Le lettere inedite di Oliver Sacks: sognando California
A Elsie e Samuel Sacks
24 agosto 1960, San Francisco
Cari mamma e papà, [...] Ormai sono due settimane e mezzo che sto a San Francisco e dintorni, ho visto una buona parte della città e del territorio circostante, ho visitato ospedali e università, fatto ricerca e preso contatti [...] E dopo aver vissuto qui, ormai mi sono quasi convinto che gli States in generale, e la California in particolare, saranno probabilmente la mia casa definitiva, a prescindere da quello che farò nell’immediato. (…)
In un paese poco popolato quale è il Canada (sua precedente destinazione, ndr,) la neurologia, come specializzazione, esiste a malapena, mentre qui in California, in tutte le principali università e in diversi ospedali indipendenti, ci sono enormi dipartimenti, clinici e sperimental…
A Elsie e Samuel Sacks
24 agosto 1960, San Francisco
Cari mamma e papà, [...] Ormai sono due settimane e mezzo che sto a San Francisco e dintorni, ho visto una buona parte della città e del territorio circostante, ho visitato ospedali e università, fatto ricerca e preso contatti [...] E dopo aver vissuto qui, ormai mi sono quasi convinto che gli States in generale, e la California in particolare, saranno probabilmente la mia casa definitiva, a prescindere da quello che farò nell’immediato. (…)
In un paese poco popolato quale è il Canada (sua precedente destinazione, ndr,) la neurologia, come specializzazione, esiste a malapena, mentre qui in California, in tutte le principali università e in diversi ospedali indipendenti, ci sono enormi dipartimenti, clinici e sperimentali al tempo stesso. Negli States, una quantità prodigiosa di denaro viene destinata alla ricerca, in parte come conseguenza dell’evasione fiscale. Grassi profitti industriali sono spinti verso ogni genere di progetto meritevole (e non), pur di tenerli fuori dalle casse di Fort Knox. E ancora: la California unisce in sé le opportunità e le bellezze naturali di un intero continente. Arrampicate, discese con gli sci, deserto, oceano, foreste, vigneti – tutto in un giorno di viaggio. La stessa San Francisco, come probabilmente sapete, vanta caratteristiche naturali uniche. Il gradiente di temperatura tra l’oceano e l’interno rovente fa sì che nella città, due volte al giorno, cali e poi si alzi una nebbia che la mantiene a una temperatura costante e quasi perfetta tutto l’anno. Benché abbia una popolazione di meno di un milione di abitanti, che non si sta espandendo, la città ha tutte le risorse culturali e intellettuali di un centro enorme come Londra. Ha una storia ricca e fantastica che non farebbe sfigurare una città molto più antica. Possiede al proprio interno, e in un breve raggio, ogni genere di straordinarie bellezze naturali. (…)
Adesso è ora di cena, e ho di fronte a me le innumerevoli possibilità offerte dall’eccellenza gastronomica di Sf. Branzino al Fisherman’s Wharf, cibo giapponese, italiano, cinese, haute cuisine, o magari un chilo e mezzo di bistecca annaffiata da quattro litri di birra chiara. Per un tipo come me, tutto concentrato sullo stomaco, Sf è seconda a pochissimi posti al mondo. Uscendo dalla Ymca getterò uno sguardo nel salone del barbiere qui accanto, che sembra non aver mai clienti, ma suona tutto il giorno il violino, seduto sulla sua poltrona. Devo stare attento a non inciampare negli ubriaconi privi di sensi disseminati sul marciapiede, e mi toccherà incenerire con lo sguardo i mendicanti sbronzi che sciamano sul lungomare. In dieci metri sento altrettante lingue. Vada per il Fisherman’s Wharf, con la vista del Golden Gate Bridge stagliato contro il tramonto, la prigione di Alcatraz sulla sua isola-fortezza, lo scricchiolio dei gusci di gamberi e granchi nei canali di scolo e – ovunque – l’odore penetrante del succo di vongole, che (dicono) è l’essenza stessa del Pacifico. Per piacere, quando riceverete questa lettera rispondetemi, e salutate da parte mia tutta la famiglia.
A Jonathan Miller, compagno di scuola e carissimo amico
11 ottobre 1960, San Francisco
Caro Jonathan, ricevere la tua lettera, e anche il ritaglio, è stata una gioia e un’emozione. (…) Onestamente non mi ricordo quanto ti ho scritto nelle lettere precedenti e corro un po’ il rischio di ripetermi. Prima di tutto, sulla mia attuale posizione. Ho cominciato circa una settimana fa, come assistente ricercatore e «ospite» dell’ospedale. Qui la denominazione è importante, perché non ho ancora concluso le pratiche di immigrazione e quindi non sono autorizzato ad accettare un impiego. Il mio compito, nella misura in cui ne ho uno, è di familiarizzare con quanto accade nel reparto di neurochirurgia e fisiologia e di partecipare a tutte le attività nelle quali posso o desidero essere coinvolto: altrimenti, in corsia, esaminare tutti i pazienti e prendere parte a tutti giri di visite e seminari che voglio. Non posso nemmeno cominciare la specializzazione qui in California finché non avrò sostenuto l’esame degli State Boards, perciò dovrò aspettare almeno la prossima primavera. Che fregatura! L’unità, essenzialmente stereotassica, si occupa di discinesie sia sul versante sperimentale che su quello terapeutico, mettendo a frutto l’interazione fra i due aspetti.
