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Stefano Faravelli: “Contro il turismo metto in pratica la via del taccuino”

Stefano Favarelli in un ritratto di Riccardo Mannelli 

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I suoi disegni e acquerelli accompagnano ogni suo viaggio dall’Oriente all’estremo sud del mondo. Come Darwin, Delacroix e i grandi girovaghi del Grand Tour, i suoi libri sono il modo inattuale di raccontare la realtà dietro il presente
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Ho sfogliato con un senso di ammirazione Verso Capo Horn (Adelphi) di Stefano Faravelli. Di lui sapevo pochissimo, della grazia tenue dei suoi acquerelli, della minuta calligrafia con la quale integra le immagini disegnate. È un mondo favoloso e remoto dove ogni presenza rinvia a un’origine che credevamo perduta e che ogni volta egli rappresenta. Ma rappresentare è una pratica fuorviante. Se disegna una barca, lui è la barca, così un sasso, una conchiglia, un uccello, un pesce, un cielo, una casa, un volto. È tutte quelle cose senza più la distanza che l’oggetto richiede. Faravelli è uno degli ultimi e ostinati travel-painter. Una pratica dismessa dopo l’avvento impetuoso della fotografia. Restano le scaglie di una memoria che rinvia ai taccuini del Grand Tour (a Goethe e Stendhal) o alle esplorazioni scientifiche e geografiche (Von Humboldt e Darwin), meravigliose protesi dell’arte dell’immaginazione tra natura e artificio. In Verso Capo Horn racconta la Patagonia. Diversi prima di l…

Ho sfogliato con un senso di ammirazione Verso Capo Horn (Adelphi) di Stefano Faravelli. Di lui sapevo pochissimo, della grazia tenue dei suoi acquerelli, della minuta calligrafia con la quale integra le immagini disegnate. È un mondo favoloso e remoto dove ogni presenza rinvia a un’origine che credevamo perduta e che ogni volta egli rappresenta. Ma rappresentare è una pratica fuorviante. Se disegna una barca, lui è la barca, così un sasso, una conchiglia, un uccello, un pesce, un cielo, una casa, un volto. È tutte quelle cose senza più la distanza che l’oggetto richiede. Faravelli è uno degli ultimi e ostinati travel-painter. Una pratica dismessa dopo l’avvento impetuoso della fotografia. Restano le scaglie di una memoria che rinvia ai taccuini del Grand Tour (a Goethe e Stendhal) o alle esplorazioni scientifiche e geografiche (Von Humboldt e Darwin), meravigliose protesi dell’arte dell’immaginazione tra natura e artificio. In Verso Capo Horn racconta la Patagonia. Diversi prima di lui lo hanno fatto. All’esergo di In Patagonia, Bruce Chatwin pose come una gemma opaca Blaise Cendrars: «Il n’y a plus que la Patagonie, la Patagonie qui convienne à mon immense tristesse». Francisco Coloane, nato nell’isola di Chiloè, scrisse cose bellissime sulle terre poste alla fine del mondo: «Mia madre per un compleanno mi regalò un libro di Coloane sulla Terra del Fuoco, racconti di avventurieri e ribelli, di uomini in fuga nelle immense distese della Patagonia, e quel libro fu come un presentimento», ricorda Faravelli.

Quando è iniziata la passione per il viaggio?

«Quando per la prima volta ho provato il senso della meraviglia davanti a uno spazio mai immaginato prima. Non era necessariamente un viaggio ma uno stato d’animo. Una geografia interiore che mi spinse a sognare luoghi fantastici, la cui distanza ho tentato fin da bambino di colmare con il disegno».

E com’eri da bambino?

«In famiglia ho vissuto in una sorta di armonia speciale. Avevo sette anni quando per Natale mio padre mi regalò un album e matite colorate. In quel momento è nato l’incontro tra quello che provavo e ciò che avrei voluto far provare agli altri: l’emozione della scoperta».

Cosa si scopre in un mondo in cui non c’è più niente da scoprire?

«È drammatico pensare a come si è ridotto il viaggio. Non condanno il turismo, a che servirebbe? La sua dimensione planetaria vive nella bolla collettiva dell’intrattenimento e del tempo libero. Poiché tutto è déjà vu ho tentato di vedere nel noto ciò che è ignoto, nel visibile l’invisibile. Rilke disse: “Noi siamo le api dell’invisibile”. Mi piace immaginare il viaggiatore come l’ape che bottina e trasforma ciò che raccoglie o vede in miele».

Dove hai viaggiato?

«In India, in Egitto, nel Mali, in Madagascar, in Cina come in Giappone, in Messico. Ho raccontato quei luoghi fuori dal presente che molto distorce e inquina».

