50 anni di Saturday Night Live: in missione per conto della comicità
di Gianni RiottaUn momento del Saturday Night Live del 23 aprile 1977 con Jeanette Charles nei panni della regina Elisabetta
New York
In principio era Johnny Carson, con i quattro divorzi e le battutacce sugli alimenti da pagare alle mogli, comico dalla faccia da ragazzino dell’Iowa, a far ridere gli americani dal 1962 – Kennedy è alla Casa Bianca – al 1992 di Bush padre. La rete tv Nbc vuole cambiare e progetta un format al passo con il cinismo post scandalo Watergate e sconfitta in Vietnam. L’11 ottobre 1975 le televisioni inquadrano dunque George Carlin in blazer, Dan Aykroyd con pantaloni a zampa d’elefante e Chevy Chase a far le capriole e mezzo secolo dopo lo show Saturday Night Live, sopravvive a nove presidenti, guerre nei Balcani, Iraq, Afghanistan e social media. Dichiarato morto da generazioni di critici burbanzosi ritorna ogni settimana, bisnonno che se la ride di TikTok, psichiatra della nazione, gazzetta satirica della politica, famiglia di disadattati che fa sentire tutti normali.
I Blue Brothers
New York
In principio era Johnny Carson, con i quattro divorzi e le battutacce sugli alimenti da pagare alle mogli, comico dalla faccia da ragazzino dell’Iowa, a far ridere gli americani dal 1962 – Kennedy è alla Casa Bianca – al 1992 di Bush padre. La rete tv Nbc vuole cambiare e progetta un format al passo con il cinismo post scandalo Watergate e sconfitta in Vietnam. L’11 ottobre 1975 le televisioni inquadrano dunque George Carlin in blazer, Dan Aykroyd con pantaloni a zampa d’elefante e Chevy Chase a far le capriole e mezzo secolo dopo lo show Saturday Night Live, sopravvive a nove presidenti, guerre nei Balcani, Iraq, Afghanistan e social media. Dichiarato morto da generazioni di critici burbanzosi ritorna ogni settimana, bisnonno che se la ride di TikTok, psichiatra della nazione, gazzetta satirica della politica, famiglia di disadattati che fa sentire tutti normali.
I Blue Brothers
Per la conduttrice Tina Fey «Snl è specchio e martello. A volte riflettiamo il mondo. A volte lo frantumiamo». Al centro dello show il veterano Lorne Michaels, ottantenne di cui dicono «metà monaco zen, metà machiavellico», con sul cellulare i numeri diretti di Paul McCartney e Obama, «gli manca papa Prevost» scherza l’attore Bill Hader, «Lorne ha costruito la cattedrale Snl. Anche se non sempre credi nella sua religione, quando entri nella cattedrale dello studio al 30 di Rockefeller Plaza ti inginocchi». Dietro la scrivania, una foto in bianco e nero di Gilda Radner con la targhetta «Se non è divertente, meglio sia vero. Se non è vero, meglio sia divertente».
Sotto la guida di Lorne, Snl lancia gli sketch di Dan Aykroyd, John Belushi, i leggendari Blues Brothers, Eddie Murphy, che modera i toni politici per non offendere Ronald Reagan, Adam Sandler, Chris Farley, Amy Poehler, Maya Rudolph, Will Ferrell, Kristen Wiig, Kate McKinnon, Bowen Yang, facendo dire a un ex autore «È Harvard per chi fa ridere, più cocaina, ma orari da schifo».
Eddie Murphy interpreta Gumby, personaggio di argilla verde di una nota serie tv statunitense
Le battute entrano in metropolitana e ufficio, «I’m Chevy Chase, and you’re not»; Jane Curtin e Dan Aykroyd a baccagliare «Jane, you ignorant slut»; Tina Fey e Amy Poehler – migliori amiche a giorni alterni – in crociata femminista.
Quando il compianto senatore John McCain, candidato repubblicano 2008 contro Obama, seleziona la governatrice dell’Alaska Sarah Palin da vice, la Fey la imita sarcastica: «Posso vedere la Russia da casa mia!» e ne distrugge il futuro politico.