Levin, l’anziano [...] è distante e ambiguo in tutti i suoi comportamenti, tranne che negli accessi di generosità e alla guida (ha una Ferrari V12, forse l’auto di serie più veloce del mondo). Feinstein, il più giovane [...] è arrogante e presuntuoso e non mette mai le calze (a differenza di Levin, che non solo le porta, ma indossa vestiti da trecento dollari); tuttavia, è un vulcano di idee, alcune folgoranti, altre straordinariamente ottuse, che spara con una sorprendente assenza di discriminazione. Poi ci sono certe segretarie voluttuose, con gambe da sbavarci dietro, che vivono di burro d’arachidi e compresse di saccarina e bramano di sposare un medico. Infine c’è l’emerito Von Bonin, un vecchio magnifico [...] con un’enorme faccia rossa piena di rughe intelligenti e di humour tedesco, che rappresenta l’amichevole e definitiva corte d’appello per qualsiasi incertezza sul sistema nervoso, animale o umano che sia. Per quanto riguarda gli specializzandi, qui somigliano tutti a Groucho Marx e se ne vanno in giro per l’ospedale in maglietta fumando con insolenza il sigaro in faccia ai pazienti; traboccanti di veemenza politica e barzellette ebraiche, sono però sorprendentemente aperti e si danno un gran daffare, tranne quando ci sono le World Series di baseball: allora si accalcano tutti davanti ai televisori e nessuno pensa più alle coronarie e all’ematemesi dei pazienti. Le World Series e i dibattiti Kennedy-Nixon appassionano chiunque abbia interessi al di fuori del proprio gruppo sociale. Dopo due mesi di vita aploide sono emerso con piacere, e credo una volta per tutte, dalla sua intensità claustrofobica, e trovo estremamente gradevole lavorare e vivere insieme a persone che parlano e pensano e agiscono a prescindere dalla propria sessualità. Qui il denaro può comprare così tante cose ed è oggetto di un tale rispetto che senza accorgersene si finisce per farci più attenzione e per desiderarne di più. Sono sicuro che (per il giusto tipo di persona, me e te) le libertà che offre superino di gran lunga le responsabilità e le limitazioni. Il denaro arriva all’improvviso, praticamente subito dopo la fine della specializzazione, anche se non posso prevedere se tra cinque anni sarà ancora così facile. Gli Stati Uniti formano deliberatamente pochi medici e in tal modo conferiscono loro un immenso potere e al tempo stesso grandi opportunità di essere corrotti. Ci sono fin troppi medici, qui, disposti a estorcere a un paziente 1000 dollari di esami clinici inutili. Anche quelli onesti, comunque, se la passano molto bene.
Ho trascorso l’ultimo fine settimana con un giovane neurologo che esercita da circa tre anni e ha già una magnifica «baita» di sequoia a mezz’ora dalla città, sul Mt. Tamalpais – quindici stanze, piscina, panorama di tutta la baia da un’immensa finestra e, dall’altra, montagne all’infinito – e poi sono uscito in yacht con lui [...]. Probabilmente ho visto, pensato e sentito più che negli ultimi dieci anni e, accidenti, non ho messo nulla sulla carta, né del resto lo farò adesso. Ho avuto materiale per un centinaio di saggi, un centinaio di articoli per il New Yorker, come pure per qualche romanzo. Forse è tutto così strettamente intrecciato con le mie tortuosità emotive che non sarò in grado di sbrogliarlo, non lo so. Se solo avessi avuto il buon senso di comprare una macchina fotografica! A proposito, spero che tu ne abbia presa una.
Sono stato anche a Cannery Row, e questo ha cancellato tutte le sciocchezze in cui ancora credevo. Non è più com’era, perché anni fa le sardine hanno smesso di venire sulla West Coast e non danno segno di volerci tornare. Tuttavia, tra gli stabilimenti conservieri desolati e fatiscenti, c’è un assurdo Steinbeck Theater e il posto è diventato un grande centro turistico invaso da bar “intimi” e ristoranti pacchiani che servono pesce sul lungomare. D’altra parte per centinaia di chilometri a sud di tutto questo c’è una costa che non ha paragoni, con le pozze di marea più ricche di vita che uno possa desiderare. In un punto, spiaggiato sulla riva, ho trovato un chitone assolutamente gigantesco. Ti allego, non so nemmeno io perché, una mia foto in una baia idilliaca nei pressi di Monterey mentre mangio insieme a un amico [...]
Devo ancora incontrare Thom Gunn. È partito da Sf per Londra il giorno che sono arrivato, ma dovrebbe tornare presto. In linea di massima, però, sono deluso dalla folla di licantropi che c’è quaggiù. Ieri in riva al mare ho incontrato una figura familiare, un tizio curvo, con un abito inglese molto bello – pantaloni gessati e colletto corto e rigido –, che attirava parecchi sguardi furtivi e divertiti. Io avevo indosso un paio di jeans e nient’altro (faceva un gran caldo). Ad ogni modo era Leslie Le Quesne del Middlesex, qui per un congresso di chirurgia. Quando l’ho fermato si è voltato con un’aria arrogante, ma poi è stato sopraffatto dallo stupore e dalla gioia e ha gridato: «Oh, mio Dio, Sacks!» seguito più volte da: «Ma che cosa straordinaria» e «Quant’è piccolo il mondo». Ci siamo fatti qualche birra in un bar molto elegante sul lungomare, formavamo una coppia davvero in congrua ed era tutto molto irreale: Leslie, con quel viso, quella tenuta, quella mentalità così puramente e intensamente inglesi su uno sfondo così esotico. Mi sto esaurendo in stupidaggini.
Dammi notizie, quando comincerai a Cambridge. Salutami con affetto (la dottoressa) Rachel.
© 2024 The Oliver Sacks Foundation
© 2025 Adelphi Edizioni s.p.a. Milano
IL LIBRO
Un problema musicale. Lettere 1960-1979 di Oliver Sacks (Adelphi, a cura di Kate Edgar,traduzione di Isabella C. Blum, pagg. 560, euro 24), in uscita il 21 ottobre