Ivano Dionigi: “Solo i classici ci insegnano il senso del limite”
di Antonio GnoliIvano Dionigi in un disegno di Riccardo Mannelli
Mi è accaduto di leggere Magister (edito da Laterza) il nuovo libro di Ivano Dionigi e avvertirvi un senso di gratitudine a una vita che si mostra aperta al passato. Al proprio, ma altresì a quello che Ivano ha incontrato in forza dei suoi studi e delle sue letture, dedicati ai classici greci e soprattutto latini. Sembra di stare in un mondo parallelo nel quale accadono cose che ci riguardano ma di cui abbiamo perso la cognizione e di cui non comprendiamo più il senso. Ogni epoca ha i propri codici, le proprie avventure intellettuali: la nostra immola gli dèi del passato al dio dello sconfinamento. Un sovrano che la modernità conosce bene. Ma quel bisogno di superare il limite è oggi diventato patologico: «Mi chiedo se in questo sconfinamento, in questa continua infrazione del limite, non stiamo anche noi scrivendo una sorta di prologo tragico», osserva Dionigi.
Mi è accaduto di leggere Magister (edito da Laterza) il nuovo libro di Ivano Dionigi e avvertirvi un senso di gratitudine a una vita che si mostra aperta al passato. Al proprio, ma altresì a quello che Ivano ha incontrato in forza dei suoi studi e delle sue letture, dedicati ai classici greci e soprattutto latini. Sembra di stare in un mondo parallelo nel quale accadono cose che ci riguardano ma di cui abbiamo perso la cognizione e di cui non comprendiamo più il senso. Ogni epoca ha i propri codici, le proprie avventure intellettuali: la nostra immola gli dèi del passato al dio dello sconfinamento. Un sovrano che la modernità conosce bene. Ma quel bisogno di superare il limite è oggi diventato patologico: «Mi chiedo se in questo sconfinamento, in questa continua infrazione del limite, non stiamo anche noi scrivendo una sorta di prologo tragico», osserva Dionigi.
Davvero l’infrazione del limite – un tempo vissuta come condizione necessaria al progresso - oggi minaccia le nostre esistenze?
«Diciamo che la violazione dei confini, del finis, ben presente nel mondo classico – si pensi a Edipo che sconfina dalle leggi del sangue, Antigone da quelle della città, Giasone da quelle della natura – è una pratica che sta mutando l’identità umana. Un nuovo Prometeo, incurante del limite, ha preso la forma dell’intelligenza artificiale. La scienza moderna – agli inizi del ’600 – stabilì il primato dell’uomo e della tecnica sulla natura. Non più sovrana né libera, la natura divenne oggetto manipolabile. Ma la tecnica era pur sempre al servizio dell’umano. Oggi quella tecnica così evoluta è al servizio di se stessa».
Essere “gettati” nel mondo della tecnica non ci offre molte alternative.
«Non posso sapere se l’intelligenza artificiale renderà migliore l’intelligenza umana oppure la sostituirà, ma so che la difesa dell’umano necessita di almeno tre cose: giustizia, politica, libertà. Senza queste tre idee guida – oggi stravolte – non ci sarà un futuro decente per tutti noi. Non ci sarà per le generazioni che verranno».
Non avranno le opportunità di quelle che le hanno precedute.
«La mia generazione poteva affidarsi a un’idea positiva di futuro. Nel mio caso, la partenza svantaggiata non mi ha impedito di cambiare in meglio la vita».
In “Magister” hai voluto raccontare le radici contadine. Il desiderio di emancipartene senza tuttavia rigettarle. Che battaglia è stata la tua?
«Ho finito la quinta elementare consapevole che ogni scelta successiva sarebbe dipesa quasi esclusivamente da me. Non c’erano possibilità economiche per proseguire gli studi. La prospettiva era di fare quello che avevano fatto mio padre e i miei nonni, cioè il contadino. Non posso dire che la mia infanzia sia stata infelice. Anzi. Ricordo la libertà e l’intensità con cui ho vissuto ogni momento di quella stagione. Ma eravamo poveri. Le scarpe, per farti un esempio, le calzavo solo per andare a scuola o la domenica a messa. Nonostante non ci fossero libri in casa e i discorsi familiari si limitassero alla vita ordinaria, mi piaceva studiare. Ero curioso, e così ricco di domande che mi tormentava la sola idea che sarei stato costretto ad abbandonare gli studi».
