Milo Manara e l’Odissea disegnata dal figlio
di Milo ManaraQuesta storia comincia quando Telemaco è ancora un bambino, di circa sei anni. Non ha mai conosciuto il padre, essendo nato pochi mesi dopo la sua partenza per Troia, e soffre molto la sua assenza. Timido e sensibile, ha sviluppato un fervido mondo interiore in cui si rifugia sfuggendo a quello reale. Ama fare lunghe passeggiate, durante le quali talora danza e canta, fantasticando ad alta voce. Lo incontriamo durante una di queste passeggiate, in un caldo pomeriggio estivo. Le cicale friniscono, le farfalle volteggiano, i fiori e l’erba alta ondeggiano alla brezza che viene dal mare. L’erba è così alta che Telemaco bambino la supera di poco. Ora si sta dirigendo verso un fitto boschetto in collina. Quel luogo gli incute un certo timore, ma allo stesso tempo lo attrae. Il bambino entra nell’ombra del sottobosco e raggiunge uno stagno, alimentato da un fresco ruscello. Mentre sta giocando con le ninfee, improvvisamente vede una strana figuretta riflessa nell’acqua. Alza lo sguardo e, o…
Questa storia comincia quando Telemaco è ancora un bambino, di circa sei anni. Non ha mai conosciuto il padre, essendo nato pochi mesi dopo la sua partenza per Troia, e soffre molto la sua assenza. Timido e sensibile, ha sviluppato un fervido mondo interiore in cui si rifugia sfuggendo a quello reale. Ama fare lunghe passeggiate, durante le quali talora danza e canta, fantasticando ad alta voce. Lo incontriamo durante una di queste passeggiate, in un caldo pomeriggio estivo. Le cicale friniscono, le farfalle volteggiano, i fiori e l’erba alta ondeggiano alla brezza che viene dal mare. L’erba è così alta che Telemaco bambino la supera di poco. Ora si sta dirigendo verso un fitto boschetto in collina. Quel luogo gli incute un certo timore, ma allo stesso tempo lo attrae. Il bambino entra nell’ombra del sottobosco e raggiunge uno stagno, alimentato da un fresco ruscello. Mentre sta giocando con le ninfee, improvvisamente vede una strana figuretta riflessa nell’acqua. Alza lo sguardo e, oltre lo stagno, scorge un suo coetaneo, con una buffa capigliatura, spuntare tra il fogliame. Accortosi di essere stato visto, questo misterioso bambino si allontana in fretta, scomparendo tra la vegetazione. Telemaco si getta all’inseguimento, attraversando lo stagno alla massima velocità che gli permettono le sue gambette, ma ormai l’altro è sparito.
Telemaco lo chiama, lo invoca, lo supplica di farsi vedere. E finalmente la testa del bimbo dai buffi capelli spunta tra la vegetazione, e si mette a parlare. Dice di essere molto sorpreso che Telemaco lo abbia visto, perché di solito nessuno è in grado di farlo. Intanto esce allo scoperto e apprendiamo che non si tratta di un comune bambino, ma di un piccolo centauro.Telemaco è entusiasta per la meravigliosa sorpresa. Dentro di sé aveva sempre creduto all’esistenza dei centauri, ma gli adulti lo prendevano in giro per la sua ingenuità. E adesso eccone uno vero, in carne e ossa, proprio sotto i suoi occhi! Il piccolo centauro dice di chiamarsi Kiros e conduce Telemaco in una meravigliosa radura in mezzo al bosco.
Lì un vecchio centauro, spelacchiato e canuto, sta schiacciando beatamente un pisolino. È suo nonno. Kiros lo sveglia, e lui subito comincia a brontolare, lamentandosi per il chiasso e per l’impossibilità, alla sua veneranda età, di riposare in santa pace. Ma poi anche questo vecchio centauro dedica attenzione a Telemaco. Si dimostra sorpreso che quel bambino possa vedere lui, così come Kiros, e ne deduce che deve trattarsi del figlio di un eroe. Racconta di essere Chirone, il più vecchio e saggio fra i centauri, la cui sapienza è pari solo all’abilità nel suonare la sua arpa dorata. Ci furono giorni in cui la fama di Chirone era così grande che molti fi gli di eroi e di re gli venivano affidati perché li educasse alle più nobili arti. Ma ormai quel tempo è passato e tutti gli eroi e i re sono partiti per andare a combattere una lunga guerra in una terra lontana. Tra di loro, Ulisse.