Lo hai fatto anche con “Verso Capo Horn”, un viaggio in barca attorno alle terre estreme della Patagonia. Che esperienza è stata?

«Come essere fuori dal mondo per capire quello che abbiamo perso sul piano delle piccole e grandi storie».

Borges diceva che la Patagonia è il luogo dove non succede niente. Come un immenso vuoto che non si può riempire.

«È stato Paul Theroux in Ritorno in Patagonia a riferire la frase di Borges: “Non troverete nulla in Patagonia, perché non c’è nulla in Patagonia”. C’è solo la vita passata. Chatwin intuì che quella terra estrema era simile a un grande archivio di oggetti unici e di vite ultime».

In fondo Chatwin ha reso pop la Patagonia.

«Come un tango di Gardel, ha trasformato la malinconia di quella terra in una musica trascinante. Sapeva cosa cercare in quel cimitero di relitti e testimonianze».

Cosa?

«C’è una pagina di In Patagonia che racchiude il presentimento del suo viaggio. Una pagina dove racconta della pelle di un brontosauro».

Un reperto appartenuto a una vecchia nonna, se non ricordo male.

«Un brandello coriaceo, con ciuffi di peli ispidi, di un animale preistorico vissuto in Patagonia, che la nonna aveva infilzato con uno spillo sullo stipite di un armadio. Da quell’infimo particolare prese vita il viaggio di Chatwin».

Il tuo viaggio in Patagonia di quali presentimenti si è rivestito?

«Il presentimento più importante — insieme ai libri di Coloane e al “gigante patagone” disegnato dal capitano Byron — lo ebbi negli anni Ottanta sfogliando una cartella di immagini fotografiche delle Ande Patagoniche».

Cosa ti colpì di quelle foto?

«La primordialità dei paesaggi: boschi millenari, ghiacciai leggendari, isole inesplorate, leoni di mare incuranti delle tempeste marine. Le foto furono scattate da Alberto Maria De Agostini: un salesiano ma anche esploratore e geografo, che andò in missione in quelle terre. Fu la nipote Roberta a mostrarmi le carte e a farmi dono di una fotografia che ho ancora appesa nel mio studio».

Che cosa intendi per presentimento?

«Un’intuizione, magari vaga e non definibile, che mi spinge a realizzare qualcosa cui non pensavo. Di solito i miei viaggi nascono così. L’emozione che provo davanti a una pagina, a un oggetto, a una storia potrà forse un giorno dischiudermi un mondo che diventerà il mio mondo. Chiamala arte delle coincidenze».

Fai tuoi questi mondi attraverso matite, pennelli, colori. Tutto quello che vedi entra nei tuoi carnet. Come riesci a lavorare visto che i luoghi in cui vai non sono facili?

«Fondamentale per me è adottare la tecnica del disegno e dell’acquarello. Sui miei taccuini riporto ciò che vedo: immagini, scrittura, calligrafia, pensiero. Ho chiamato tutto questo “la via del taccuino”».

Come fosse la via del Tao?

«Un’energia che scorre lungo tutto il viaggio e che scopri essere la stessa forza che la terra sprigiona. Una delle folgorazioni della mia vita sono stati i taccuini di Delacroix sul Marocco. Disegnava a matita e dipingeva ad acquarello. Il suo Tao era ricongiungersi all’antichità di quel mondo e di quel popolo fatto di fieri accattoni, sultani capricciosi, abili commercianti e donne bellissime».

Più o meno negli stessi anni di Delacroix, Johan Moritz Rugendas, un pittore viaggiatore tedesco, si avventurò nel Brasile e poi in quasi tutta l’America Latina, dipingendo luoghi e persone.

«I viaggi di Moritz Rugendas nascevano dalle spedizioni scientifiche. Venne ingaggiato in una di queste come illustratore. Un po’ come fece Darwin che nel suo viaggio sul Beagle, oltre a essere lui a disegnare, si servì di due artisti d’eccezione: Conrad Martens e Augustus Earle».

Anche tu hai preso parte a una spedizione scientifica.

«Feci un viaggio in Madagascar, come peintre agrégé, al seguito di una spedizione di erpetologi, zoologi che studiano i rettili e gli anfibi. Ricordo che con uno studioso di rane malgasce mi inoltrai nella foresta pluviale per ritrarle. Io le dipingevo e lo scienziato “processava” il loro Dna. Sembravano piccoli animali mitologici con i quali restammo accampati per alcuni giorni. Chiamai Verde stupore il taccuino che nacque da quella esperienza».

Hai citato pittori famosi, degni padri del “carnet du voyage”. Ma i tuoi taccuini assemblano generi diversi».

