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Simone Cantarini, l’inquieto Barocco

Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma, mostra al Palazzo Ducale di Urbino 

 

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Al Palazzo Ducale di Urbino va in scena il pesarese, allievo geniale e ribelle di Guido Reni. Abile ritrattista, ottimo incisore la morte precoce gli impedì di essere ricordato tra i grandi
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Simone Cantarini aveva appena trentasei anni quando è morto – come Raffaello, Parmigianino e Toulouse-Lautrec. Il suo nome, però, è caro soprattutto agli esperti e agli amatori dell’arte barocca. La mostra Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma, a cura di Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa, appena inaugurata a Palazzo Ducale di Urbino e visibile fino al 12 ottobre, è l’occasione perché finalmente lo scopra, o lo riscopra, anche un pubblico più ampio. Ventotto anni dopo le ultime monografiche di Pesaro e Bologna (curate da Andrea Emiliani e arricchite dagli studi di Raffaella Morselli), la mostra si prefigge di valorizzare il contesto storico e culturale in cui il Pesarese fiorì e di offrire una rassegna esaustiva della sua opera: dalla prima commissione a diciott’anni (la pala d’altare per la chiesa della sua parrocchia di Pesaro, nella quale si raffigurò nei panni di san Terenzio), fino ai profani Ercole e Iole e Erminia tr…

Simone Cantarini aveva appena trentasei anni quando è morto – come Raffaello, Parmigianino e Toulouse-Lautrec. Il suo nome, però, è caro soprattutto agli esperti e agli amatori dell’arte barocca. La mostra Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma, a cura di Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa, appena inaugurata a Palazzo Ducale di Urbino e visibile fino al 12 ottobre, è l’occasione perché finalmente lo scopra, o lo riscopra, anche un pubblico più ampio. Ventotto anni dopo le ultime monografiche di Pesaro e Bologna (curate da Andrea Emiliani e arricchite dagli studi di Raffaella Morselli), la mostra si prefigge di valorizzare il contesto storico e culturale in cui il Pesarese fiorì e di offrire una rassegna esaustiva della sua opera: dalla prima commissione a diciott’anni (la pala d’altare per la chiesa della sua parrocchia di Pesaro, nella quale si raffigurò nei panni di san Terenzio), fino ai profani Ercole e Iole e Erminia tra i pastori, creati nei suoi ultimi anni.

Il pittore ci viene subito incontro nell’Autoritratto con taccuino e lapis. Nemmeno trentenne, bruno, le labbra dischiuse ombreggiate da un filo di baffi, lo sguardo assorto, le mani in movimento, come colto nell’intimità dei suoi pensieri. Non ostenta gli arnesi del mestiere ma la matita nella mano destra disegna qualcosa. Il volto a fuoco; allo stato di abbozzo, o non finito, abito e sfondo, con disinvolta sprezzatura; sulla tela l’evanescenza di un pentimento. Non ci appare “più brutto che bello”, come asserisce nel 1678 il suo primo biografo, l’abate Malvasia, che – secondo le convenzioni estetiche del tempo – considerava un difetto i capelli scuri e il colorito olivastro. La descrizione malevola del suo aspetto fisico è però influenzata dal giudizio morale. Malvasia, avvincente narratore della vita del divino Guido Reni, di cui Simone fu l’allievo più dotato e indipendente, ne evidenzia soprattutto il carattere superbo: polemico, avido di denaro, bugiardo, traditore, «facile a deludenti avventure amorose» e sempre «distratto da qualche passione», maldicente e presuntuoso («pretendeva d’essere considerato un maestro ancor prima d’entrar nella scuola») – ribelle a ogni autorità. Insomma, il tipico uomo del Seicento, educato al rispetto della gerarchia, ma incitato alla rivolta dalla coscienza altera del proprio valore.

Simone Cantarini, Ecole e Jole (in mostra al Palazzo Ducale di Urbino)

 

Talento precoce, provvisto di fervida invenzione, smanioso di emulare e superare i maestri, Cantarini - che si era avvicinato alla pittura coi tardomanieristi Pandolfi e Ridolfi, e aveva completato la formazione a Venezia, presso Palma il Giovane e Sante Peranda - mantenne sempre un forte radicamento nelle Marche, pur se si trasferì a Bologna e poi a Roma. La mobilità “diagonale” alimentò il suo patrimonio visivo, l’eclettismo, e l’abilità di alternare registri stilistici. Assimilate le opposte tendenze dell’arte a lui contemporanea - il cromatismo veneto, il classicismo di Barocci, Raffaello e Reni e il naturalismo di Annibale Carracci e dei caravaggeschi Gentileschi e Guerrieri - seppe sintetizzarle liberamente e in modo personale. Valido disegnatore (e incisore eccellente), creava sulla carta figure singole, che poi componeva sulla tela con pennellate veloci. Ma l’inquietudine contraddiceva la facilità e la rapidità d’esecuzione, portandolo spesso a modificare e correggere. La vaghezza, la sensualità e la grazia malinconica delle sue figure lo resero beniamino di aristocratici e raffinati collezionisti, che lo supportarono in vita e dopo la morte raccolsero le sue opere. Realizzava prevalentemente quadri da stanza, di devozione privata, ma ben maneggiava anche il maggior formato della pala, come attesta l’Immacolata Concezione.

Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma al Palazzo Ducale di Urbino

 

Della sua virtù di ritrattista testimonia invece la formidabile effigie del cardinale Antonio Barberini, nipote di Urbano VIII e legato apostolico a Urbino negli anni di transizione fra la fine della dinastia Della Rovere, e la devoluzione allo stato pontificio del glorioso ducato che aveva plasmato la cultura del Rinascimento (appena morto Francesco Maria II, Antonio Barberini spogliò il Palazzo Ducale dei suoi capolavori, incamerando anche il famoso studiolo di Federico da Montefeltro). Del potente nipote del papa, prelato acerbo e giovane, il pittore, pure più giovane, seppe cogliere il fascino magnetico. Ma ancor più stupisce il Ritratto di Eleonora Albani Tommasi: uno dei più straordinari del Seicento. Cantarini raffigura la ricchissima signora nella sua disadorna vecchiaia, con un grembiule da contadina e il rosario fra le mani, con un realismo che sarebbe rivoluzionario anche nell’Ottocento. Altrettanto naturale, magro, pallido e provato, appare Guido Reni stesso, nel ritrattino - quasi “uno scatto rubato” - realizzato da Simone nel periodo in cui fu suo allievo a Bologna. Il rapporto col maestro, oscillante tra devozione e contestazione aggressiva, si incrinò quando Simone declinò la proposta di diventare il suo incisore di riferimento (un onore che lo avrebbe però imprigionato nel ruolo di copista), e si ruppe definitivamente nel 1637, quando prese a criticarlo in pubblico e rifiutava di accettare le sue correzioni.

Altrettanta maestria nel raffigurare la senilità rivelano i “Santi, umanisti e filosofi” della terza sezione. Andrea, Pietro, Giuseppe, Girolamo e Matteo sono pretesti per variazioni sul tema del senex. Si apprezza soprattutto la natura morta di libri nel San Girolamo in meditazione, proveniente dalla Fondazione Bemberg di Tolosa. La frequenza con cui il Pesarese dipinse il santo intellettuale rivela forse anche la sua ambizione di elevarsi socialmente: aspirante poeta amico di poeti (come Tassoni e Achillini), sperava di pubblicare un volume di suoi versi. Squisita poi la spontaneità del San Matteo di Palazzo Venezia, nel quale il vecchio apostolo canuto e saggio indica qualcosa sul volume al tenerissimo angelo che gli scuote la spalla.

Simone Cantarini, San Girolamo (in mostra al Palazzo Ducale di Urbino)

 

Tenerezza, naturalezza e intimità caratterizzano anche le “Elegie sacre” della seconda sezione, che riunisce sacre conversazioni e sacre famiglie: quadri di enorme fortuna, replicati e variati poi da lui stesso e dall’attivissima bottega, in cui operavano i dotati allievi Torri e Pasinelli (le loro mani talvolta indistinguibili dalla sua). Alcuni, come la Madonna della Rosa, attestano l’attento studio di Raffaello, durante il suo misterioso soggiorno romano (non suffragato da prove documentarie, certamente avvenne fra il 1639 e il 1642). I biografi sostengono che Cantarini visse clandestinamente nell’Urbe, senza poter nemmeno rivelare d’essere pittore a causa delle minacce di morte di un marchese suo ex mecenate, che lo avevano indotto ad allontanarsi da Bologna. Tuttavia, protetto da Antonio Barberini, Simone vi tornò, per prendersi il posto di primo pittore della città, lasciato vacante dalla morte di Reni.

Ma nel 1648 Carlo II di Gonzaga Nevers lo chiamò a Mantova – altro stato in agonia, di cui otto anni dopo avrebbe venduto il titolo a Mazzarino – perché gli facesse il ritratto. Simone s’installò «con troppo sfarzo», si inimicò il duca e la commissione gli fu tolta. Dovette spostarsi a Verona, dove si spense - forse avvelenato da un rivale, o per ordine del duca. Federico Zeri si chiedeva cosa sarebbe diventato Cantarini se non fosse morto così presto. I curatori rispondono, e la mostra lo conferma: uno dei più grandi maestri del Seicento europeo.

La mostra – Le opere di Simone Cantarini nell’allestimento della mostra Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma al Palazzo Ducale di Urbino fino al prossimo 12 ottobre. La mostra urbinate è a cura di Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa

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