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Francesco De Gregori: “Dai camerini alla stanza d’albergo, vi racconto dove ho scritto Rimmel”

Francesco De Gregori: “Dai camerini alla stanza d’albergo, vi racconto dove ho scritto Rimmel”
Il cantautore festeggia il mezzo secolo dell’album e lo porta in tour. E ricorda quegli anni: “Nel 1976 subii un processo politico solo perché votavo per il Pci. Nessuno mi ha mai chiesto scusa”
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Roma – Se qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure, questa è una traccia di Rimmel. Ognuno ha la sua. Ed è più vero adesso che questo disco immortale compie cinquant’anni, senza essere invecchiato di un mese. Tutto inizia con la foto di una donna incorniciata in un ovale tra righe bianche e nere, un ritratto in cui lei forse accennava un sorriso e non guardava. Un ritratto sgranato che sa di antico a cui Francesco De Gregori, di seguito per brevità chiamato artista, non ha mai dato grande importanza, attribuendone la paternità al grafico della Rca del tempo.

C’era però anche una prima idea legata a una foto di Marilyn Monroe — versione Andy Warhol — poi scartata. E, forse, c’è una possibile linea interpretativa di questa immagine raffinata legata all’idea di “trucco” nel suo doppio significato: quello femminile, che sottolinea il volto e lo sguardo, e quello simbolico, che ritorna sotto vari aspetti attraverso la metafora delle carte («chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente» e, poi, i famosi «quattro assi di un colore solo»). C’è anche l’idea di una predestinazione legata alla divinazione che può essere «distrutta con la fantasia», cosa tutt’altro che strana nel periodo della “fantasia al potere” e del rifiuto di un tipo di vita “sicura” (o “borghese”, come si era soliti definirla al tempo), magari come quella dei propri genitori.

Francesco De Gregori dal vivo negli anni 70 © Mondadori Portfolio via ZUMA Press

Francesco De Gregori dal vivo negli anni 70 © Mondadori Portfolio via ZUMA Press

 

Nel 1975, quella copertina andava controcorrente. Erano tempi in cui i “cantautori”, termine creato dai giornalisti e odiato dagli artisti, dovevano soggiacere a certe regole, come il cosiddetto “impegno” politico. Ma non è la direzione ostinata e contraria alle regole imposta la vera cifra di una ribellione reale e non sloganistica? È proprio questo che rende non solo Rimmel, ma tutta l’opera di De Gregori, senza tempo. Una riflessione sarcastica sul ruolo dell’artista è contenuta non a caso nella formula prima citata che dà anche il titolo a un suo album del 2008, Per brevità chiamato artista, che richiama la formula standard del contratto discografico.

Rimmel nasce così, da un’esigenza quasi inesplicabile allo stesso artista che, infatti, non ama e non desidera spiegarla, perché negli anni tanto è stato detto e non c’è cosa più noiosa del fornire un’interpretazione alle proprie canzoni. Un atto di onestà che coincide con l’avversione di De Gregori per qualsiasi forma di retorica e di autocelebrazione. Forse, può sembrare strano, il compleanno di Rimmel è esattamente questo: una non-celebrazione. In passato le sue canzoni sono state riproposte in forme a volte molto diverse da quelle che appaiono sul disco. In particolare Buonanotte fiorellino.

Una delle versioni più radicali è la versione “dylaniata” in stile Rainy Day Women #12 & 35 (il più bizzarro brano di Blonde on Blonde) che sembrava calcare la mano sulla valenza più ironica, così sottile da risultare volutamente indecifrabile: è una canzone d’amore o una presa in giro di una canzone d’amore? Vedi quella «buonanotte monetina» che molti capivano “mogliettina” (i testi non erano facilmente reperibili) e poi gli uccellini, i fiorellini. E c’è anche un’altra influenza da Dylan: la sua Winterlude in forma di valzer. Ma è poi così importante decifrare un brano? Non c’è dubbio che Rimmel sia composto di frammenti di un discorso amoroso dove però, per fortuna, cuore non fa rima con amore.

