Quando il fumetto incontra la realtà, la vita e la storia, emergono opere che possono trasformare il lavoro del disegnatore. Il graphic novel stesso è il segno di questa intersezione: gli autori e non più i personaggi, la realtà e non più la finzione. Il 20 settembre prossimo inaugura a Città di Castello una mostra, La Realtà del Fumetto, promossa da Tiferno Comics, che gioca proprio con il concetto di “fumetto di realtà”, uno dei modi per indicare il graphic journalism. Fa parte di una tradizione espositiva tracciata da Vincenzo Mollica, che si propone di affrontare questo snodo con complessità, mettendo a sistema le opere di un gruppo interconnesso di artisti. Il curatore dell’esposizione e del catalogo è il giornalista Riccardo Corbò che spiega: «In un tempo in cui l’immagine viene consumata sempre più in fretta, spesso anche falsificata, il fumetto continua a proporre sguardi veri, reali, attenti, profondi, necessari».
Alle voci dei singoli autori inclusi (troppi per elencarli tut…
Quando il fumetto incontra la realtà, la vita e la storia, emergono opere che possono trasformare il lavoro del disegnatore. Il graphic novel stesso è il segno di questa intersezione: gli autori e non più i personaggi, la realtà e non più la finzione. Il 20 settembre prossimo inaugura a Città di Castello una mostra, La Realtà del Fumetto, promossa da Tiferno Comics, che gioca proprio con il concetto di “fumetto di realtà”, uno dei modi per indicare il graphic journalism. Fa parte di una tradizione espositiva tracciata da Vincenzo Mollica, che si propone di affrontare questo snodo con complessità, mettendo a sistema le opere di un gruppo interconnesso di artisti. Il curatore dell’esposizione e del catalogo è il giornalista Riccardo Corbò che spiega: «In un tempo in cui l’immagine viene consumata sempre più in fretta, spesso anche falsificata, il fumetto continua a proporre sguardi veri, reali, attenti, profondi, necessari».
Alle voci dei singoli autori inclusi (troppi per elencarli tutti, tra loro anche Zerocalcare con alcuni disegni inediti), si aggiungono quelle dei collettivi: Moleste, la Casa delle Donne, Lucha Y Siesta e la redazione de La Revue, l’esempio più compiuto del fare giornalismo a fumetti attraverso una rivista dedicata.
Marco Rizzo è giornalista e sceneggiatore, autore di opere che hanno vinto riconoscimenti importanti. Da Ilaria Alpi, il prezzo della verità, Premio Micheluzzi (Napoli Comicon 2008), a Peppino Impastato, un giullare contro la mafia Premio Giancarlo Siani (2009), Premio della Satira di Forte dei Marmi (2009) e Premio Boscarato (Treviso Comics come miglior sceneggiatore italiano, (2009). Da Jan Karski. L’uomo che scoprì l’Olocausto (Cezam Prix BD, 2016) a L’immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal, (Premio Prato Città Aperta, 2017) fino a Salvezza, che ha ricevuto per il quale ha ricevuto il Premio Pieve Saverio Tutino e ancora, il Premio Boscarato (Treviso Comics) come Miglior sceneggiatore italiano, 2018. Per la mostra di Città di Castello e relativo catalogo, Rizzo ha scritto una serie di opere che sono il perno intorno al quale l’esposizione si sviluppa: qui ci racconta questo percorso.
Fare giornalismo attraverso il fumetto che cosa richiede?
«Salvemini nel 1932 diceva “noi non possiamo essere imparziali, possiamo solo essere intellettualmente onesti”. Questo vale per qualunque forma di giornalismo, che sia attraverso il fumetto, il testo scritto, i video o le foto. Un maestro come Joe Sacco, ad esempio, può dare un’interpretazione più completa della mia perché è anche autore dei disegni. Io sono un graphic journalist monco, in un certo senso, perché sono solo uno sceneggiatore. Il disegnatore che mi accompagna di solito, Lelio Bonaccorso, è un operatore con cui lavoro in squadra: siamo come dei documentaristi. Non ci siamo mai illusi di poter raccontare la verità con la V maiuscola e nessuno dovrebbe avere l’arroganza di farlo. Qualunque esperienza riportiamo, specie quelle più intense, sono filtrate da esperienze personali di vita vissuta, anche prima, e non solo dopo, l’evento che stiamo raccontando. E proprio questo credo sia l’essere intellettualmente onesti, di cui parlava Salvemini 100 anni fa».
