non fumare. È la stessa mise del suo ultimo autoritratto: Play Within a Play Within a Play and Me with a Cigarette. Con quella eterna sigaretta tra le dita, censurata dalla pubblicità nel metrò. «Una follia, sono un fumatore felice, stufo delle persone saccenti che ti dicono cosa devi o non devi fare», è il suo commento secco. «Questa è la più grande mostra che abbia mai fatto. Quando abbiamo cominciato a lavorarci, due anni fa, non ero sicuro di poter essere qui».
E invece, superato in auto il canale della Manica, ci è riuscito. David Hockney 25, a cura di Suzanne Pagé e Sir Norman Rosenthal, è la principale attrazione del Bois de Boulogne fino al 31 agosto, con opere arrivate da quaranta tra istituzioni museali e collezioni private, grazie a cifre assicurative milionarie: «Ho scelto di concentrarmi sugli ultimi venticinque anni della mia carriera, ispirato dai periodi vissuti nello Yorkshire, a Los Angeles, in Normandia e infine a Londra. A pochi artisti è capitato di disegnare e dipingere per più di sessant’anni gli stessi temi e le stesse persone». In una sala tutta blu, le pareti sono piene di una sessantina di ritratti di amici e familiari, frequentatori abituali di casa: il compagno JP, la sorella Margaret, Frank Gehry, e poi nipoti, infermieri, aiutanti.
C’è la designer Celia Birtwell, presente all’inaugurazione parigina, da più di mezzo secolo risulta una presenza fissa sulle tele del pittore inglese: con l’ex marito Ossie Clark si affaccia dal capolavoro arrivato direttamente dalla Tate Britain: Mr and Mrs Clark and Percy (1971), ovvero I coniugi Arnolfini di Van Eyck in versione anni Settanta con tanto di moquette, votato come il quadro preferito dalla nazione. «Il lavoro di Hockney è il suo diario – dice Celia – Quando opera, non esistono musica, né altre distrazioni. Ci sono solo lui e le sue espressioni facciali. Niente chiacchiere. Nessuno mi ha guardata così e per tutti questi anni».
In cornice c’è la popstar Harry Styles, ma manca il re Carlo III, che pure è andato a fare visita al maestro a fine marzo, nell’abitazione di Marylebone. «Abbiamo chiacchierato amabilmente per un’ora. Ma io ritraggo per lo più amici. Devo conoscere bene i miei soggetti. Non accetto commissioni. Non mi interessa compiacere, ma catturare qualcosa in chi ho davanti. Inizio dal naso e dagli occhi. Come gli alberi, siamo simili, ma alla fine tutti diversi. Parte tutto dalle prime linee tracciate: il disegno è fondamentale. Edvard Munch diceva che la fotografia non può competere con la pittura perché non ha a che fare con il paradiso e l’inferno, ma solo con il qui e ora. La pittura resta più importante di tutto».
Lui stesso una volta si trovò a posare per Lucian Freud che aveva decisamente un altro stile, altro che silenzio totale durante le sedute. «Posai per Freud per quattro mesi, nella sua casa di Notting Hill, ogni giorno. Mentre dipingeva, spettegolavamo. Lucian amava rappresentarsi in chiave dark, ma era anche timido». Il collega di una decina d’anni più anziano, morto nel 2011, ricambiò il favore del ritratto, ma con una tempistica decisamente diversa: riuscì a restare fermo davanti a David un solo pomeriggio, per poche ore.
Per fortuna la velocità e la memoria visiva sono state di aiuto a Hockney, che può vantare un carattere decisamente migliore di quello del nipote di Sigmund e un entusiasmo che non è cambiato: «Guardare è stata la gioia più grande di tutta la mia vita».
Il mercato, c’è da dire, ha sempre apprezzato. Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) del 1972 è stato battuto all’asta nel 2018 da Christie’s per 90,3 milioni di dollari e qui a Parigi risulta l’opera più fotografata. Non solo perché ormai si trova lontano, a Taiwan, dove è di proprietà della Yageo Foundation Collection, ma anche perché si tratta di uno dei quadri più riprodotti del pianeta: campeggiava persino, in versione equina, in BoJack Horseman, la serie animata con protagonista un attore cavallo sul viale del tramonto, che lo esponeva appeso in salotto. Il soggetto è legato alla fine della storia d’amore del pittore con il fotografo Peter Schlesinger, l’uomo in piedi a bordo vasca che guarda il nuotatore immerso nell’acqua e che è stato modello di una manciata di capolavori alla fine degli anni Sessanta. Le piscine californiane di Hockney hanno segnato l’immaginario della seconda metà del Novecento e oltre. «Mentre sorvolavo Los Angeles per la prima volta, ho guardato giù e ho visto piscine blu ovunque. Mi sono reso conto che in Inghilterra una piscina rappresentava un lusso, mentre lì non lo è, a causa del clima. Poi, più in generale, sono stato attratto dal problema di dipingere l’acqua: volevo trovare un modo per farlo. È interessante cercare di rappresentare l’acqua, di descriverla, perché può essere qualsiasi cosa, è una sorta di vuoto da riempire».