Racconti che ti ha “salvato” il seminario.
«Era la sola strada percorribile se volevo ottenere un’educazione all’altezza delle aspettative. Così a dieci anni entrai nel collegio di Pesaro. La lontananza da casa non mi pesava. E il fatto di vedere il mare per la prima volta mi sembrò il segno di una svolta radicale per un futuro tutto da vivere. Sì, i preti, quei preti, sono stati la mia salvezza. Grazie a loro ho potuto studiare godendo di una educazione di prim’ordine».
Quanto tempo sei restato in seminario?
«Per circa nove anni. Sono uscito alla fine del liceo, con ottimi fondamentali e ho intrapreso l’università».
A un certo punto hai immaginato una carriera ecclesiastica.
«Fu il vescovo Luigi Carlo Borromeo a pensare che avrei proseguito i miei studi all’università Lateranense. Ma non era ciò che in quel momento volevo. Si stava producendo in me una rottura».
Dovuta a cosa?
«A quello che a volte si prova, e non ti aspetti, dopo anni di impegno e di autodisciplina. Finito il liceo sentivo di aver smarrito la bussola del mio viaggio interiore. Il disorientamento e il blocco si fecero anche malessere fisico. Aiutato dal mio padre spirituale, in dissenso col vescovo, che mi pensava già a Roma, decisi di andarmene. Ormai quell’abito talare mi andava stretto. Come ogni divisa, allora come ora».
Quanto a questa rottura ha contribuito il Sessantotto?
«Ovviamente molto. Per me, che avevo deciso di intraprendere l’università a Bologna, si stava annunciando un mondo nuovo. Nuove sensazioni, nuovi desideri, nuovi impegni. Ma non solo il Sessantotto. Perché già il Concilio Vaticano II aveva posto le basi del cambiamento, in quel caso nella Chiesa. Insomma, la sensazione che avvertivo era di un Paese che si modificava e si apriva ai giovani offrendo loro opportunità impensabili prima».
Ricordi quel periodo come qualcosa di unico?
«Per me è stata l’età dell’oro. Allora il vento spingeva alle spalle, ora invece batte forte in faccia, soprattutto ai giovani, e ognuno fa parte per sé stesso. Si pensi alla parola imperante, social, che ha soppiantato il sociale».
Siamo passati dai legami reali a quelli virtuali.
«Talmente inconsistenti da farci vivere in pieno le nostre solitudini. Credo che la scuola abbia oggi un compito immane per educare quello che a tutti gli effetti è un cittadino digitale».
I libri aiutano?
«Posso dire che a me hanno aiutato moltissimo e so per certo che il loro valore può far crescere una società. Un mondo senza libri che cosa sarebbe? Mi viene in mente la distopia di Fahrenheit 451».
Più che un mondo senza libri siamo un mondo senza classici. Chi li legge più?
«Alla base della loro rimozione sta anzitutto un pregiudizio ideologico che li liquida come elitari, conservatori, al servizio del potere».
Citi Derek Walcott: i classici consolano, ma non abbastanza. Come riempiamo quell’abbastanza?
«I classici, che mi hanno tenuto compagnia per tutta la vita, sono fondativi e al contempo antagonisti del presente; loro hanno il privilegio delle domande, noi l’onere delle risposte. Ma classico, come ha detto Mandel’štàm, è ciò che ancora ha da essere».
Il classico supera la nozione di tempo. Due libri che hanno accompagnato la tua vita?
«Il De rerum natura di Lucrezio e la Bibbia».
La ragione e la fede.
«Certo, ma è più complessa la cosa».
Perché Lucrezio?
«Perché eretico e vittima della congiura del silenzio dei contemporanei, interpreta l’antagonismo dei miei anni giovanili, instaura un rapporto diretto tra le parole e le cose senza l’aggiustamento della dialettica stoica, si affida alle parole e non alle armi, fa giustizia di ogni forma di alienazione politica e religiosa, detronizza l’uomo dal centro dell’universo ipotizzando infiniti mondi possibili. Lucrezio fu per me il raccordo tra i libri e la vita».
Nel senso?