Uno scatto della partecipazione dei Rolling Stones allo show nel 1978
Arrivano poi Colin Jost e Michael Che, schizoidi amici a rimbeccarsi: «Zitto tu che vieni dal sobborgo di Staten Island», «Tu sembri uno stagista al Congresso. Io un cestista appena scacciato dalla Nba». Si ride dei Coneheads di Aykroyd, del samurai imbufalito di Belushi, di Matt Foley che vive in un furgone giù sul fiume, la gag di Stefon lesto ad annunciare «Il club più hot di New York è…», Debbie Downer commessa dei grandi magazzini Target. I dizionari registrano il grido «More cowbell», più campanacci da mucca, di Will Ferrell, il cibo porno Schweddy Balls di Alec Baldwin, The Californians, soap sui report sul traffico. «Nei migliori sketch ti senti capace di fregare il sistema» riflette Maya Rudolph, «dimentichi che ci guardano anche le suore».
Dal patriarca Gerald Ford (interpretato da Chase) Snl ha imitato ogni presidente, con acidità e tenerezza. Il Bush padre di Dana Carvey era tic aristocratici, «Not gonna do it!». Il Bush figlio di Ferrell balbettante sulla strategery politica. La povera Hillary Clinton di Kate McKinnon cantante da piano bar; Trump si è interpretato da solo una volta, poi è stato doppiato da Baldwin, rimbalzando nei notiziari di Fox News. «A Snl i presidenti vengono presi in giro e rinascono», filosofeggia Seth Meyers, «Quando ti prendono in giro, entri nel sangue della nazione».
Un episodio ispirato a Star Trek con Dan Aykroyd, John Belushi, Garrett Morris, Elliott Gould in uno sketck nel 1976
L’era populista di Trump cambia le scalette, “C’è troppa rabbia in giro” racconta l’ex autore Julio Torres. “Le battute sono più cariche, le risate scoprono fauci da predatori”. Dopo la rivolta del 6 gennaio 2021, il programma torna senza sketch, Kate McKinnon seria in conduzione: “A volte il mondo ci fa troppo paura per riderne, ma siamo qui lo stesso”. Dopo la strage dell’11 settembre era stata una commossa intervista al sindaco eroe Rudy Giuliani a confortare New York, comunità politica perduta.
Dietro le quinte i sorrisi cedono a ghigno e dolore. Belushi e Aykroyd passano di festa in festa, ma il genio Joe viene stroncato il 5 marzo 1982 a Los Angeles da un mix di eroina e cocaina, a 33 anni, dopo un party con Robert De Niro e Robin Williams. Chris Farley si lancia su un tavolo a una cena pensando di essere in uno sketch. Tracy Morgan fa a botte con un mimo per strada. Bill Murray e Chevy Chase si picchiano dietro la scena. Eddie Murphy, che salvò il programma dal declino di audience negli anni ’80, non torna per trent’anni, malmostoso. Oltre lutti e risse lo show crea amicizie, Kristen Wiig manda messaggini a Maya Rudolph ogni giorno, Seth Meyers è testimone di nozze di Andy Samberg, Bowen Yang definisce Ego Nwodim “la mia anima gemella comica”. «Snl è un campo di addestramento dei marines» dice Kenan Thompson, anziano del cast. «Se sopravvivi a Snl, sopravvivi a tutto. Anche al matrimonio».
Steve Martin al Saturday Night Live nel 1975
«Snl non era pensato per durare, non dovevamo essere Carson», ricorda James Andrew Miller, autore di Live From New York. «Eravamo ribelli con il dito medio puntato, eppure la ribellione ha avuto buon mercato in tv…».
Mezzo secolo dopo, nel Paese diviso di Trump, la saga è criticata, troppo banale, troppo woke, politicamente corretta, troppo da mamma e papà, troppo meme online: «In un mondo social è pazzesco che uno show comico live da 90 minuti abbia senso», si interroga Bowen Yang. «Ma ce l’ha, disordinato, imperfetto, vivo».
Ogni settimana, dunque, da papa Paolo VI a Leone XIV, un conduttore percorre i corridoi decorati dalle foto di Gilda, Phil Hartman, Molly Shannon, Bill Hader, con il fantasma corrucciato di Belushi nascosto forse dalle impalcature. I cartelli con le battute oscillano, Lorne dà la benedizione finale, criptica e calma, e si va in onda, la band attacca, le lucine rosse delle telecamere si accendono, qualcuno sbraita «Live from New York…». The show goes on.