A Bigger Splash (1967), che cattura l’effetto di un tuffo, è anche il titolo di un documentario di culto degli anni Settanta sull’artista, girato da Jack Hazan, e di un film di Luca Guadagnino. Senza la luce zenitale e i completi eleganti delle tele di re David, forse non avremmo visto alcune scene della serie televisiva Mad Men o A single man di Tom Ford, che non a caso, ha portato al cinema un romanzo autobiografico di Christopher Isherwood, amico del pittore e da lui ritratto sul divano della casa di Santa Monica con il compagno Don Bachardy: anche questo dipinto, manco a dirlo, è atterrato in questi mesi alla Fondation Vuitton da una collezione privata. La mostra ha rilanciato le quotazioni. Lo scorso giugno, durante Art Basel, la madre di tutte le fiere del contemporaneo, Mid November Tunnel (2006), un paesaggio del natio Yorkshire, è stato venduto dalla galleria Annely Juda Fine Art per una cifra che si aggira attorno ai 17 milioni di dollari, diventando così l’opera più costosa di questa edizione.
Hockney dipinge ogni giorno, nonostante le condizioni fisiche precarie: dalle quattro alle sei ore. La passione è quella di sempre, così come il desiderio di nuove scoperte. Alla Fondation Vuitton, una delle sorprese della mostra è la Moon Room: si entra in una sala buia per essere circondati da quindici paesaggi notturni realizzati con l’iPad in Normandia, tra il 2020 e il 2023. La luce della luna rischiara l’ambiente. L’idea è nata per caso, come lo stesso artista ha spiegato: «Una notte, sono andato in bagno senza accendere la luce. C’era solo questa luna che si stagliava in mezzo all’oscurità. “Che meraviglia”, mi sono detto. “Devo disegnarla subito!”. Così sono tornato a letto e ho preso l’iPad che ha lo schermo retroilluminato con cui puoi lavorare al buio. Mi sono accorto che l’effetto che volevo ottenere era adatto al mezzo. Non avrei potuto fare lo stesso con gli acquerelli e la carta, avrei avuto bisogno di un’altra fonte di luce».
Sir Norman Rosenthal, segretario della Royal Academy di Londra dal 1977 al 2008, si aggira tra i capolavori degli ultimi anni dell’amico di una vita: «Con David ci siamo conosciuti nel 1964. Oggi il suo corpo è fragile, ma ha una memoria e una testa eccezionale. È un uomo che ha trovato la felicità nel dipingere. Se guardiamo al suo contributo dato all’arte negli ultimi settant’anni, non troviamo nessuno di un livello del genere. Possiamo paragonarlo solo a Pablo Picasso, per la varietà e la prolificità. È inglese, ma è un maestro del mondo. Se pensi alla California, pensi a lui. Nessuno ne ha saputo rendere i colori così. Dopo la Normandia, dove si era ritirato negli ultimi anni, è tornato a Londra per dipingere ancora e ancora». Il rapporto con la storia dell’arte è costante. Al piano più alto dell’edificio di Gehry, un grande muro riproduce centinaia di immagini scelte da Hockney per riflettere su cinque secoli di pittura. Nella “zona” a cavallo tra Ottocento e Novecento, Van Gogh fa capolino 29 volte, segue Cézanne e poi tutti gli altri. Dall’olandese ha mutuato spesso le pose dei personaggi, gli oggetti, i girasoli, il modo di accostarsi al paesaggio. Come testimoniano le stanze in cui la natura normanna o della campagna dello Yorkshire prendono il sopravvento, con il succedersi delle stagioni. «Van Gogh venerava la natura. Forse era infelice, ma questo non traspare dalle sue opere. Ci saranno sempre ragioni per intristirci. Ma dovremmo essere gioiosi nel guardare il mondo, come faceva lui».
Nelle ultime sale, due acrilici su tela dai colori accesi rappresentano altrettante visioni. Sono dipinti metafisici che si ispirano a un acquerello di Edvard Munch, con l’astronomia, la storia e la geografia personificate, e a un altro di William Blake con Dante e Virgilio all’ingresso del Purgatorio. Per la prima volta, Hockney non riprende la realtà concreta. L’acqua non è quella delle piscine, ma di un oceano che non esiste in natura. L’albero non è dello Yorkshire, ma sembra quello del giardino dell’Eden, come suggeriscono le figure nude attorno. Su entrambi i dipinti si nota il messaggio ripreso da un articolo del New York Times letto venticinque anni fa: Less is known than people think, si sa meno di quanto si pensi. «Sono quadri sulla fine della vita», dice Rosenthal. Hockney non commenta direttamente: «Alcuni pensano di dover vivere per sempre. Che cosa ridicola. Io non penso così. Ho ottantotto anni. Per me è decisamente abbastanza».
LA MOSTRA
David Hockney 25, curata da Suzanne Pagé e Sir Norman Rosenthal, alla Fondation Vuitton di Parigi, riunisce più di 400 opere (dal 1955 al 2025) del pittore britannico, concentrandosi in particolare sugli ultimi venticinque anni di produzione. Si tratta della più grande esposizione mai dedicata all’artista Resta aperta fino al 31 agosto