Il fotografo Zed Nelson: “Della Natura non è rimasto che il sogno”
di Lara CrinòZed Nelson, Oslo Natural History Museum. Norway
Si intitola The Anthropocene Illusion il progetto, diventato anche un libro, con cui il fotografo britannico Zed Nelson ha vinto il Sony World Photography Award 2025, e che nei prossimi giorni approda a Monopoli, in Puglia, per la rassegna di fotografia PhEST. È un giro del mondo – 14 paesi in cinque continenti – nato per catturare l’illusione dell’Antropocene. Ossia il sogno malinconico che creiamo attraverso i luoghi, più o meno artificiali, in cui viene ricostruita la Natura che stiamo distruggendo: parchi a tema, riserve naturali, recinti, in cui gli animali e le piante stanno “in posa” per uno sguardo umano sempre più disabituato alla realtà dell’ambiente naturale.
Le sue sono immagini nitide di luoghi complessi, con un alto grado di artificialità. Cosa c’è al cuore di questo paradosso?
«In un’epoca caratterizzata dalla crisi ambientale ci rifugiamo in questi mondi artificiali, credo per due motivi. Il primo è che sono una maschera, un modo per nascondere anche a noi stessi ci…
Si intitola The Anthropocene Illusion il progetto, diventato anche un libro, con cui il fotografo britannico Zed Nelson ha vinto il Sony World Photography Award 2025, e che nei prossimi giorni approda a Monopoli, in Puglia, per la rassegna di fotografia PhEST. È un giro del mondo – 14 paesi in cinque continenti – nato per catturare l’illusione dell’Antropocene. Ossia il sogno malinconico che creiamo attraverso i luoghi, più o meno artificiali, in cui viene ricostruita la Natura che stiamo distruggendo: parchi a tema, riserve naturali, recinti, in cui gli animali e le piante stanno “in posa” per uno sguardo umano sempre più disabituato alla realtà dell’ambiente naturale.
Le sue sono immagini nitide di luoghi complessi, con un alto grado di artificialità. Cosa c’è al cuore di questo paradosso?
«In un’epoca caratterizzata dalla crisi ambientale ci rifugiamo in questi mondi artificiali, credo per due motivi. Il primo è che sono una maschera, un modo per nascondere anche a noi stessi ciò che stiamo realmente facendo al mondo naturale. Il secondo è che che abbiamo un desiderio autentico di connessione con la natura. Man mano che ce ne allontaniamo sempre più dobbiamo soddisfare questo desiderio in qualche modo. Il paradosso è che queste versioni artificiali diventano monumenti alle cose che abbiamo perso. C’è una terribile ironia in questo, una dissonanza cognitiva: sappiamo che la distruzione è in atto ma non riusciamo ad affrontarla. Ho pensato che fosse interessante non tanto mostrare immagini tipiche di inquinamento e distruzione, ma ciò con cui stiamo sostituendo la Natura che va scomparendo».
Zed Nelson, Walk with Lions tourist experience. South Africa
Tuttavia l’uomo ha sempre giocato con l’illusione della natura. Pensiamo agli affreschi delle ville romane che riproducono piante e animali, alle finte grotte nei giardini rinascimentali. Perché ora è diverso?
«Allora si trattava di una piccola percentuale della popolazione che poteva permettersi l’idea di non dover avere a che fare con la natura, mentre i poveri cacciavano, erano contadini, insomma vi erano immersi. Persino quando “si fingeva”, però, quando si creava un serraglio, o un museo di storia naturale, gli animali selvatici erano comunque là fuori. La differenza è che ora siamo responsabili di un danno su scala industriale: distruggiamo e feticizziamo ciò che stiamo annientando. Il senso della parola Antropocene è proprio in questa accelerazione, e l’ho trovato nei luoghi che ho fotografato».
Un parco artico. Una riserva in Kenya. Come ha scelto i luoghi, molti diversi, documentati in “The Anthropocene Illusion”?
«Ero in Norvegia e ho visitato un posto chiamato Polaria, una sorta di centro di educazione oceanica. C’erano due foche barbate in un recinto polare al coperto, con neve e rocce di fibra di vetro e una piscina d’acqua. Mi trovavo a Tromsø, vicino all’Artico, quindi le foche erano molto vicine al loro habitat naturale. Tutto ciò non aveva senso e ha instillato in me la domanda che qualche anno dopo mi ha spinto a girare il mondo per fotografare altri luoghi simili. C’è la vostra Italia in miniatura. C’è una città giardino a Singapore, con giardini pensili e fogliame che però vengno irrorati di pesticidi due volte alla settimana. Ci sono i parchi nazionali del Kenya, in cui al turista viene offerta una sorta di esperienza di consumo confezionata. Al mattino si fa una colazione con champagne in stile La mia Africa, e si guardano questi animali. Ma gli animali così diventano attori, diventano dei performer, messi lì a rappresentare gli ultimi della loro specie. Non ho niente contro i safari o i parchi naturali, ma se li utilizziamo come un’illusione per nascondere il fatto che tutto il resto viene annientato, credo ci sia un problema».
Zed Nelson, Italy in Miniature, Italy
Lei crea immagini per raccontare il presente. L’arrivo dell’IA è una minaccia al suo modo di fare fotografia?
«Penso che ancora non sappiamo come ci influenzerà, non sappiamo quanto possa essere distruttiva o pericolosa. Però già ci rendiamo conto, ad esempio quando scorriamo Instagram, che ci chiediamo continuamente se quel video, quella foto è reale. Pormi questa domanda mi rende meno interessato perché c’è qualcosa di meraviglioso nella realtà, è questo che la rende forte. Una delle cose fondamentali della fotografia è che quando la guardiamo proviamo un senso di meraviglia, shock, stupore o sorpresa perché stiamo vedendo qualcosa del mondo. E se non crediamo più che sia reale o vero, quel senso di meraviglia viene distrutto. Questo sarà il problema principale, perché già ora stiamo assistendo a un rapido deterioramento della fiducia in ciò che vediamo e sentiamo. Io ho iniziato come fotoreporter. Resterò fedele alla realtà».