Alessandro Piperno, quando scrivere diventa un’ossessione
di Antonio GnoliAlessandro Piperno in un ritratto di Riccardo Mannelli
Mi chiedo che bisogno abbia uno scrittore di definire il proprio campo di lavoro, quando sarebbe sufficiente l’opera che egli mette a disposizione dei propri lettori. Che importa sapere cosa Proust pensasse della letteratura, Flaubert dello scrivere, o Kafka dei propri dubbi su cosa fare dei propri incompiuti romanzi. Gli scrittori che ho citato sono particolarmente amati da Alessandro Piperno che li ripercorre proprio nella loro veste letteraria nel suo Ogni maledetta mattina (edito da Mondadori). Un libro che mi ha dato modo di ricredermi sul perché in fondo uno scrittore abbia tutto il diritto di capire e farci capire cosa stia facendo sul piano del romanzo. Del resto, non è breve l’elenco degli autori che si sono dedicati con varie fortune al tema. Ho letto in queste ultime settimane Isaac Singer e Vargas Llosa, accomunati dalla stessa domanda: cosa vuol dire scrivere, cosa vuol dire fare letteratura e a chi rispondere dei propri testi. E sono più o meno le stesse questioni che ri…
Mi chiedo che bisogno abbia uno scrittore di definire il proprio campo di lavoro, quando sarebbe sufficiente l’opera che egli mette a disposizione dei propri lettori. Che importa sapere cosa Proust pensasse della letteratura, Flaubert dello scrivere, o Kafka dei propri dubbi su cosa fare dei propri incompiuti romanzi. Gli scrittori che ho citato sono particolarmente amati da Alessandro Piperno che li ripercorre proprio nella loro veste letteraria nel suo Ogni maledetta mattina (edito da Mondadori). Un libro che mi ha dato modo di ricredermi sul perché in fondo uno scrittore abbia tutto il diritto di capire e farci capire cosa stia facendo sul piano del romanzo. Del resto, non è breve l’elenco degli autori che si sono dedicati con varie fortune al tema. Ho letto in queste ultime settimane Isaac Singer e Vargas Llosa, accomunati dalla stessa domanda: cosa vuol dire scrivere, cosa vuol dire fare letteratura e a chi rispondere dei propri testi. E sono più o meno le stesse questioni che ritrovo in Piperno, il quale attraverso un corpo a corpo con gli autori che lo hanno accompagnato prova a raccontarci le sue passioni. Ogni maledetta mattina è una sorta di autobiografia mascherata dalla quale gli capita di prendere le distanze, come se svelasse troppo di sé. Ma alla fine, credetemi, è un libro rivelatore di stati d’animo, passioni e idiosincrasie che, dopotutto, abitano, nella sua testa.
In “Ogni maledetta mattina” affronti le difficoltà di spiegare in cosa consista il tuo lavoro di scrittore.
«Interrogarmi sul senso di ciò che faccio diventa una necessità soprattutto negli intervalli tra un romanzo e l’altro. È difficile da spiegare a chi non fa questo mestiere, ma la biografia di un romanziere è scandita dalla scrittura. Non entra in gioco il suo passato: gli idilliaci ricordi familiari o magari il successo o il fallimento mondano o sentimentale, ma solo e soltanto le gioie e le seccature provocate dai libri che in quel momento stava scrivendo».
In questo confronto con la scrittura, con le nevrosi che può scatenare, che posto occupa il lettore?
«Del lettore, almeno nella fase creativa, me ne infischio. Per me i lettori diventano importanti nel momento in cui il libro finisce sugli scaffali della libreria. Anche in questo caso ho imparato a non farne una malattia. Se c’è una cosa che ho appreso sulla mia pelle è che “piacere a tutti” non solo è impossibile ma è soprattutto sbagliato».
Ammetterai che un editore non sarebbe molto contento di questa affermazione.
«Il “piacionismo letterario” è una patologia dalla quale occorre proteggersi. Edith Wharton diffidava dei “lettori meccanici”, così li chiamava. Sono lettori che vogliono essere rassicurati, che si nutrono solo di sentimenti melensi, pensieri convenzionali e indignazioni precotte. Gente che legge per elevarsi spiritualmente, per essere al passo con i tempi o per versare calde lacrime sul destino dell’eroe sventurato. A me quel genere di lettore non interessa. E credo che il disinteresse sia perfettamente ricambiato».
