Orani (Nuoro). «Vorrei sempre incoraggiare le persone a porsi delle domande, a guardare oltre l’apparenza» è il mantra di Mona Hatoum l’artista nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese che sa trasformare il dolore in una bellezza intima e misteriosa, trasportandolo in una dimensione ricca di poesia, come si scopre nella mostra al museo Nivola di Orani, vicino a Nuoro, negli otto lavori site specific a cui si aggiungono più di una decina di opere storiche, da vedere fino al 2 marzo 2026 dal titolo Behind the Seen, curata da Giuliana Altea, Antonella Camarda, e Luca Cheri. Hatoum si è trasferita in Inghilterra a 23 anni, senza la possibilità di tornare a casa per la guerra. È una straniera ovunque, e si capisce bene dai suoi lavori dove convivono sentimenti opposti: il famigliare si trasforma in qualcosa di sinistro, il controllo diventa vulnerabilità, l’assenza si confonde con la presenza. Lei riesce a spiazzare, a disorientare, facendo dialogare la repulsione con il desideri…
Orani (Nuoro). «Vorrei sempre incoraggiare le persone a porsi delle domande, a guardare oltre l’apparenza» è il mantra di Mona Hatoum l’artista nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese che sa trasformare il dolore in una bellezza intima e misteriosa, trasportandolo in una dimensione ricca di poesia, come si scopre nella mostra al museo Nivola di Orani, vicino a Nuoro, negli otto lavori site specific a cui si aggiungono più di una decina di opere storiche, da vedere fino al 2 marzo 2026 dal titolo Behind the Seen, curata da Giuliana Altea, Antonella Camarda, e Luca Cheri. Hatoum si è trasferita in Inghilterra a 23 anni, senza la possibilità di tornare a casa per la guerra. È una straniera ovunque, e si capisce bene dai suoi lavori dove convivono sentimenti opposti: il famigliare si trasforma in qualcosa di sinistro, il controllo diventa vulnerabilità, l’assenza si confonde con la presenza. Lei riesce a spiazzare, a disorientare, facendo dialogare la repulsione con il desiderio, la paura con il potere della seduzione. Analizza come il conflitto può suggerire altri mondi, lo espande nell’ambiente, lo rende astratto, lo estremizza, lo racconta con performance, video, installazioni, sculture.
Così l’artista conosciuta per le sue grandi retrospettive al Centre Pompidou di Parigi come alla Tate Modern di Londra, approda nel cuore della Sardegna per realizzare una mostra in linea con i grandi temi della sua ricerca: «Sono stata invitata dai curatori per fare una residenza a Orani, la prima dalla pandemia – spiega – È una modalità che mi permette di interagire con il luogo, di scoprire i mestieri della tradizione locale, di lavorare insieme agli artigiani che continuano a usare le competenze manuali che stanno scomparendo. Penso alla ceramica del laboratorio Terrapintada di Bitti, al lavoro del fabbro Emanuel Ziranu di Orani, ai tappeti realizzati con una tecnica locale di Mariantonia Urru di Samugheo». Parla del suo fare, un po’ come una esploratrice del passato cerca oggetti dimenticati, come un vecchio pallone da calcio, o un pezzo di legno lacerato, trovati visitando depositi e discariche: «Mi piace raccogliere ciò che è in risonanza con me, senza sapere cosa ne farò; poi accade qualcosa dietro la scena, lascio spazio alla mia intuizione, e come per magia, gli oggetti si uniscono, e nasce una installazione, come è successo con Behind the Seen».
Nell’ampia sala del Museo Nivola, si scoprono opere tradizionali in grande equilibrio con quelle realizzate a Orani ed è la stessa artista a raccontare ogni sua scelta, a partire da Twelve Windows del 2012: «In questa mostra ogni opera dialoga bene con le altre, è una specie di piccolo miracolo. Tornando a Twelve Windows sono i pannelli eseguiti con il tradizionale ricamo palestinese dalle artigiane dell’associazione libanese Inaash e ognuno è riferito a una regione diversa della Palestina. Lo scopo di questo lavoro era di mantenere in vita competenze che rischiano di scomparire. Nel Museo Nivola i 12 pezzi di ricamo sono sospesi nello spazio da corde di cotone rosse, che richiamano quelle usate per il bucato. Ho deciso esporre qui questo lavoro perché una volta lo spazio del museo era un lavatoio. Adesso Twelve Windows diventa una mappa visiva, lo spazio frammentato del lavatoio diventa un percorso pieno di ostacoli, una metafora della frammentazione di territori interrotti».
Poco distante c’è Mirror del 2025: «Uno specchio particolare, una struttura con barre di metallo che non restituisce l’immagine, ma richiama una struttura ambigua che riflette le limitazioni fisiche e psicologiche che ci costringono e fanno pensare a una gabbia». Divide, sempre del 2025: «Un paravento ospedaliero trasformato in una barriera con il filo spinato, che invece che proteggere diventa un ostacolo, un confine mobile, che può avere un significato politico».
Decisamente attuali sono i soldatini giocattolo di bronzo del 2007: «Sono schierati in un cerchio continuo, dal titolo Round and Round, per raccontare un ciclo infinito di guerre e di violenza. Non voglio puntare il dito su un determinato conflitto, o un argomento, preferisco indagare l’essenza di un conflitto, qualcosa che assume significati diversi in ogni situazione, in modo che ogni persona possa essere incoraggiata a trovare la propria interpretazione».
Per finire c’è l’installazione Behind the Seen, un gioco di parole tra “visto” e “scena”, che dà il titolo alla mostra: «Oggi è difficile capire quale sia la verità, dobbiamo essere curiosi e indagare cosa si nasconde dietro all’apparenza. Dobbiamo mettere tutto in discussione e guardare oltre la superficie delle cose che sembrano innocue ».