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Nonostante tutto i bambini di Gaza giocano ancora

Photo by Abid Katib/Getty Images

 
Uno scrittore, che all’infanzia nella Striscia ha dedicato più di un romanzo, ci spiega perché non si può più far finta di non sapere
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È la primavera del 2009 quando Marina mi apre la porta di casa sua. In bella vista, sulla parete d'ingresso, mi accoglie una foto in bianco e nero di lei circondata da bambini festosi. «Sono a Gaza! Nella Striscia di Gaza!», mi dice. «Ci vado spesso, per me non è solo un lavoro, mi sono beccata il mal di Gaza!». Mi spiega che si tratta di una sorta di "mal d'Africa", una specie di benefica ossessione che ti prende dal momento che conosci il popolo palestinese, le sue città, le dune di sabbia, gli orti, l'allegria dei bambini. Marina mi dice che ci sono molti problemi, soprattutto per i minori, che sono quasi la metà di tutta la popolazione della Striscia. «Cosa posso fare per loro?».

«Scrivi una storia, così i bambini italiani possono conoscere la situazione dei loro coetanei. Qui in Italia non ne parla nessuno!». Parte la mia ricerca. Obiettivo: scrivere qualcosa su quell'infanzia negata, su migliaia di bambini prigionieri in una piccola striscia di terra circondata da filo spinato …

È la primavera del 2009 quando Marina mi apre la porta di casa sua. In bella vista, sulla parete d'ingresso, mi accoglie una foto in bianco e nero di lei circondata da bambini festosi. «Sono a Gaza! Nella Striscia di Gaza!», mi dice. «Ci vado spesso, per me non è solo un lavoro, mi sono beccata il mal di Gaza!». Mi spiega che si tratta di una sorta di "mal d'Africa", una specie di benefica ossessione che ti prende dal momento che conosci il popolo palestinese, le sue città, le dune di sabbia, gli orti, l'allegria dei bambini. Marina mi dice che ci sono molti problemi, soprattutto per i minori, che sono quasi la metà di tutta la popolazione della Striscia. «Cosa posso fare per loro?».

«Scrivi una storia, così i bambini italiani possono conoscere la situazione dei loro coetanei. Qui in Italia non ne parla nessuno!». Parte la mia ricerca. Obiettivo: scrivere qualcosa su quell'infanzia negata, su migliaia di bambini prigionieri in una piccola striscia di terra circondata da filo spinato o da mura alte più di 12 metri, alcuni l'hanno definita "una prigione a cielo aperto". Ed è così, scoprendo fatti, storie e luoghi incredibili e sconosciuti, che anch'io mi sono beccato il "mal di Gaza". Cerco di avere informazioni sempre più precise, scopro diversi articoli di un giornalista italiano, si chiama Vittorio Arrigoni, l'unico che è riuscito a entrare nella Striscia.

I suoi reportage parlano spesso di bambini. Tra i molti video che è riuscito a mandare al di là del confine blindato, uno mi colpisce particolarmente. Ci sono dei ragazzini che indossano un giubbino fosforescente, come quelli che utilizzano gli automobilisti in caso di emergenza. Sono in piedi, davanti al confine, stanno proteggendo i contadini mentre raccolgono i meravigliosi frutti degli orti. Purtroppo questi orti sono situati nella "buffer zone", nella zona di nessuno, dove non si potrebbe entrare. Ma come fare a raccogliere, melanzane e zucchine se non si può entrare? I ragazzini allora diventano una specie di scudo umano: «Non sparate! Siamo contadini disarmati, non sparate!», urlano davanti alle armi dei soldati appostati al di là del confine. Così si guadagnano un po' di verdura da vendere al mercato della città.

Scopro anche che, in un piccolo zoo della Striscia, La Gioia dei bambini, il guardiano, rimasto solo a occuparsi dei pochi animali esotici risparmiati dalle bombe, decide di sostituire le zebre fuggite, dipingendo a strisce due asinelli. La notizia fa il giro del mondo. In Italia è sulla prima pagina di diversi quotidiani. Parto da questa notizia per scrivere Questa zebra non è un asino, una storia d'infanzia negata e di un legame forte tra un vecchio e un bambino, una amicizia vera. Contemporaneamente una bomba cade su un edificio con il tetto azzurro e la scritta Onu, uccidendo un sacco di persone, tra cui diversi minori. La notizia non è pubblicata praticamente da nessuno.

Scopro, nelle mie ricerche, che, periodicamente, gli abitanti di Gaza devono subire vere e proprie guerre, scopro che queste operazioni militari sono state battezzate con nomi che stridono per la loro violenza: Operazione arcobaleno, Giorni di penitenza, Pioggia d'estate, Nuvole d'autunno, Inverno caldo, Piombo fuso, Colonna di nuvola, Margine protettivo, Guardiano delle mura, Operazione gamba di legno, Scudo difensivo.

Anche ora, mentre scrivo, c'è una guerra, ci sono bambini che soffrono e che vengono uccisi. Oggi, però, nessuno può far finta di non sapere, tutti i giorni vediamo immagini strazianti. Una giovane mamma in fila per un po' di farina dice a un giornalista: «Mio figlio ormai si è abituato alla guerra!». Ci sono anche centinaia di bambini, tra le mani qualsiasi tipo di recipiente da riempire con un po' di acqua o di cibo. C'è una bambina che tiene in braccio la sorellina più piccola. Il giornalista chiede cosa le sia successo. «Nella corsa per poter venire qui si è fatta male a una caviglia e non può più camminare». «Ma dove sono i vostri genitori?». «Non lo so!».

Nonostante tutto giocano ancora i bambini di Gaza, giocano sulle macerie, qualcuno costruisce, con quello che trova, aquiloni colorati. Salgono sui carretti trainati dagli asini e corrono incontro alle casse piene di viveri lanciate con i paracadute. Anche se incombono i fischi delle bombe, anche se quel fastidiosissimo rumore dei droni che ronzano sulle loro teste non smette mai, i bambini, vogliono, devono continuare a giocare e soprattutto a sognare.

IL LIBRO

Nasi rossi, di Giorgio Scaramuzzino (Salani, pagg. 128, euro 12,90, età 8+, dal 5 settembre) ha come protagonista Sana, bambina di 10 anni che al diario affida il suo sogno: andare a scuola e vivere in pace

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