Rimmel cambiò tutto: secondo posto tra i dischi più venduti del 1975 (al primo c’è Profondo rosso dei Goblin) rimase in classifica per 60 settimane vendendo più di 400.00 copie. Da allora non ha più smesso di affascinare un pubblico che attraversa i generi e le generazioni, perché è fatto di musica e parole che non agiscono per via razionale ma emotiva: fin dalle prime note, da quel «ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo/ e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro» che restano incise nella memoria. Oggi non ascolteremmo più Rimmel se De Gregori avesse cantato «adesso puoi trovarti un altro/ e dimenticarmi per sempre», a differenza di ciò che scrivevano alcuni critici del tempo: vedi l’assurda accusa di “ermetismo” all’autore, come se la complessità fosse un difetto. La differenza tra banalità e illuminazione a qualcuno può sembrare piccola ma è un’immensità, un universo intero.

Frammenti, sensazioni, pezzi di vetro che rimangono taglienti con quella sensazione di gelosia e di rabbia frammista a malinconia, dolcezza e ricordi dai colori sbiaditi, trucchi e ferite che sono, appunto, la cifra di un amore che finisce, forse pacificato o forse no. «L’uomo che cammina sui pezzi di vetro» siamo tutti noi. E c’è il Signor Hood che ha, questa volta, un riferimento chiaro a Robin Hood e una dedica più oscura a M. (era Marco Pannella, politico capace di un pensiero non scontato), stimato ma sia pur sempre “con autonomia”, come scrive tra parentesi sotto il titolo. E persino Pablo, una canzone contro il lavoro nero che pare scritta oggi, sta al di fuori della dimensione del politico in senso stretto, rifiutando qualsiasi ammiccamento quando usa la parola «collega» al posto del militante “compagno” («il collega spagnolo non sente e non vede/ ma parla»). Mentre Le storie di ieri cita Mussolini («Mussolini ha scritto anche poesie/ i poeti che brutte creature») ma poi c’è un bambino che «guarda il muro/ e si guarda le mani» come fosse una siepe che la riporta alla dimensione infinita dell’interiorità e quel bellissimo assolo, nel finale, di Mario Schiano (De Gregori ricambierà suonando L’Internazionale nel suo Progetto per un inno).

Quattro cani è impreziosita dai vocalizzi di Lucio Dalla e la chitarra di Renzo Zenobi: non sono cani belli né dolci ma un trattato di tipologie umane. Piccola mela fa riferimento a una canzone sarda nel testo fatto di armonie vocali stranianti: arriva verso la fine del disco ed è come se il tempo fosse sospeso, tra sprazzi di luce («mi metto in tasca un piccolo fiore») e di inferi («ti portassero in piazza/ con chiodi e catene»). L’ultimo è il pezzo più noto: il musicista di Piano bar non è solo un pianista ma chiunque sia stato costretto a rinunciare a un sogno per fare qualcosa di alienante e, per questo, ha perso la magia. Farà qualsiasi cosa tu voglia, a comando, cercherà di non scontentare mai nessuno: è stato domato proprio come uno di quei quattro cani per strada, quello che «ha un padrone». Rimmel è un inno alla libertà. E forse non c’è niente da capire. Ma lascia un segno.

Cinquant’anni fa, nel 1975, usciva “Rimmel”, un disco che è stato definito una pietra miliare della musica italiana e che ha attraversato più di una generazione, passando letteralmente di padre in figlio. Adesso gli dedichi un tour che partirà entro l’autunno, “Rimmel 2025”. Hai ceduto, come molti tuoi colleghi, al fascino della celebrazione di te stesso?

«Oddio, detta così mi suona male. Preferirei chiamarla una festa di compleanno, qualcosa di più casareccio e meno impegnativo. Certo, ricordare una cifra tonda così ingombrante servirà ad attirare l’attenzione del pubblico sulle prossime date ma non ci trovo niente di male, alla fine più gente viene e più sono contenti tutti. Però mi sembra interessante notare un’altra cosa».

Cioè?

«Non sarà che tutta questa attenzione suscitata dalla musica del passato sia dovuta anche a un’eccessiva “liquidità” della musica di oggi?».

Stai dicendo che non esistono più le belle canzoni di una volta?

«Ogni tanto sento qualcosa che mi piace ma le canzoni che uscivano in quegli anni in Italia e all’estero non sono paragonabili a quello che si sente oggi: non è un caso che siano durate nel tempo. Non voglio sembrare giurassico, ma trovo più musica in un disco dei Pink Floyd o di Pino Daniele che non in un pomeriggio passato a sentire le radio o nella puntata di un talent show. Fatte salve naturalmente le dovute eccezioni».

Tipo?