A proposito di patologie quanto ti manca un romanzo nel momento in cui hai finito di scriverlo, come reagisci al fatto che non conviverete più assieme?
«È così bello finire un libro! Ti fa sentire come lo studente che ottenuto il diploma di maturità ha di fronte a sé una lunga estate di delizie. Quand’ero giovane spendevo il tempo precedente alla pubblicazione a coltivare inutili e quasi sempre mal riposti sogni di gloria. Oggi non è più così. So che per godere appieno della felicità di aver terminato un libro devo pensare a quello che ben presto inizierò. Vorrei solo che il passaggio da un romanzo all’altro fosse più semplice e meno destabilizzante».
Cosa ti assilla o ti preoccupa?
«Ti dico prima cosa mi angoscia mentre sto scrivendo: la paura di morire prima di aver portato a conclusione il romanzo che sto scrivendo. Credo sia uno stato d’animo comune a molti scrittori».
Una volta concluso cosa temi ti possa destabilizzare?
«Il venir meno di un legame con cui hai vissuto a lungo. Oddio, e ora che faccio, cosa ne sarà di me senza un nuovo libro da scrivere? Immagino sia lo stesso stato d’animo che invade la mente di un orfano».
Rileggi, anche a distanza di tempo, quello che hai scritto?
«Mai. Di solito lavoro a un romanzo allo sfinimento, ma quando lo licenzio non me ne occupo più. Smette semplicemente di interessarmi. Per questo rileggermi a distanza di tempo mi imbarazza e mi fa venire la nausea. Sono ottuso come gli squali. Se mi fermo mi sento perduto».
Bruceresti la tua opera?
«Figuriamoci. Non sono così pieno di me e così presuntuoso da prendere seriamente quello che ho scritto. Fatico a percepirmi come l’autore di un’opera. Certe volte mi stupisco che i romanzi che ho scritto vent’anni fa siano ancora in circolazione. Insomma, lascio certi pensieri autodistruttivi ai grandi, che so, a Baudelaire o a Kafka».
Un grande si riconosce soprattutto dallo stile. Come è maturato il tuo?
«Cavolo, è il genere di domanda a cui non so cosa rispondere. Mettiamola così, il mio stile, ammesso che ne abbia uno, è una specie di esperimento genetico: il prodotto dell’interazione delle tante cose belle che ho letto e delle tante cose belle che ho immaginato».
Credi allo “stile tardo”, al fiore improvviso della vecchiaia?
«Ci credo eccome. Non sono ancora abbastanza vecchio da ravvisare in ciò che scrivo i segni della decrepitezza ma so riconoscerli negli artisti che amo. Di norma per un romanziere (per i poeti è diverso) l’età felice è quella che coincide con la maturità: quando la voce si fa più aspra, spigliata e vibrante. Montaigne parlava di “scrittura scucita”. Ma la vecchiaia è un’altra cosa. Non occorre aver letto Edward Said per riconoscere lo “stile tardo” di un grande scrittore: secco, disossato, per molti versi ermetico e impenetrabile. L’esempio più ragguardevole mi pare quello dell’ultimo Henry James».
Come immagini la stagione della tua vecchiaia e in che misura la temi?
«La verità? Da buon impiegato sogno la pensione. Insomma, smettere, spegnere il computer per sempre. Non è detto che ci riesca, ma ci proverò. Mi conforta l’idea che un giorno sarò libero dal pensiero che mi assilla ogni mattina: scrivere, scrivere, scrivere».
Un’ossessione che confligge con il tuo sogno di pensionato.
«Me ne rendo conto. Ma so anche che la scrittura da quando è stata inventata non è mai passata di moda. A volte mi chiedo come può questa forma di espressione arcaica tenere in scacco tanta gente e la risposta è nella schizofrenia dello scrittore che non ha risolto pienamente il dilemma se vivere la vita o scriverla».
Ci sono casi in cui le due facce convivono.
«Lo so. La storia della letteratura pullula di uomini di azione».
Ma anche uomini che hanno avuto l’esigenza di testimoniare su qualcosa di terribile che gli è accaduto. Penso a Vasily Grossman. Ma tu fai un esempio che mi è caro: Primo Levi.
«Non credo, come pensano alcuni, che Primo Levi sia diventato scrittore solo per l’esigenza di testimoniare ciò che gli era capitato. Né credo che se le cose gli fossero andate altrimenti si sarebbe contentato (si fa per dire) di svolgere la sua professione di chimico. A distinguere Levi da qualsiasi altra vittima degli orrori hitleriani è la sua straordinaria capacità di elaborazione. La prosa lucida, cristallina, allo stesso tempo pacata e inflessibile, non ha eguali nella letteratura italiana del ’900».
