MANTOVA
Si parlerà a lungo dell’incontro tra Giulio Romano e sir Isaac Julien. Per i suoi cinquecento anni Palazzo Te si è regalato un piccolo capolavoro. Stefano Baia Curioni, direttore del Te, e Lorenzo Giusti, curatore dell’evento, hanno perseguito un’intuizione vincente in virtù della sintonia tra epoche lontane, ma sorprendentemente affini. Attivato dallo sguardo del celebre regista inglese, il manierismo palesa un sistema di armonici risonanti con la postmodernità.
Per comprendere le ragioni di tale accordo si deve tornare al momento germinale del palazzo. Il 1525 si aprì con la battaglia di Pavia, Carlo V faceva prigioniero il re di Francia. Federico II Gonzaga, signore di Mantova, favorì la caduta dei giganti: dopo Francesco I fu il Papa a essere umiliato. Attestato sulle rive de…
MANTOVA
Si parlerà a lungo dell’incontro tra Giulio Romano e sir Isaac Julien. Per i suoi cinquecento anni Palazzo Te si è regalato un piccolo capolavoro. Stefano Baia Curioni, direttore del Te, e Lorenzo Giusti, curatore dell’evento, hanno perseguito un’intuizione vincente in virtù della sintonia tra epoche lontane, ma sorprendentemente affini. Attivato dallo sguardo del celebre regista inglese, il manierismo palesa un sistema di armonici risonanti con la postmodernità.
Per comprendere le ragioni di tale accordo si deve tornare al momento germinale del palazzo. Il 1525 si aprì con la battaglia di Pavia, Carlo V faceva prigioniero il re di Francia. Federico II Gonzaga, signore di Mantova, favorì la caduta dei giganti: dopo Francesco I fu il Papa a essere umiliato. Attestato sulle rive del Mincio, Giulio dovette ascoltare con sgomento le notizie che arrivavano dalla città natale: stragi, stupri e fiamme nei sacri luoghi.
Mille anni prima, reagendo al Sacco di Alarico, Agostino di Ippona aveva consegnato alla cristianità l’idea di un disegno provvidenziale, ma a quale disegno ci si poteva appellare dopo questo nuovo orrore senza fine? Nel goffo tentativo di arginare il declino, l’impero mostrava il suo volto più feroce. Accampati in Vaticano, i lanzichenecchi avevano sfregiato gli affreschi nei quali Raffaello aveva dato forma monumentale alla prospettiva fiorentina e all’antropocentrismo rinascimentale. Collaboratore prediletto dell’urbinate, Giulio registrò quel precoce balbettio della narrazione moderna.
Nella Caduta dei Giganti l’esaltazione dell’implacabile affermazione del potere è accompagnata da una sensazione di smarrimento. È appena un presentimento, ma in quel gorgo spiraliforme vacilla la fede nel progresso lineare della storia.
Nessuno se ne avvide; la macchina teatrale del palazzo celò il sintomo del malessere captato dall’artista, un turbamento poi oscurato dai trionfi delle potenze europee. Al seguito delle navi di schiavisti e coloni, la griglia brunelleschiana si andava inverando in una rete ordinante tracciata su oceani e terre lontane. Eppure a Mantova, come a una premonizione inavvertita, era fatale si dovesse tornare al tramonto del progetto moderno e in fase decoloniale.
Temi frequentati da Julien che, per il palazzo e all’interno di esso, ha creato l’installazione filmica All That Changes You. Metamorphosis. La proiezione multicanale è allestita nelle rinnovate Fruttiere; l’ingresso è spaesante e riecheggia l’emozione che doveva provare l’ospite del duca alla vista della Caduta dei Giganti. Il padiglione è rivestito di specchi e, per qualche incommensurabile istante, ci si trova immersi nello scorrere delle immagini.
Sublimi interpreti, Sheila Atim e Gwendoline Christie, sono divinità provenienti da un altrove libero da vincoli temporali. «Queste cose – scriveva Saturnino Salustio ragionando del mito – non sono mai avvenute, ma sono sempre: l’intelletto le vede tutte insieme, il discorso le percorre e le espone». Ed è proprio l’ordine del discorso che cede nell’intarsio eteroclito di Julien, un commesso che esibisce lo spazio interstiziale tra le fonti. Il ruolo di legante è affidato allo spettatore, chiamato a costruire un itinerario irripetibile nel vagare tra schermi e specchi.
Fantascienza e mito si intrecciano nella pratica della fabulazione speculativa. «Riflettere, riflettere dobbiamo» è l’invito che risuona silente nella sala, appello analogo al «Pensare, pensare dobbiamo» caro a Donna Haraway, filosofa che apre il film sui dieci grandi schermi sincronizzati.
Una capsula spaziale muove dalle foreste che circondano l’università di Santa Cruz, istituto nel quale insegnano Haraway, Julien e Mark Nash, coautore della sceneggiatura. La navicella, replica dell’Apollo 11, approda nella Camera dei Giganti e di qui prende avvio il parallelo peregrinare delle dee, che ci guida fino alla londinese Cosmic House di Charles Jencks. La confusione dei tempi è resa feconda dall’approccio lirico adottato da Giulio e Julien. L’istanza estetica non arretra mai di fronte all’urgenza della comunicazione o alle richieste della committenza. La disarticolazione della narrazione è sostenuta da una sapiente coreografia, cosicché la trama sfilacciata si espande in un ordito di echi.
Coinvolto in una danza senza tempo, Palazzo Te reagisce al contatto e rivela di sé una sensibilità sin qui sottaciuta. Rileggiamo i mascheroni mostruosi del cortile come una via d’accesso al mirabile. Nella Camera di Amore e Psiche si fa evidente una felicità dell’ibrido, che intende la metamorfosi come un costante fluire piuttosto che come una transizione binaria. La giocosa sfida natura-cultura manierista è rilanciata dal connubio tra tecnologia aliena e creature marine. Il Te e All That Changes You. Metamorphosis si affiancano alle Metamorfosi di Ovidio per risalire alla comune sorgente eraclitea: tutto scorre e tutto ci trasforma.
Visibile fino a primo febbraio 2026, Metamorphosis è un viaggio di ritorno in direzione di futuri possibili.