Vivevo ai bordi di un bosco di fragni, lecci e roveri, ci ho anche passato una notte per sconfiggere la paura. Mio nonno diceva che un bosco non ha mai ucciso nessuno. La notte i rumori non incutono timore, un fruscio furtivo delle foglie è un tasso, i singulti tra i rami gli assioli. Quando Pazza Idea mi ha invitato al suo festival che ha per tema la parola Libertà, ho pensato all’azione che la precede, e in questo caso alla liberazione dalle paure.
Mio nonno ne aveva ben donde a pensare che il bosco era buono. Perché i boschi della Sassonia, dove lui s’era nascosto durante la fine della guerra, lo avevano salvato. Lui era stato un IMI, un italiano internato: dopo l’8 settembre 1943 decise di non continuare la guerra con i nazisti e per questo fu deportato nel lager di SandBostel.
Vivevo ai bordi di un bosco di fragni, lecci e roveri, ci ho anche passato una notte per sconfiggere la paura. Mio nonno diceva che un bosco non ha mai ucciso nessuno. La notte i rumori non incutono timore, un fruscio furtivo delle foglie è un tasso, i singulti tra i rami gli assioli. Quando Pazza Idea mi ha invitato al suo festival che ha per tema la parola Libertà, ho pensato all’azione che la precede, e in questo caso alla liberazione dalle paure.
Mio nonno ne aveva ben donde a pensare che il bosco era buono. Perché i boschi della Sassonia, dove lui s’era nascosto durante la fine della guerra, lo avevano salvato. Lui era stato un IMI, un italiano internato: dopo l’8 settembre 1943 decise di non continuare la guerra con i nazisti e per questo fu deportato nel lager di SandBostel.
Quando lui tornò dalla prigionia, non era solo. Aveva con sé il trauma. Dopo il trauma la vita biologica prosegue, anche se dentro sei in frantumi e fatichi a ritrovare un senso alle cose che fai. Molti di noi hanno avuto nonni, genitori, parenti che hanno attraversato gli anni della guerra: anche se sollecitati ne sminuivano o addirittura ne evitavano il ricordo. È l’effetto della rimozione. E così il dolore si comprime dentro la corazza della vita mutandosi in un veleno che corrode. A volte il sollievo può essere un gesto: molti hanno spostato su un rito il passaggio da uno stato a un altro. Mio nonno piantò un castagno, e dopo mesi di silenzi e malinconia, usò quel simbolo per far defluire il proprio dolore.
Quella a cui ho appena fatto cenno è una situazione più frequente di quanto si pensi. Il trauma può essere ereditato. Oggi le neuroscienze e persino l’epigenetica molecolare ci mostrano come il trauma attraversi le generazioni. Uno dei modi con cui il dolore passa da una generazione all’altra è il silenzio, la non elaborazione. Questa forma di omertà dolorosa l’ho chiamata Malbianco, come il fungo che ricopre le foglie degli alberi. Il Malbianco è una postura esistenziale: ignorare il proprio dolore è come ignorare un incendio scriveva Jung. Il Malbianco psichico nasconde il verde e dunque l’essenza dei rami di un intero albero genealogico. Il dolore inespresso a un certo punto dovrà trovare un suo defluire e la non elaborazione di una lontana ferita troverà il modo di apparire nel corso della vita. Per esempio il corpo: la storia che ho raccontato nel mio ultimo libro, Malbianco appunto, è quella di un uomo che non ha subito traumi maggiori, abusi o abbandoni, ma vive condizionato da svenimenti e attacchi di panico, disturbi alimentari e vertigini, ansia e depressione. Una vicenda molto più frequente di quanto si pensi e che affonda in quelle che Bruno Schulz chiamava le radici nere che ammalano il tronco.
Le vicende umane sono legate inestricabilmente alla storia del mondo: una grande migrazione, una guerra, un’epidemia sono fatte di menti e corpi, ma anche di comunità, nazioni, società, idee che cambiano e inevitabilmente producono effetti politici. La scelta di quella cospicua parte di soldati italiani che dopo l’8 settembre decisero di farsi deportare pur di non proseguire la guerra con i nazisti è uno dei solchi in cui è stato posto il seme di questa Repubblica. Per decenni è stato un tema limite, quasi un tabù. Molti reduci della deportazione sono tornati con il dubbio di aver fatto la cosa giusta: si sono chiesti se non fosse stato meglio combattere (e quasi sicuramente morire come accadde a Cefalonia), oppure scappare e unirsi alla Resistenza. Grazie al lavoro degli storici tedeschi e italiani, e grazie anche al senso della memoria che viene serbato in archivi eccezionali come quello di Bad Arolsen, dove ci sono le tracce delle migliaia di italiani deportati, oggi si sa molto di più. Uno dei primi grandi titoli sul tema fu quello dell’ex segretario del Pci Alessandro Natta, L’altra resistenza, un testo che raccontava la sua esperienza in prima persona di internato militare.
Da quest’anno esiste una data indipendente (prima erano ricordati nel giorno della Memoria) che evoca la vicenda degli IMI: è il 20 settembre. Il mese della grande decisione che segnò un’intera generazione. Molti italiani oggi visitano i cimiteri tedeschi come Westhausen che custodiscono le spoglie degli IMI italiani, cercando i nomi dei loro antenati. È un modo per capire qualcosa anche di se stessi. Prendere coscienza delle origini permette di elaborare una parte delle proprie ferite. Ma è un cammino che spesso parte da una nebbia fitta. Come faccio a sapere chi sono se nessuno mi ha permesso di farlo? Freud suggeriva di procedere come un archeologo con un coccio di vaso. Il coccio di vaso è il nome che ognuno di noi porta. Perché mi hanno dato questo nome, a quali aspettative mi volevano assegnare. Ho il nome di un fantasma e quindi condivido con lui un’identità e un destino. Ho il nome di un amore impossibile, ho il nome che contiene un simbolo, ho il nome che davano a tutti, ho un doppio nome per non scontentare nessuno, e dunque un compromesso? Porsi le giuste domande come ho cercato di fare con un protagonista che mi somigliava, nei traumi e nel nome, è stato il mio viaggio col coccio di Freud.
Elaborare è liberarsi dalle proprie paure, dai lontani traumi ereditati e i traumi vissuti, è un cammino fatto di pazienza e conoscenza. Liberarsi è dare il nome al proprio ramo per potersene riappropriare. Come scrisse la studiosa di psicogenealogia Anne Ancelin Schutzenberger: constatare, alla fine, libera.
Mario Desiati è tra gli ospiti di Pazza Idea: il 30 novembre (ore 17.30) sarà al teatro Carmen Melis di Cagliari nell’incontro Liberi dalle radici in dialogo con Ilaria Gaspari.