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La Sonnabend Collection trova casa a Mantova

Jeff Koons: Wild Boy and Puppy (1988)

 

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Il 29 novembre, al Palazzo della Ragione, apre il museo che ospita la raccolta di Ileana e Michael. Il figlio adottivo Antonio Homem lo svela in anteprima
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Nella città di Mantegna e di Palazzo Te, dove i Gonzaga coltivavano il bello e l’eccentricità, arrivano Jasper Johns e Andy Warhol, il minimalismo e la performance. Una ventata di Novecento soffia sul Rinascimento. Il 29 novembre si inaugura un museo tutto nuovo: il Palazzo della Ragione spalanca le porte alla Sonnabend Collection, tra le più importanti raccolte del XX secolo.

È una storia, questa, che connette l’America e l’Europa del dopoguerra, si gioca sull’asse New York-Parigi, ma anche Roma, Venezia. Quando i dazi non c’erano – il nuovo suprematismo nemmeno – e il mercato dell’arte diventava territorio libero di scoperte e mecenatismo, animato da personaggi come Ileana Sonnabend (1914-2007) e suo marito Michael, ma anche Leo Castelli e Peggy Guggenheim. La Sonnabend Collection Mantov…

Nella città di Mantegna e di Palazzo Te, dove i Gonzaga coltivavano il bello e l’eccentricità, arrivano Jasper Johns e Andy Warhol, il minimalismo e la performance. Una ventata di Novecento soffia sul Rinascimento. Il 29 novembre si inaugura un museo tutto nuovo: il Palazzo della Ragione spalanca le porte alla Sonnabend Collection, tra le più importanti raccolte del XX secolo.

È una storia, questa, che connette l’America e l’Europa del dopoguerra, si gioca sull’asse New York-Parigi, ma anche Roma, Venezia. Quando i dazi non c’erano – il nuovo suprematismo nemmeno – e il mercato dell’arte diventava territorio libero di scoperte e mecenatismo, animato da personaggi come Ileana Sonnabend (1914-2007) e suo marito Michael, ma anche Leo Castelli e Peggy Guggenheim. La Sonnabend Collection Mantova, con Mario Codognato come direttore artistico, nasce dall’accordo tra la fondazione omonima, il Comune di Mantova e Marsilio Arte. Un centinaio di opere si succedono in undici ambienti, comprendendo la Pop, l’Arte Povera, ma anche l’alchimista Anselm Kiefer e il re delle aste Jeff Koons. Parliamo del progetto con Antonio Homem, figlio adottivo di Ileana e presidente della Sonnabend Collection Foundation.

Anselm Kiefer: Wege der Weltweisheit: Die Hermannsschlacht (1978)

 

Mr Homem, che collezionista era Ileana Sonnabend?

«Non c’era separazione tra Ileana come collezionista e Ileana come mercante d’arte. Diaghilev chiedeva agli artisti di “sorprenderlo”. Lei collezionava ciò che la sorprendeva e, come mercante d’arte, cercava di condividere il suo entusiasmo con gli altri. Quando qualcosa la interessava la perseguiva con tenacia».

Fondamentale fu l’incontro di Ileana con Leo Castelli. Che cosa prese lei da lui e che cosa lui da lei?

«Aveva 19 anni quando si sposarono, ma era già interessata all’arte: chiese un acquerello di Matisse come regalo di nozze, invece di un gioiello. Ma Leo le aprì le porte dell’arte moderna. Più tardi, a New York, durante la Seconda guerra mondiale, erano vicini a De Kooning e Jackson Pollock e quando, dopo la guerra, Leo aprì la sua galleria, Ileana fu molto coinvolta e attiva nel familiarizzare con nuovi artisti, come Warhol e Oldenburg, che in seguito espose a Parigi e portò nella galleria di Leo. Penso che Ileana fosse più avventurosa ed emotivamente coinvolta; Leo era più cauto e preoccupato della sua immagine e delle sue relazioni».

Andy Warhol: Ileana Sonnabend (1973)

 

Ileana era di una generazione successiva a quella di Peggy Guggenheim.