I libri rappresentano anche metodi di lavoro diversi
«Non c’è su tutti lo stesso lavoro giornalistico. Per lavorare su Peppino Impastato o su Ilaria Alpi, sono stato un anno a leggere documentazione e atti rocessuali. Diverso è lavorare sul campo, come è stato con Salvezza o con …A casa nostra. Cronache da Riace, perché puoi studiare prima tutto quello che vuoi:– le leggi, la situazione, il contesto del Mediterraneo o della Calabria, le dinamiche dell’accoglienza. Però poi le storie le puoi davvero raccontare solo dopo che le hai viste».
A proposito di storie: a quella di “Mauro Rostagno. Prove tecniche per un mondo migliore” tu, Nicolò Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro avete dedicato veramente un lavoro incredibile.
«Mauro Rostagno è un personaggio che mi sta a cuore per questioni anche molto personali: sono figlio di una giornalista che lavorava al suo fianco e che ha smesso quando lo hanno ammazzato, per proteggerci. Io sono cresciuto con un’etica della responsabilità che mi è stata inculcata, oltre che dai miei genitori e dall’ambiente in cui ho avuto la fortuna di crescere, anche dai supereroi. Forse può sembrare strano a chi non li ha mai frequentati ma per me è stato un altro elemento formativo essenziale, tanto che ancora ci lavoro, per fortuna (Rizzo ha curato varie collane Marvel pubblicate in Italia da Panini e oggi lavora anche come sceneggiatore ndr). Noi siamo usciti con il libro prima ancora del processo ai mafiosi accusati di averlo ammazzato: la nostra verità storica e fumettistica, mi viene da dire, più che giornalistica, è stata poi confermata dagli atti processuali. Inclusa la dinamica dell’omicidio stesso. Il lavoro che c’è stato alle spalle, da parte mia e di Nico Blunda, era più vicino alla verosimiglianza rispetto alle ondate di fango o ai depistaggi dei decenni precedenti. Questo credo che sia, oltre che lusinghiero per noi, un dato interessante dal punto di vista storico. È appena uscita una riedizione del volume per Becco Giallo e tra poco, il prossimo 26 settembre, anniversario dell’uccisione di Mauro, e proprio lunedì scorso abbiamo festeggiato il voto della cittadinanza onoraria di Trapani per Rostagno».
Cosa accomuna i protagonisti delle tue storie, interpreti di avventure e testimoni civili della nostra storia?
«L’elemento in comune nella mia trilogia iniziale è il depistaggio, che è partito fin da subito in tutti e tre i casi. Ciò che accade anche con La prima bomba, un fumetto che ho pubblicato con la Tram nel 2020, su Piazza Fontana. Abbiamo scelto un approccio da noir alla Scerbanenco per raccontare la prima bomba, la strage fascista degli anni del terrore. È un tentativo di raccontare che può servire, più che da denuncia, da promemoria».
La memoria è un ingranaggio collettivo, si diceva, e bisogna allenarlo in continuazione.
«Guarda, ben venga il luogo comune che il fumetto è roba per bambini, perché così mi invitano nelle scuole. Io vado nelle scuole a parlare di Rostagno, di Impastato, di Alpi, dei migranti. È un ottimo cavallo di Troia, il fumetto».
C’è uno scopo narrativo che porta a riempire le caselle vuote della storia?
«Questo mi tormenta ogni volta che scrivo: bisogna tendere alla verità o piuttosto alla verosimiglianza? Hai a che fare con un linguaggio che ha i suoi ritmi e i suoi spazi, un numero di pagine entro cui ti devi limitar, e dei buchi narrativi, quei misteri della storia contemporanea che ignoriamo. Così a volte entra in gioco il narratore più che il giornalista. Con il libro su Ilaria Alpi ho cominciato a inserire in coda ai miei fumetti delle spiegazioni sul perché di alcune scelte narrative, le scene che sono state modificate o i dialoghi posizionati in un diverso momento».
Come raccogli le testimonianze?
«Alcune persone hanno acconsentito a farsi intervistare da me e Lelio perché il nostro approccio è meno invasivo rispetto a presentarsi con una troupe a fare un’intervista. Io uso un taccuino e le registrazioni le faccio col telefono. Lelio disegna in diretta, spesso fa il ritratto di chi sta intervistando e questo scioglie il ghiaccio, allenta la tensione. Penso a chi è sopravvissuto ai lager libici e all’attraversamento del Mediterraneo, oppure a chi vive nelle baraccopoli del nostro Paese come San Ferdinando o Campobello di Mazara. Se vai con una telecamera, l’approccio è molto diverso, più difficile. Il fumetto invece è un’arte che vedi nell’immediato, non devi aspettare il montaggio».
L’AUTORE
Marco Rizzo, classe 1983, è giornalista, sceneggiatore, scrittore, editor, divulgatore Autore di vari fumetti e graphic novel, scrive anche Spider- Man per Marvel. Numerosi i premi e riconoscimenti alla sua carriera