«Mi ha fatto capire che i buoni libri, i libri indispensabili, sono quelli che ti cambiano l’esistenza. Lucrezio oltre a essere il profeta della cose inaudite è il creatore delle parole inaudite. Parole mai ascoltate prima che annunciano il cambiamento e che descrivono il mondo in modo del tutto nuovo. Parole come infinitum o clinamen sono al centro della sua dottrina».
Una dottrina atea e materialista.
«Inaudita per quei tempi. La sua concezione cosmica parla di uomini formati di atomi. Uomini che fanno parte dell’universo al pari dei fiori, delle piante, dei ruscelli, degli animali. Nessun primato dell’umano, nessuna gerarchia. Tutto, per Lucrezio, è relazione e tutto gode della stessa dignità. Sembra anticipare il Cantico delle creature».
Parlavi delle “parole inaudite” di Lucrezio. Da filologo cosa sono le parole?
«Come ha insegnato Gorgia, la parola è phármakon, medicina e veleno: salva e uccide, edifica e distrugge, consola e affanna. Creatura e creatrice, custodisce e rivela l’assoluto che siamo. Non solo trasmette ma genera il pensiero: filologia è filosofia».
Mi fermerei non tanto sulla parola che rivela quanto su quella che nasconde e mente. La parola che tu stesso oggi vedi ridotta a merce.
«È la parola che incanta e tradisce il contenuto come accade nella pubblicità. È la parola che nasconde la brutalità del suo significato e diviene merce contraffatta. Lo sfruttamento si traveste da legge di mercato, la disoccupazione da flessibilità, il lavoro nero da economia sommersa; la dignità ridotta a “un decreto”, la politica a “un contratto”, la pace al “condono fiscale”. Siamo assediati da parole disoneste».
Si accennava all’inizio alla parola “finis” oltre al significato di sconfinare essa interpella la nostra fine. Rifletti spesso intorno al tema della morte. Con quale spirito la riconduci alla tua esperienza più intima?
«Ho incontrato la morte, quando mia madre se n’è andata dando alla luce mia sorella. Da quel 1963, ogni 15 febbraio mi risuona l’antifona pasquale: “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello”. Ho paura della morte, del suo freddo. Sto con Agostino, che la ritiene qualcosa di osceno e di contro natura, a differenza del mio Lucrezio e del mio Seneca, per i quali la morte è secundum naturam».
Siamo sicuri che i classici avessero una visione serena della morte?
«Non l’Achille omerico, non l’Antigone di Sofocle, non il Prometeo incatenato di Eschilo, non l’Ifigenia di Euripide; lo stesso Aristofane definisce la morte “il più insostenibile dei mali”. È stata la filosofia, come dirà Rachel Bespaloff, a silenziare il grido della dimensione tragica della vita, per cui piangere non sarà più decoroso. Ma è altrettanto vero che i classici non avevano uno sguardo sereno sulla vita, se gli uomini venivano chiamati mortales».
Hai una visione da credente o una qualche idea del aldilà? Che Dio immagini tu lettore della Bibbia?
«Sai, credente è un participio presente, che va costantemente sorvegliato. L’aldilà tendo a rimuoverlo. L’unico Dio che immagino è quello del Primo libro dei Re, dove si dice che il Signore non è né nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco: “è la voce di un sottile silenzio”. Per questo provo emozione e ammirazione per i monasteri di clausura».
Però hai avuto una vita mondana intensa: insegnante universitario, consigliere comunale, rettore. Sempre in giro per conferenze. Che cosa cerchi?
«Di fare bene quello che penso di essere in grado di realizzare. Non ho mai agito né per riscatto né per rivalsa, anche se la corsa al rettorato ha conosciuto toni e momenti di contrapposizione sociale e ideologica. In tutte le mie scelte decisivo è stato non deludere chi credeva in me e soprattutto restituire alla città di Bologna e all’università il tanto che avevo ricevuto: pagare una sorta di patrimoniale. Ho avuto la fortuna di avere come amici fratelli maggiori generosi e carismatici».
Parlavi della scoperta del mare. Hai mai sentito il bisogno del “mare aperto”, dello stare dove non ti aspetti di essere?
«L’immagine del “mare aperto” non mi è mai stata cara: forse perché vengo dalla campagna, dove le cose crescono da sole, e forse anche perché il mare nella Bibbia è un simbolo prevalentemente negativo. Potendo scegliere, preferirei attendere sotto un albero, con lo sguardo che si perde nella distesa dei campi. Come da bambino».