«Mi è piaciuto molto Ghali al Festival di Sanremo di due anni fa, poi naturalmente me ne piacciono anche altri ma mi sembra antipatico fare un elenco. Direi che, in generale, il rap o la trap non rientrano dei miei gusti, è anche inevitabilmente una questione di anagrafe. E nemmeno il pop. Però, a parte i generi musicali, trovo che ci sia ormai un conformismo sonoro che mi manda ai matti. Sento sempre dietro gli artisti la mano implacabile del produttore, tutti allineati sugli stessi suoni, gli autori quasi sempre gli stessi, le voci appiattite da un uso esagerato dell’autotune…».

Esiste però anche una produzione musicale indipendente che va fuori da questi canoni.

«Certo, quando è davvero indipendente sì: ma spesso l’etichetta “indie” è una copertura. Gli artisti veramente non allineati li conosco, esistono, ma trovano molta difficoltà a lavorare. Non mi sembra che le case discografiche o le radio o i promoter abbiano voglia di incoraggiare le novità o le stranezze. Lavorano più che altro su certezze consolidate. Siamo sicuri che, se oggi arrivasse uno come Enzo Jannacci, gli farebbero fare un disco?».

Direi, purtroppo, che sarebbe molto difficile. Ma torniamo a “Rimmel”: com’è nato?

«In un enorme studio della Rca di Roma che veniva usato per registrare le orchestre di musica classica. Era considerato poco adatto alla musica pop e nessuno voleva usarlo. Io mi ci ritrovai dentro proprio per questo, perché il disco venne registrato in maniera semiclandestina e quello studio era sempre libero e potevo infilarmici senza dare troppo nell’occhio».

Cosa vuol dire «in maniera semiclandestina»?

«I miei produttori di allora pensavano che un cantautore dovesse fare un disco solo con la chitarra per corrispondere all’immagine romantica dell’artista solitario e vagabondo. Io, invece, sentivo che le nuove canzoni andavano suonate con un gruppo e allora, senza dare nell’occhio, avevo chiamato dei musicisti che bazzicavano gli studi cominciando a registrare senza dire niente ai miei capi, i quali all’inizio si arrabbiarono anche parecchio. Può sembrare incredibile, ma la Rca era come un grande ministero dove è sempre facile che qualcuno possa nascondersi. E così andò».

Ma chi ha suonato in quel disco? La copertina è avara di crediti.

«C’era un gruppo base che si chiamava Cyan e che in quel periodo accompagnava Riccardo Cocciante; poi chiamai altre persone, amici come Mario Schiano, Renzo Zenobi, Roberto Della Grotta al contrabbasso. Forse su un paio di tracce suonò anche Ivan Graziani ma non ne sono sicuro. Lo registrammo in varie sessioni, ogni tanto me ne andavo a fare le mie serate e quando tornavo riprendevamo il lavoro. Avevamo a disposizione una tecnologia molto elementare, poche piste su cui incidere gli strumenti e quindi si suonava molto in diretta. Se una cosa veniva male, non si poteva correggere più di tanto e infatti se ascolti il disco ti accorgi che è pieno di imperfezioni. Lo mixammo in due, io e il fonico Ubaldo Consoli. Non c’erano computer allora… ricordo le nostre venti dita sul banco a manovrare gli strumenti, uno a uno, e tutte le volte che sbagliavamo qualcosa bisognava ricominciare da capo. Oggi in camera sua un ragazzo con un computer e un microfono e una tastiera può permettersi molto di più».

Le canzoni come sono nate?

«Buonanotte fiorellino l’avevo scritta mentre stavo in Sardegna con Fabrizio De André a lavorare al suo disco Volume 8, Rimmel la scrissi metà nei camerini di uno studio televisivo a Milano e l’altra metà sempre a Milano, credo in una stanza d’albergo. Le altre non mi ricordo esattamente quando né dove, ma di certo dovevo essere molto ispirato. Mi chiedo spesso come mi siano venute, dove io abbia trovato quella capacità espressiva, quel linguaggio così strano per quei tempi. E poi avevo solo 23 anni, nemmeno pensavo che avrei continuato a fare il musicista. Però attraversavo uno stato di grazia che adesso mi stupisce».

Il disco poi piacque ai tuoi capi?

«Sì, molto. E fecero anche molto per lanciarlo».

E la critica?

«Non mi ricordo ci siano state ovazioni, ricordo invece critiche molto aspre da parte di giornali e di riviste vicine alla sinistra extraparlamentare, come si diceva allora».

Perché?

