Tre anni fa, ho recensito su queste pagine Le sorelle van Gogh di Willem Jan Verlinden: lettura imprescindibile per comprendere il contesto familiare, sociale, morale e religioso in cui è cresciuto il pittore. Resta indiscutibile la centralità del fratello Theo – alleato, amico, supporto affettivo, estetico ed economico senza il quale Vincent non avrebbe potuto perseverare nella sua ricerca artistica – ma quella biografia collettiva svelava le figure, sempre in ombra, di Anna, Elisabeth detta Lies, e Willemina detta Willemien. Verlinden però doveva ancora scrivere «il libro di una vita perduta». Così nasce Lettere a mia sorella (Donzelli), che raccoglie le 25 lettere di Vincent a Willemien (tranne la prima, da Parigi, tutte scritte dalla Francia del Sud, nei suoi anni più creativi e tragici). Quelle di lei non si sono conservate: solo un biglietto del 1875, quando, appena tredicenne, era in Inghilterra con la sorella Anna.
Tre anni fa, ho recensito su queste pagine Le sorelle van Gogh di Willem Jan Verlinden: lettura imprescindibile per comprendere il contesto familiare, sociale, morale e religioso in cui è cresciuto il pittore. Resta indiscutibile la centralità del fratello Theo – alleato, amico, supporto affettivo, estetico ed economico senza il quale Vincent non avrebbe potuto perseverare nella sua ricerca artistica – ma quella biografia collettiva svelava le figure, sempre in ombra, di Anna, Elisabeth detta Lies, e Willemina detta Willemien. Verlinden però doveva ancora scrivere «il libro di una vita perduta». Così nasce Lettere a mia sorella (Donzelli), che raccoglie le 25 lettere di Vincent a Willemien (tranne la prima, da Parigi, tutte scritte dalla Francia del Sud, nei suoi anni più creativi e tragici). Quelle di lei non si sono conservate: solo un biglietto del 1875, quando, appena tredicenne, era in Inghilterra con la sorella Anna.
Ritratto di Willemina Jacoba (Van Gogh, 1881)
Si tratta di un dialogo intimo e profondo, ma ascoltiamo solo lui. Per questo il volume è corredato da una lunga introduzione, Cara sorella, caro Vincent, in realtà una vera biografia. Verlinden è uno storico dell’arte di rigore ammirevole, e ogni suo lavoro l’esito di accurate esplorazioni archivistiche. Ha rintracciato 50 lettere ai familiari, a Theo, alla cognata Johanna, e 46 all’amica Margaretha, che ci permettono di ascoltare la voce – perduta appunto – di Willemien.
Vincent van Gogh, La lettrice di romanzi (1888) che raffigurebbe la sorella Willemien.
Quando nel XX secolo le studiose hanno riscritto la storia delle donne, è diventata topica quella della sorella di Mozart. La musicista e compositrice Maria Anna ebbe un grande talento, ma non le stesse opportunità di Amadeus. La sorella di van Gogh è un altro caso esemplare. Come le altre ragazze olandesi del suo ceto, nel XIX secolo, era destinata a diventare insegnante, dama di compagnia o governante fino al matrimonio – e poi una buona moglie e madre: a null’altro poteva aspirare.
Nel periodo in cui abitavano a Etten e Nueuen, Willemien fu la modella preferita di Vincent e, tra le sorelle, la più cara. Dopo la morte improvvisa del padre, Anna indusse Vincent, fonte di problemi e conflitti in famiglia, a lasciare la casa. Lui si trasferì a Parigi da Theo, e quindi in Provenza. Non si incontrarono mai più. Ma benché Willemien avesse quasi dieci anni in meno, Vincent la riconosceva come «uno spirito affine»: pure lei malinconica, di temperamento nervoso, bruciata dalle stesse aspirazioni religiose e di impegno sociale, le stesse difficoltà a inserirsi nel mondo e vaghi sogni artistici. Disegnava, e voleva scrivere, ma lui giudicò severamente la sua prima prova, e le consigliò piuttosto di innamorarsi, divertirsi o occuparsi di faccende domestiche. Non trovava «una brutta idea che lei volesse essere artista» ma la riteneva troppo sensibile per crescere e «trovare la strada».
Dal 1887 le scrisse assiduamente. Di pittori, impressionisti, stampe giapponesi, libri e letteratura. Le scriveva anche delle sue crisi, gli attacchi di delirio e violenza, le atroci malinconie, lo spaventoso senso di solitudine che lo assaliva nei campi (ed è già un presagio della fine). Ma soprattutto della trasparenza dell’aria, del sole, della natura e degli alberi che lo incantavano (aveva scoperto il cipresso, i girasoli, la vigna), dei modelli, dei quadri che via via componeva (Caffè di notte, Cielo stellato, L’arlesiana, il Ritratto del Dottor Gachet). Molti, li dipinse per lei e glieli ha donati, come il Ramo di mandorlo in fiore in un bicchiere, Il raccolto, campo di grano con mietitore, La camera da letto.
Vincent aveva sperato si legasse a un pittore (il giovane Émile Bernard o Joseph Jacob Isaacson), ma Willemien non si sposò. Visse con la madre, e si regalò un unico soggiorno felice a Parigi, da Theo e Johanna – che la condussero nello studio di Degas. Premurosa, incline a prendersi cura degli altri, divenne assistente infermiera in un ospedale di Leida, poi insegnante di sacre scritture a Nimega, e infine attivista del movimento per i diritti delle donne. Ma la sua traiettoria di emancipazione rimase incompiuta. Implose. «Se si ha il fuoco dentro di sé e un’anima, non si possono smorzare – le aveva scritto Vincent nel 1887 – e si preferisce bruciare piuttosto che soffocare. Ciò che è dentro deve venir fuori». Willemien soffocò. Nel 1902 fu ricoverata nell’istituto per alienati dell’Aja e poi nell’ospedale psichiatrico di Ermelo. Soffriva di allucinazioni, si comportava in maniera «furiosa e selvaggia». Demenza precoce, dissero (forse schizofrenia). Si era separata dal mondo e perse la cognizione di ciò che succedeva intorno. Nel “grande nulla” del suo terribile silenzio visse fino al 1941.
La sua vicenda ci insegna, conclude Verlingen, che «la salute mentale è qualcosa di più di una diagnosi, o di un trattamento. È anche una questione di spazio, interiore e sociale, per poter essere come si è».
Nelle fotografie, Willemien ha l’aria malaticcia e infelice, il volto equino, capelli chiari (forse rossi), l’espressione allarmata e inquieta: «lo sguardo di una folle», aveva scritto senza misericordia Vincent a Theo, riconoscendo in lei, come in loro, i segni «di una nevrosi che viene da lontano». Ma quella sorella fragile e inquieta, l’ha dipinta (a memoria, con la madre, basandosi su una foto), in Ricordo del giardino di Etten, del 1888. Non ha mai dipinto Anna o Lies. Si è preso cura di lei anche da morto. Le tele che le aveva donato, vendute via via, le pagarono le spese del manicomio.
Il libro – Vincent van Gogh. Lettere a mia sorella (Donzelli, traduzione Franco Paris e David Scaffei, pagg. 224, euro 25)