«Sono un cultore delle “cacce sottili”, per utilizzare il titolo di un libro di Ernst Jünger. La caccia sottile è il rapporto del tutto particolare che si stabilisce con la natura nei suoi aspetti mimetici e metamorfici. La caccia sottile è quella che ingaggia l’entomologo davanti all’immensamente piccolo o strano. Ma è anche l’anticamera dell’invisibile che è sotto al mio mondo fantasmagorico».

Una Wunderkammer riportata sulla carta?

«Più che alla Wunderkammer preferisco pensare alle mappe medievali. Ne ho sempre subito il fascino. Credo che il motivo sia nel fatto che i monaci le contemplassero per il loro alto valore simbolico. Trascorrere ore davanti a quei disegni equivaleva a un vero pellegrinaggio. Ecco, se i miei taccuini ambiscono a qualcosa è alla pretesa di offrire a chi li sfoglia un viaggio da fermo, ma pur sempre pieno di storie vissute».

Perché verso Capo Horn?

«La nostra barca non riuscì a doppiare Capo Horn. Quell’alba del 14 febbraio del 2016 potei ammirare solo l’imponente scogliera. Ma poi un vento gigantesco, una massa nera di furia e di mare, oscurò l’orizzonte. Il capitano decise di tornare indietro e riparammo nella baia di Puerto Williams sull’isola di Navarino. Ma anche qui i violenti venti catabatici fecero incagliare l’ancora della barca che riuscimmo, giorni dopo, a liberare solo grazie all’intervento della marina militare cilena».

Cosa facevi nel frattempo?

«Ho continuato a lavorare alla mia piccola mappa medievale. Dipinsi ciò che raccoglievo dalla spiaggia: conchiglie, carapaci di crostacei, pescherecci che marcivano tra la vegetazione e la sabbia. Immaginai un relitto da dipingere. Sentivo la presenza della foresta alle mie spalle. Alcune varietà di uccelli finirono sotto i colpi delicati dei miei pennelli. Così i leoni marini, le otarie e la balena artica. Delineai i meandri delle insenature e dei fiordi attorno a Puerto Williams. Visitai la città più a sud del mondo dove per giorni non smise di piovere. Tutto mi appariva provvisorio. Ma poi si scatenò l’emozione per l’incontro con Cristina Calderón, l’unica donna ancora in grado di parlare lo Yaghan».

La lingua fuegina.

«Parlata da indios che furono sterminati tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Avevo saputo di Cristina attraverso un documentario intervista in cui lei in lingua Yaghan raccontava la sua vita. Abitava in una casetta bianca poco distante da Puerto Williams. Andai a trovarla. Era l’ultima testimone di un popolo che per seimila anni aveva abitato la Patagonia».

Che effetto ti fece?

«Vedendola provai tristezza. Lavorava a maglia seduta su una poltrona sfondata. Le ho semplicemente chiesto se mi permetteva di farle un ritratto. Ha annuito, come rassegnata alla mia intrusione. Alla fine le ho preso la mano e l’ho baciata, come a una regina. Sono uscito e mi sono fermato sulla spiaggia. Sullo sfondo il canale di Beagle che si butta nell’Atlantico e il volo dei cormorani rendevano unico quel paesaggio. E mi veniva da piangere al pensiero che tanta bellezza non avesse più gli indios Yaghan a goderne. So che Cristina Calderón è morta a 93 anni nel 2022. Mi viene in mente che la stessa tristezza l’ho provata leggendo Alce Nero parla, un altro libro che mi regalò mia madre».

È un libro di culto.

«Mi pare una vicenda analoga a quella degli indios. Parla di popoli sconfitti dell’America del nord e di tragedie mai ricomposte. Alle quali non ho mai partecipato per ideologia ma per mimetismo».

Ossia?

«Sentirmi parte di un dramma. Ricordo che quasi diciottenne mi feci confezionare un abito da Sioux col quale andavo a scuola. Mi chiamarono Orso pazzo. Pensavano che fosse il prolungamento della mia infanzia. Per me era il desiderio mimetico di solidarizzare con un mondo sconfitto».

Hai parlato di un’infanzia felice. Quanto ha contribuito tuo padre?

«Più di quanto immaginassi. Il figlio è il segreto del padre, dice un detto arabo. Mio padre studiò architettura, era un disegnatore ma poi fece altro nella vita. Fu lui a comprendere e ad assecondare il mio talento. È stato un maestro involontario. Oggi ha 94 anni».

Altri maestri ne hai avuti?

«René Guénon su cui mi sono laureato e Pavel Florenskij. Mi hanno insegnato il rispetto per il sacro. E poi Rainer Maria Rilke da lui ho appreso il significato della bellezza. Ma furono gli scolastici a sostenere che la bellezza è lo splendore del vero. Il solo modo che conosco per restituire la vista al nostro mondo cieco».

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