«Per alcuni Rimmel non era un disco abbastanza militante, quasi che lo fossero stati quelli che avevo fatto prima: ma la verità è che ero diventato improvvisamente popolare e questo dava fastidio ai tanti che fino ad allora si erano sentiti una piccola cerchia di intenditori privilegiati e che ora venivano scavalcati. Poi c’era l’idea che avessi cominciato a guadagnare molti soldi e che questo fosse incoerente col mio essere di sinistra. E, se vogliamo essere cattivi, aggiungiamoci anche un po’ di invidia».

Fu in questo clima che avvennero gli incidenti del Palalido di Milano del 1976, dove venisti contestato dai gruppi di autonomia operaia?

«In parte forse sì, ma fondamentalmente quello fu solo uno dei tanti episodi che si registravano nei concerti di allora e che avvenivano in parallelo a fatti di vero e proprio terrorismo, scontri di piazza, gambizzazioni, omicidi. Solo che la mia fu più grave di altre contestazioni analoghe perché quella sera si andò oltre. Venni minacciato fisicamente e subii a tutti gli effetti un sequestro di persona: il famoso “processo proletario”. Oggi che è passato tanto tempo lo definirei come qualcosa a metà fra un’aggressione squadrista e una serata futurista».

Ricordarlo oggi ti dà ancora dolore?

«Oddio, dolore è un parolone. Certo che per me fu un disastro sia dal punto di vista psicologico che da quello professionale perché dovetti interrompere la tournée promozionale del nuovo album Bufalo Bill, che era appena uscito, e le vendite ne risentirono. Oggi mi dà fastidio il fatto che in tanti anni trascorsi non ci sia stata una, fra quel centinaio di persone, che mi abbia cercato per spiegarsi o magari chiedermi scusa. Eppure, non è difficile trovarmi. Mi consolo pensando che le canzoni che cantavo quella sera hanno ancora un senso oggi, mentre le farneticazioni di quelli che mi contestavano sono archeologia».

Hai detto che eri di sinistra: cosa intendi?

«Tutti i giovani erano di sinistra allora, tranne quei pochi di destra. Io votavo per il Pci e non ne facevo mistero, ma già questo per molti era una pericolosa deriva borghese. Non dimentichiamo che mancava un anno alla contestazione a Luciano Lama all’Università di Roma e poco più di due al sequestro Moro. Quelli erano i tempi e io ci stavo dentro».

Il tuo ufficio stampa mi ha pregato di non farti domande di politica.

«E ha fatto bene: i giornalisti piuttosto dovrebbero andare dai politici a fargli domande sulla musica, chiedergli ad esempio perché, al contrario di cinema e teatro, il nostro mondo non gode di sovvenzioni pubbliche o di incentivi fiscali».

Io pensavo alla politica in senso più generale, a quello che accade oggi nel mondo: le guerre, l’immigrazione, i dazi…

«Molti artisti amano schierarsi pubblicamente, farsi portavoce di qualcosa, e io li rispetto. Ma a volte c’è troppa superficialità. Oggi basta che dal palco dici qualcosa contro Trump e scatta l’applauso. Ma io chi sono per dare la linea? Il mondo è più complesso di quello che vogliamo credere o far credere e non voglio influenzare la gente, facendo leva sulla mia dimensione pubblica. Dividere il bene dal male è sempre più difficile. E io, come dice Dylan e prima di lui Walt Whitman, “contengo moltitudini”: non ho un pensiero unico, e mi va bene così».

Come sarà “Rimmel” dal vivo? Farete tutte e nove le canzoni del disco?

«Sì. E sarà una sorpresa al contrario: la gente che viene alle mie serate è abituata, o rassegnata, a sentirmi cambiare gli arrangiamenti. Questa volta invece abbiamo deciso di rimanere molto vicini alle versioni dell’album: dobbiamo rispetto a questo vecchietto. Abbiamo cominciato a fare un po’ di prove e non vengono per niente male».

Le date: 23 agosto all’Arena della Regina di Cattolica (Rimini); 26 agosto al Dolmen Summer Fest di Bisceglie (Barletta-Andria-Trani); 28 agosto al Teatro al Castello di Roccella Jonica (Reggio Calabria); 30 agosto in Piazza dei Cavalieri a Pisa; 4 settembre alle Cave Del Duca di Lecce; 6 settembre allo Sferisterio di Macerata; 10 settembre al Teatro Antico di Taormina; 15 settembre in piazza Carlo di Borbone alla Reggia di Caserta; 24 settembre all’Arena di Verona.

Per tutte le informazioni: friendsandpartners

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