A Telemaco non sembra vero di aver finalmente trovato qualcuno che gli racconti di quella guerra e che, soprattutto, gli parli di suo padre. Così il vecchio Chirone comincia a raccontare. Nel suo linguaggio aulico e nella sua voce profonda, riecheggiano i poemi di Omero. All’inizio Kiros, monello irrispettoso, prende in giro il nonno, dicendo che di quel passo ci vorranno anni prima di finire la storia. Offeso, Chirone lo sgrida e non vuole più riprendere la narrazione. Telemaco però lo supplica di continuare. Il vecchio centauro, che in cuor suo muore dalla voglia di raccontare, si lascia convincere. Ma ecco che avviene uno strano fenomeno. Mentre quella voce profonda invoca le Muse, dal laghetto cosparso di ninfee si leva un denso vapore che si infittisce sempre di più, fino a formare una massa biancastra all’interno della quale, come se fosse uno schermo a tre dimensioni, cominciano a comporsi delle immagini. Dapprima confuse, poi sempre più nitide. Un racconto che prende forma. Chirone narra dei terribili duelli che si svolgono sotto le mura di Troia. E il piccolo Telemaco, con gli occhi spalancati, vede (e noi con lui) nello schermo vaporoso tutto ciò che Chirone sta raccontando. Ecco dunque un sanguinoso scontro tra achei e troiani.
Poi Achille che affronta Ettore in duello e infine, dopo averlo ucciso, lo lega al suo cocchio e lo trascina davanti alle porte Scee. Vediamo Ulisse confabulare con Diomede. E poi ancora, nella notte, il furioso incendio di Ilio superba, con la gigantesca sagoma del cavallo di legno che si staglia tra le fiamme. Le immagini successive ci mostrano Ulisse e i suoi uomini che salgono su una nave. Ulisse invoca la clemenza di Poseidone, quindi dà ordine di alzare la vela. Con un turbine nello schermo di vapore, vediamo il palazzo sottomarino di Poseidone. Contornato da nereidi, ninfe e tritoni, il dio del mare non accoglie le invocazioni di Ulisse, ma decide anzi di rendergli difficile il ritorno. Sull’immagine corrucciata del dio, lo schermo di vapore lentamente si dissolve. Sta già albeggiando quando il piccolo Telemaco si risveglia nel bosco, stropicciandosi gli occhi e guardandosi attorno alla ricerca dei suoi amici. Ma è solo. I centauri sono svaniti, come un sogno. Si è fatto giorno nella reggia di Ulisse. Telemaco è tra le braccia di sua madre Penelope e, tra un bacio e una carezza, le dice di aver veduto il padre. Sorpresa, ma convinta che si tratti solo di una fantasia, Penelope gli chiede con un sorriso dove mai lo abbia visto, e il bambino le racconta dell’incontro con i centauri. Sospirando, Penelope lo stringe più forte, sussurrandogli che quelle cose meravigliose, purtroppo, sono solo frutto dell’immaginazione, che i centauri non esistono e che il padre è ancora molto lontano. Nel dire questo, Penelope si volta dall’altra parte per nascondere le lacrime. Allora la governante Euriclea sottrae delicatamente Telemaco al suo abbraccio e lo invita sottovoce ad andare fuori a giocare.
