Torino
La realtà è. La fotografia può essere. Da quasi mezzo secolo Jeff Wall, canadese, artista e teorico dell’immagine ora alle soglie degli 80 anni, è uno dei più convinti promotori dell’affermazione della fotografia come arte della contemporaneità. Ma le sue immagini spesso premeditate, tableaux vivant gestiti come set cinematografici, contraddicono l’ideologia della fotografia come medium condannato alla raffigurazione del reale senza interventi. Le immagini quasi senza epoca della retrospettiva Photographs, curata da David Campany fino al primo febbraio alle Gallerie d’Italia di Torino (seguirà a Bologna dal 6 novembre Living, Working, Surviving alla Biennale Fotoindustria del Mast) sono, dice Campany, «l’esplorazione di tutto quello che la fotografia poteva e può ancora essere». Passeggiando nelle sale della mostra torinese, Wall ci spiega che cosa.
Torino
La realtà è. La fotografia può essere. Da quasi mezzo secolo Jeff Wall, canadese, artista e teorico dell’immagine ora alle soglie degli 80 anni, è uno dei più convinti promotori dell’affermazione della fotografia come arte della contemporaneità. Ma le sue immagini spesso premeditate, tableaux vivant gestiti come set cinematografici, contraddicono l’ideologia della fotografia come medium condannato alla raffigurazione del reale senza interventi. Le immagini quasi senza epoca della retrospettiva Photographs, curata da David Campany fino al primo febbraio alle Gallerie d’Italia di Torino (seguirà a Bologna dal 6 novembre Living, Working, Surviving alla Biennale Fotoindustria del Mast) sono, dice Campany, «l’esplorazione di tutto quello che la fotografia poteva e può ancora essere». Passeggiando nelle sale della mostra torinese, Wall ci spiega che cosa.
Ha una definizione di fotografia, oggi, Mr. Wall?
«Quello che è sempre stata. Fotografia è quel che succede quanto una fotocamera affronta quel che sta fuori da lei. Le innovazioni non cambiano il dato di fondo: fotografia è la cattura di un’immagine e l’uso che fai di questa immagine».
Jeff Wall, The Drain (1989)
Il fotografo sembrerebbe tenuto a scegliere solo l’inquadratura, e a lasciar fare il resto alla realtà. Lei fotografa per raffigurare il reale pensabile, più che quello visibile, è una sfida?
«La fotografia per natura non può che registrare il reale, ma ci sono molti modi per soddisfare artisticamente questa condizione. Grandi fotografi che ammiro hanno voluto fissare quel che incontravano nella realtà. Sì, loro lasciavano che il mondo facesse il lavoro. Rispetto le loro opere ineguagliabili, che stanno di diritto dentro la natura della fotografia…».
…ma?
«…ma c’è un’altra possibilità. Il cinema mi ha convinto che i fotografi non hanno sfruttato completamente quel che la fotocamera può fare. Il cinema ha scoperto che è possibile una relazione più attiva fra l’obiettivo fotografico e la realtà».
Pensa che la fotografia debba diventare cinema?
«No, però credo che si possa imparare dal cinema ad andare oltre l’idea un po’ ristretta che il fotografo sia solo un recettore passivo. Il fotografo è legittimato a intervenire nel mondo che fotografa».
Jeff Wall: Informant (2023)
Ma intervenire sulla realtà è quel che fanno i pittori.
«Ho imparato molto dalla pittura. Per secoli i pittori ci hanno restituito la realtà modificata sotto forma di tableaux, di lifescapes, ma questo l’ethos della fotografia non lo permetteva. Sia chiaro, non ho nulla contro chi rispetta il programma realistico. Ma la fotografia può fare ancora di più, e come artista ho scelto un punto di partenza più libero, che continua a lasciar fare alla realtà il suo lavoro, ma crea uno spazio anche per le altre cose che desidero farci entrare».
La finzione?
«Non faccio teatro. Il teatro è una istituzione, è qualcosa di stabile, il mio modello è la flessibilità del linguaggio cinematografico».
E infatti le sue immagini hanno una grande forza narrativa… Si definirebbe uno storyteller in una sola immagine?
«No, non credo che le fotografie raccontino storie, ma suggeriscano l’idea di una storia».
Alcune sue opere sono state criticate per una sorta di eccesso di costruzione della scena, critiche che sottintendono un’idea di fotografia come documento. Ha voluto trasgredire quella estetica?
«Io adoro la fotografia documentaria. Ci ha dato autentici capolavori. Io stesso non escludo nulla che sia fotografico: semmai aggiungo. Credo che compito dell’artista sia comporre».
Jeff Wall, Boxing (2011)
L’irruzione del caso è ammessa?
«Sempre! Gran parte del mio lavoro è accidentale. Certo, scelgo un luogo, una situazione, progetto quel che può essere programmato, ma poi accetto quel che accade. Diciamo che la fotografia può essere la ricostruzione di una occasione».
Ha scritto che la fotografia è “intelligenza liquida”. Non le sembra che abbia cominciato a inaridirsi col digitale?
«Ho scritto che la lente asciuga, ma poi la fotografia era un processo liquido, di fluidi e vaschette… Ora non è più così vero, ma io uso ancora la pellicola e mi immergo nella sua nascita liquida, quella che ora sembra fuggire via…».
Ora l’intelligenza artificiale è del tutto secca. Fine della fotografia come l’abbiamo conosciuta?
«È un processo di rielaborazione di immagini esistenti. Fotografia è l’incontro fra una fotocamera e qualcosa che non è stato fotografato ancora».
Eppure, in qualche modo le sue immagini sembrano anticipare il vago surrealismo dell’Ia.
«L’idea di un sovrappiù di realtà è qualcosa a cui sono completamente aperto. Non mi sento obbligato a rimanere nel dominio del reale».
Il processo di legittimazione della fotografia come arte coincide con la morte della fotografia come medium. Ha vinto la pittura?
«La sfida della fotografia alla pittura è finita perché non c’è più alcun fotografo che imiti la pittura. Io però continuo a imparare dalla pittura: composizione, dimensioni, libertà. Ora la sfida è sull’immagine in sé, bene, il campo è aperto».
Non posso terminare senza chiederle di “Dead Troop Talk”. Alcuni soldati caduti in battaglia parlano tra loro, più resuscitati che zombie. È un’immagine del 1991. Sconvolge ancora. Ma la domanda è: di cosa parlano quei soldati?
«Buona domanda. Ma la deluderò. Stanno parlando di qualcosa che solo loro conoscono. Sappiamo solo che sono soldati, che erano in guerra, e sono morti. Forse parlano dell’errore che hanno commesso i loro comandanti mandandoli in una imboscata. Sarebbe logico, no? Ma potrebbero parlare di qualsiasi cosa, magari scherzare fra loro. Possiamo solo dire che quei ragazzi mandati a morire hanno qualcosa da discutere su quel che gli è accaduto, e a noi non è consentito di immaginare cosa».