Parli nel suo caso di una “scrittura ultima”.
«Non mi sorprende che a un certo punto della sua vita abbia sentito l’esigenza di interrogarsi sul senso della scrittura. Prima o poi lo fanno tutti i moralisti classici. Lui lo ha fatto a suo modo in pagine memorabili de I sommersi e salvati, mostrando come per un superstite dotato di una specifica sensibilità la scrittura possa diventare questione di vita o di morte».
Ma anche una questione di verità su che cos’è il male e cos’è la morte. Che rapporto hai con il male e la morte?
«Va da sé che come qualsiasi altro essere vivente ho un pessimo rapporto con la morte. Mi fa schifo e paura. Per quanto concerne il male, boh, è una di quelle parole che non so scrivere con la lettera maiuscola. Al contrario di Baudelaire, non credo in Satana più di quanto creda in Dio. Non credo nel “Male Assoluto” più di quanto creda nella santità. Ecco perché amo i romanzi, perché non offrono risposte definitive su niente».
Delle cinque parole che compongono il tuo libro (Ambizione, Odio, Responsabilità, Piacere, Conoscenza) quella che più mi incuriosisce è “odio”. In fondo il tuo esordio narrativo “Con le peggiori intenzioni”, nasce da una forma di odio familiare.
«Da quel che ricordo, lavorai al libro come se stessi scrivendo la requisitoria di un processo in cui mi toccavano tutte le parti in commedia: vittima, imputato, testimone, avvocato, pubblico ministero e persino cronista».
In un certo senso ritrovo la ribellione alle tue origini ebraiche nelle pagine in cui descrivi la coppia Proust-Kafka. Anche loro sia pure di scorcio sono dentro la questione ebraica. Quanto ti riconosci?
«Ero poco più che adolescente quando capii che erano loro i miei eroi, e che lo sarebbero rimasti per sempre. Ancora oggi, anche se in modo diverso, Kafka e Proust danno voce a ciò che non sarò mai in grado di esprimere».
Le tue riflessioni su “La tana” , l’ultimo racconto di Kafka, mi rivelano l’essenza del tuo libro: costruito come un rifugio, mai del tutto sicuro eppure necessario per esercitare quella pratica millenaria che chiamiamo scrittura. Sei un po’ anche tu uno scrittore-talpa?
«In effetti, ho sempre pensato alla scrittura come la tana di una talpa: uno spazio buio, lurido e intricato, solo apparentemente protetto ma in realtà pieno di trappole e insidie, e ciò non di meno il solo in cui un tipo come me possa vivere».
“Ogni maledetta mattina” è un omaggio all’abitudine del disporsi alla scrittura: rito, disciplina, dovere. Una volta mi hai raccontato delle tue alzate all’alba. Prendere la metropolitana. L’arrivo nel tuo studio…
«La mattina mi alzo abbastanza presto da poter essere in metro alle sei in punto. A quell’ora c’è soprattutto gente che torna a casa dopo sfiancanti turni di notte (badanti, infermieri, guardie giurate). Se tutto va come deve andare alle sei e venti sono in studio. Quando mi sveglio più tardi vado in un locale non lontano da casa seguendo pressappoco la stessa trafila. Resta il fatto che per me niente è congeniale alla scrittura come la luce dell’alba, il profumo del caffè, i rumori della città che si sveglia».
Questa gestione così meticolosa del tempo della giornata mi fa pensare alla diversità del tempo dello scrivere.
«Non c’è uomo che non sia assediato dall’idea del tempo. Diciamo che spetta ai grandi romanzieri e ai grandi poeti scolpirlo in modo adeguato. “Tempo” è una parola affascinante e misteriosa. Per il romanziere è la chiave di volta. Il tempo che impiega a scrivere un libro, il tempo che il lettore impiega a leggerlo. Per non parlare del tempo narrativo, il più difficile da gestire. Non sono molti i romanzieri capaci di far invecchiare un personaggio in modo plausibile e toccante. Certe volte mi viene da pensare che se fossimo immortali, se non invecchiassimo mai, la letteratura perderebbe ai nostri occhi una parte essenziale del suo fascino».
Il libro
Alessandro Piperno, Ogni maledetta mattina, Mondadori, pagg. 192, euro 19,50