Telemaco ubbidisce, afferrando una piccola nave di legno, ma il pensiero dei centauri continua a tormentarlo. In giardino incontra il nonno Laerte e gli confida i suoi dubbi. Il vecchio lo guarda con dolcezza e non sa dargli una risposta precisa. Anche lui li aveva visti, da bambino, ma poi, crescendo, non ci era più riuscito. Forse non erano mai esistiti. È notte. Telemaco ora è un bambino di una decina d’anni e sta dormendo nella sua stanza. All’improvviso una voce infantile lo chiama ripetutamente. Telemaco si sveglia di soprassalto e si siede sul letto, guardandosi attorno, ma non vede nessuno. Di nuovo quella voce invoca il suo nome. Telemaco si affaccia alla finestra e nel giardino, illuminato dalla luna piena, scorge una figura che gli fa cenno di seguirlo. È proprio Kiros, il piccolo centauro! Telemaco si cala dalla finestra, felice e incredulo. I due amici si abbracciano con entusiasmo, poi si avviano verso il bosco, attraversando un grande prato. Nella radura che circonda lo stagno li aspetta Chirone, ancora più vecchio e malandato di quando Telemaco l’aveva visto la prima volta. Di nuovo lo strano vapore si alza dallo stagno, formando quello schermo in cui cominciano a prendere corpo le immagini, mentre Chirone racconta. Vediamo l’imbarcazione di Ulisse e dei suoi compagni in balìa di un mare tempestoso. I marinai tentano di fare rotta verso Itaca, ma la forza del vento e la furia del mare li spingono verso Sud, sino alle coste dell’Africa. Esausti e affamati, gli uomini scendono a terra per rifocillarsi. Il paesaggio attorno è sorprendente.
Fra alberi di forme e colori mai visti, compaiono animali ancora più strani. I marinai si inoltrano in quel singolare mondo e finalmente ne incontrano il popolo. Sono uomini e donne, giovani e vecchi, vestiti in fogge bizzarre e agghindati con ghirlande di fiori dalle tinte sgargianti. Alcuni danzano e cantano, altri suonano strumenti sconosciuti, altri ancora preparano del cibo, disponendolo su grandi vassoi. Tutti hanno quell’aria smarrita, come assenti da se stessi. Si tratta di un popolo che vive nella più assoluta improduttività, perennemente stordito e immemore cibandosi solo di un particolare fiore: il loto. Anche alcuni marinai lo mangiano e subito sprofondano in una beatitudine inebetita. Ulisse li chiama a raccolta. Il mare si è calmato, il vento è favorevole. Bisogna tornare a casa. Ma i marinai scuotono la testa con un sorriso instupidito. Non ricordano più nulla: della casa, della famiglia, di Itaca. Stanno bene così, sono felici. Allora Ulisse, aiutato da quei marinai che non hanno assaggiato il loto, trascina con la forza gli smemorati sulla nave e li lega sottocoperta. Dopodiché salpa l’ancora. Nel bosco, Telemaco ha il sorriso di un bambino addormentato e sognante. Dopo una lunga navigazione, i marinai hanno nuovamente bisogno di rifornirsi e decidono quindi di sbarcare su un’isola. Raggiunte le sponde, si inoltrano in un’enorme caverna, dove trovano colossali quantità di latte e formaggio. Ma, proprio mentre si stanno gettando su quell’insperato banchetto, ecco comparire una creatura mostruosa e gigantesca. Un caprone grande come un elefante proietta la sua ombra sui terrorizzati marinai, che si nascondono in un angolo buio. Il caprone è seguito da un gregge di pecore altrettanto enormi che, dopo essere passate davanti agli occhi sbarrati dei greci, si inoltrano nell’oscurità della caverna. Poi il terreno comincia a sussultare e appare un uomo ancora più gigantesco di quegli animali, tanto da occupare l’intera apertura della caverna. Si china per passare, poi chiude l’ingresso dietro di sé con un enorme macigno. Il gigante mette della legna in un rudimentale camino e accende il fuoco.
Al bagliore delle fiamme vediamo che ha un occhio, uno soltanto, in mezzo alla fronte. È il ciclope Polifemo. Guardandosi attorno con quell’unico occhio, Polifemo scorge Ulisse e i suoi compagni tremanti. Riavutosi dalla sorpresa, chiede chi siano e da dove vengano. Ulisse gli racconta la sua storia, dicendogli di chiamarsi Nessuno, e si raccomanda al senso di ospitalità del ciclope. Allora Polifemo, con una risata sgangherata, gli risponde che, proprio in segno di ospitalità, lo mangerà per ultimo. Per cominciare, afferra due marinai, li sbatte violentemente contro le pareti della grotta e li divora. Finito l’orrendo pasto, il ciclope tracanna lunghe sorsate di vino da un otre gigantesco. I marinai intanto corrono a nascondersi dove possono, inseguiti dalla risata del ciclope, assai divertito dalla loro paura. I marinai cercano qualche spiraglio nell’imboccatura della grotta, per fuggire.