«Vivevano vite molto diverse. Peggy era molto socievole, Ileana molto riservata e non credo che gli artisti che interessavano Ileana avrebbero interessato Peggy. C’è stata però una mostra sul rapporto tra Ileana e l’Italia intitolata Un ritratto italiano alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nel 2011, frutto della collaborazione tra Philip Rylands e me. Achille Bonito Oliva e Germano Celant scrissero due saggi per il catalogo e sono rimasto molto soddisfatto del risultato».

Gilbert & George: Berries (1985)

 

Al contrario di Peggy, Ileana amava e collezionava la Pop Art. Che relazione aveva con Warhol?

«Ileana e Andy avevano un rapporto molto affettuoso: si fidavano l’uno dell’altra, erano complici. Nel 1974, lei fu invitata a organizzare una mostra al Museo Galliera di Parigi e pensò immediatamente a Warhol, che all’epoca stava dipingendo i quadri di Mao. Il museo ha soffitti molto alti e Warhol propose di realizzare una carta da parati con Mao che avrebbe ricoperto interamente le pareti. Anche senza quadri, era un ambiente straordinario. Andy scelse poi di appendere i quadri molto in alto in modo che, anche con il museo pieno di visitatori, la mostra sarebbe stata visibile. La sua genialità consisteva nell’avere idee semplici che producevano un effetto spettacolare».

Roy Lichtenstein: Little Aloha (1962) tra le opere esposte a Mantova
 

 

Michael e Ileana strinsero un contatto importante con l’Italia: con gli artisti di Piazza del Popolo, galleristi e critici come Germano Celant e Achille Bonito Oliva.

«Avevano entrambi un passato italiano, principalmente veneziano. Lui aveva vissuto a Venezia e lì aveva imparato l’italiano per poter leggere Dante nella lingua originale. Trascorse il resto della sua vita cercando di imparare la Divina Commedia a memoria. Ileana, da bambina, passava le estati al Lido con i suoi genitori. Quando arrivarono in Europa nel 1961 con l’intenzione di far conoscere il lavoro degli artisti americani che amavano, pensarono di poterlo fare in collaborazione con la Galleria La Tartaruga di Roma, ma non funzionò. Invece incontrarono Mario Schifano e gli offrirono un contratto. Seguirono poi Michelangelo Pistoletto e, alcuni anni più tardi, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giovanni Anselmo e Pier Paolo Calzolari».

Mario Schifano: Tempo moderno (1962)
 

 

Ora Ileana Sonnabend e la sua storia tornano in Italia. Perché la scelta è caduta su Mantova?

«Mario Codognato mi ha presentato Mattia Palazzi, il sindaco, il cui entusiasmo è stato molto gratificante. Ileana, Michael e io siamo stati diverse volte a Mantova, una volta con Attilio Codognato per vedere la mostra di Giulio Romano a Palazzo Te, e sentivamo già che la città faceva parte della nostra vita».

Che idea c’è dietro l’allestimento?

«L’architetto Federico Fedel e io abbiamo cercato di creare all’interno del Palazzo della Ragione uno spazio dove le opere della collezione potessero essere viste in modo contemplativo: un mondo dentro un altro mondo».

Quella stagione mitica di mecenatismo e collezionismo è ormai tramontata. Come vede lei il mondo e il mercato dell’arte oggi?

«Il mondo intero, compreso quello dell’arte, mi sembra molto caotico. Ma ho 86 anni: spero che sia solo il modo in cui un uomo anziano vede la realtà e nient’altro».

Che cosa rimane del “sogno” di Ileana Sonnabend?

«Forse la sua vita era il suo “sogno”. Una volta disse che, quando da bambina leggeva la favola di La Fontaine della Cicala e della Formica, trovava ingiusto che la Cicala rimanesse senza cibo per aver cantato tutta l’estate. Per questo era grata agli artisti e ai collezionisti che le avevano permesso di cantare per tutta la vita senza morire di fame. Quando le persone chiedevano cosa ne sarebbe stato della collezione dopo la loro morte, Michael rispondeva sempre: “Se ne occuperà Antonio”. Ora mi piace pensare che, se potessero vedere la Collezione Sonnabend Mantova così splendidamente esposta al Palazzo della Ragione, lui e Ileana avrebbero la percezione che qualcuno se ne è preso cura davvero».

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