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Dedicato a Magnus, il grande dimenticato

Lo sconosciuto

 

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Da Kriminal a Satanik, da Alan Ford a “Lo sconosciuto”, dall’eros al suo infinito Tex. Adesso una mostra a Pordenone gli rende giustizia. Come racconta il curatore Luca Baldazzi
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La mostra di Magnus è anche l’occasione per celebrare un piccolo gioiello come il Palazzo del fumetto di Pordenone, un luogo istituzionale che finalmente ribadisce la giusta rilevanza di un medium oggi sempre più importante. Il motivo sono i cinquant’anni de Lo sconosciuto, uno dei capolavori di Magnus, purtroppo molto meno noto di opere come Alan Ford perché più “scuro” e complesso ma più moderno oggi di ieri e, soprattutto, magnificamente disegnato . Ne parliamo con Luca Baldazzi, uno dei curatori, con Giovanni Nahmias e Michele Masini.

Come è nata l’idea?

«L’anniversario era un’occasione importante. Ma al di là di questo c’era la volontà di fare finalmente una mostra seria su Magnus. Sono state molto poche le mostre su di lui nel corso del tempo e noi pensiamo che sia stato sempre un autore clamorosamente sottovalutato».

La mostra di Magnus è anche l’occasione per celebrare un piccolo gioiello come il Palazzo del fumetto di Pordenone, un luogo istituzionale che finalmente ribadisce la giusta rilevanza di un medium oggi sempre più importante. Il motivo sono i cinquant’anni de Lo sconosciuto, uno dei capolavori di Magnus, purtroppo molto meno noto di opere come Alan Ford perché più “scuro” e complesso ma più moderno oggi di ieri e, soprattutto, magnificamente disegnato . Ne parliamo con Luca Baldazzi, uno dei curatori, con Giovanni Nahmias e Michele Masini.

Come è nata l’idea?

«L’anniversario era un’occasione importante. Ma al di là di questo c’era la volontà di fare finalmente una mostra seria su Magnus. Sono state molto poche le mostre su di lui nel corso del tempo e noi pensiamo che sia stato sempre un autore clamorosamente sottovalutato».

In vita non ha mai vinto un premio importante del fumetto italiano.

«Aveva uno zoccolo duro di super appassionati fedelissimi che io non ho visto per altri autori. Ma c’era uno stigma perché aveva fatto i fumetti erotici per Renzo Barbieri, per il quale comunque avevano lavorato altri importanti artisti come Manara».

Quali erano i più famosi tra i suoi fumetti erotici?

«Necron, pubblicato nel 1981, durò 13 numeri. Era scritto da una donna, Ilaria Volpe (pseudonimo di Mirka Martini), mentre Magnus si occupava dei disegni. E poi Mezzanotte di morte (1974), Dieci cavalieri e un mago (1974) per le Sexy favole, Il teschio vivente (1980) e Vendetta macumba (1979). Un’altra opera erotica significativa è Le 110 pillole, pubblicata nel 1985 per Panini, ispirata al romanzo cinese Chin P’ing Mei (Fiori di prugno in un vaso d’oro). Magnus realizzava questi lavori per riconoscenza verso Barbieri, che, spiegava, era stato l’unico editore a dargli la massima libertà di scriversi le proprie storie quando aveva lasciato l’Editoriale Corno dopo il lungo lavoro su Alan Ford. Nella mostra queste opere a luci rosse sono esposte in sezioni apposite».

Tex 

Quello che colpisce di Magnus è che è stato una sorta di ponte tra il fumetto popolare di massa e il nascente fumetto d’autore.

«Esattamente. Lo sconosciuto per formato era indistinguibile da tutti gli altri fumetti che Barbieri pubblicava. La gente si aspettava altro, poi lo aprivi e c’erano storie incredibili. È un percorso molto singolare che poi si chiude con Tex: sette anni di fumetto popolare ma realizzato con modalità autoriali».

La mostra come è strutturata?

«È divisa in 16 sezioni, ognuna indicata da una coppia di aggettivi: “Giovane avventuroso” per gli inizi, “Nero e tascabile” per Kriminal e Satanik, “Macabro e sexy” per le storie horror di Barbieri e poi “Trasgressivo e proibito” per le opere più esplicite. Le due sezioni più importanti si chiamano invece “Il mondo di Alan Ford” e “Al servizio di Tex” dove sono esposte tutte le 224 tavole de La valle del terrore, il suo “Texone”, la serie riservata ai maestri, che occupò gli ultimi sette anni della sua vita. Abbiamo chiamato la mostra Il segno di Magnus perché volevamo far emergere questa sua continua evoluzione del tratto».

Quanto lavorava Magnus nei periodi di massima produzione?

«Tantissimo. Quando la periodicità di Alan Ford da mensile passò a quindicinale e poi settimanale, la situazione era insostenibile: 120 tavole a settimana. Lui ha detto in un’intervista che c’è stato un periodo in cui faceva 500 tavole al mese. Erano in formato tascabile, ma comunque era moltissimo».

E questo ritmo massacrante ha creato il suo stile più riconoscibile.

«Sì: le campiture di nero, i personaggi in controluce, i primi piani senza sfondi, l’occhio di bue erano espedienti per velocizzare, poi sono diventati cifra stilistica. Quando ha rallentato, ha fatto tavole sempre più dettagliate fino a Tex che sembra maniacale per la minuzia del segno».

Perché questa ossessione?

«C’era una questione etica per lui: il rispetto per il lettore. Diceva: “Quando racconti una storia devi permettere al lettore di entrarci e rappresentare le cose senza errori”».

Magnus ha attraversato tutti i generi. Una versatilità rara.

«Dal comico grottesco di Alan Ford al noir geopolitico de Lo sconosciuto, dalla fantascienza rétro de I briganti ai racconti filosofici ispirati alla letteratura cinese. Con Kriminal e Satanik si pone poi, insieme a Diabolik, ai vertici del “nero” italiano».

“Lo sconosciuto” è forse la sua opera più moderna e complessa.

«Sicuramente. Negli anni ’80 disegna due storie brevi che sono tra i primi esempi di giornalismo a fumetti. Una si apre con un tossicomane morto e va a ritroso ricostruendo la storia di quella dose fino alla coltivazione di oppio in Afghanistan. L’altra è su un dirottamento aereo».

Una frase del fumetto suona profetica: “Tu fai parte del 20% del mondo ricco che affama tutti noi”. Magnus era di destra o di sinistra?

«Adesso si direbbe 99 contro 1%. Secondo me era sostanzialmente anarchico, allergico al sistema. In tanti suoi fumetti torna la lotta dell’individuo contro il potere. Lui si definiva “il viandante”, prendendo dall’I Ching l’esagramma di colui che non smette mai di cercare».

Alan Ford 

Magnus ha saputo essere popolare senza essere populista, colto senza essere elitario. In “Alan Ford”, pur scritto da Max Bunker (Luciano Secchi) che era di destra, emerge una satira sociale fortissima.

«Il messaggio è chiaramente di derisione dei potenti. Superciuk ruba ai poveri per dare ai ricchi, che vengono rappresentati in modo grottesco. Magnus creava agenti scalcinati, anti-007, l’esatto opposto del mondo patinato delle spy story».

Questa mostra dovrebbe continuare andando a Bologna, la sua città. Direi che se lo merita.

«Speriamo di portarla anche lì, e poi magari a Roma. Sarebbe un atto di giustizia verso un autore che ha fatto la storia del fumetto italiano ma non ha mai avuto ciò che gli spettava».

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