Intanto Polifemo si sdraia su un immenso giaciglio e, dopo aver borbottato che l’indomani mangerà altri uomini, si abbandona a un sonno pesante. Ma Ulisse ha un piano. Raduna i compagni. Quindi, da una catasta di legna, sceglie un lungo palo, che appuntisce con il loro aiuto. Poi tutti insieme lo infilano sotto le braci del rudimentale camino, trasalendo ogni volta che il ciclope interrompe il sonoro russare per rigirarsi nel giaciglio. Quando la punta del palo è arroventata, Ulisse e i suoi lo ritirano dal camino, si inerpicano faticosamente sul giaciglio e con forza conficcano il palo nell’occhio del ciclope. L’enorme bulbo frigge e sfrigola come un ferro incandescente gettato nell’acqua. Il ciclope lancia un urlo che nulla ha di umano, contorcendosi e agitando le braccia. Troppo tardi, per lui. I marinai rigirano il palo nell’occhio già devastato, conficcandolo ancora più in profondità. Svegliati dalle urla lancinanti di Polifemo, altri ciclopi escono dalle proprie spelonche per vedere cosa sta succedendo. Le loro sagome massicce scendono dalle rocce nel buio della notte, per dirigersi verso la grotta di Polifemo. Ma quando gli chiedono perché sta gridando e chi gli stia facendo del male, lui rantolando risponde che “Nessuno” lo sta accecando e “Nessuno” lo sta facendo soffrire orribilmente. Allora i ciclopi si allontanano borbottando che, se nessuno sta facendo del male a Polifemo, dovrebbe smetterla di lamentarsi.
Polifemo, furioso e sofferente, cerca invano di agguantare i marinai brancolando tra il gregge nel buio, finché, all’alba, decide di spostare il macigno che chiude la grotta. Si accovaccia davanti all’uscita, per passare in rassegna le pecore, tastandone il vello. Non sa che l’astuto Ulisse ha avuto una nuova idea per salvare se stesso e i marinai. Si è aggrappato sotto il ventre di una pecora e ha ordinato ai suoi uomini di fare altrettanto. Le mani enormi del ciclope, piangente lacrime di sangue, accarezzano i musi e le groppe delle pecore, sfiorando talvolta gli uomini che vi sono appesi sotto, ma senza percepirli. Finalmente tutti riescono a uscire e si allontanano in silenzio dalla spelonca. Raggiungono la nave e si mettono ai remi mentre Polifemo, barcollando, cerca di inseguirli. Non appena la nave si è allontanata dalla riva, Ulisse non resiste alla tentazione di schernire il ciclope e gli grida che la sua cecità è il castigo di Zeus per aver divorato degli ospiti. Orientandosi con la voce di Ulisse, Polifemo svelle dalla scogliera un enorme masso e lo scaglia verso la nave. Il masso la sorvola, sfiorandone l’albero, e con un gran fragore piomba in mare davanti alla prua. L’onda sollevata spinge la nave verso la costa, e per poco non la manda a schiantarsi sugli scogli. I marinai, facendo forza disperatamente sui remi, riescono a riprendere il largo. Quando la nave è giunta a una distanza doppia rispetto a prima, Ulisse grida nuovamente al ciclope di averlo ingannato, e che il suo nome non è Nessuno, ma Ulisse. A quel punto Polifemo, urlando di rabbia e disperazione, implora suo padre Poseidone di vendicarlo. Dopodiché riesce a strappare la cima aguzza di un picco di roccia, per gettarla verso la nave. Questa volta l’immane macigno cade a poppa, sfiorandone il timone. I marinai, al culmine del terrore, si curvano sui remi. E infine la nave riesce a prendere il largo, ormai fuori pericolo.
IL LIBRO
Odissea di Milo Manara, Feltrinelli Comics, pagg. 112, euro 25. In libreria il 28 ottobre
L’APPUNTAMENTO E IL DOCUFILM
A Lucca Comics & Games sabato 1 novembre (ore 19.30) presso l’Auditorium San Girolamo, Milo Manara incontrerà il pubblico in un appuntamento intitolato: “Le parole e le immagini di un Maestro, tra eros e arte”. Seguirà la proiezione del docufilm Manara, regia di Valentina Zanella, tratto dalla sua autobiografia A figura intera (Feltrinelli Comics)