David Szalay: “Là dove c’è il pericolo c’è la salvezza”
di Dario PappalardoDavid Szalay
«Sì, sono un cittadino dell’impero austro-ungarico, un fantasma». Ride David Szalay dopo un’ottima annata e una cavalcata da ussaro che l’ha portato fino al Booker Prize per il romanzo Nella carne (Adelphi). Nato nel 1974 in Canada, lo scrittore è, però, il più mitteleuropeo dei narratori di lingua inglese. L’Ungheria paterna, dove ha scelto di vivere fino a poco tempo fa, si affaccia nei suoi libri, compreso l’ultimo che racconta la parabola, non sempre ascendente, di István: in cammino dal Paese del Nobel László Krasznahorkai – profeta della nuova ondata dell’est – fino a Londra. L’autore stesso, adesso, ha scelto di vivere a Vienna, città d’elezione anche per Daniel Kehlmann, altro nome della letteratura celebrato quest’anno per Il regista (Feltrinelli). Tanto per confermare che, almeno sul piano culturale, c’è un nuovo vento che soffia sull’Europa orientale, tra i territori asburgici del tempo che fu e l’ex blocco sovietico.
«Sì, sono un cittadino dell’impero austro-ungarico, un fantasma». Ride David Szalay dopo un’ottima annata e una cavalcata da ussaro che l’ha portato fino al Booker Prize per il romanzo Nella carne (Adelphi). Nato nel 1974 in Canada, lo scrittore è, però, il più mitteleuropeo dei narratori di lingua inglese. L’Ungheria paterna, dove ha scelto di vivere fino a poco tempo fa, si affaccia nei suoi libri, compreso l’ultimo che racconta la parabola, non sempre ascendente, di István: in cammino dal Paese del Nobel László Krasznahorkai – profeta della nuova ondata dell’est – fino a Londra. L’autore stesso, adesso, ha scelto di vivere a Vienna, città d’elezione anche per Daniel Kehlmann, altro nome della letteratura celebrato quest’anno per Il regista (Feltrinelli). Tanto per confermare che, almeno sul piano culturale, c’è un nuovo vento che soffia sull’Europa orientale, tra i territori asburgici del tempo che fu e l’ex blocco sovietico.
Szalay, lei fa parte di questa ondata. Scrive in inglese, eppure si considera soprattutto europeo. Come era chiaro già da un suo libro precedente, “Tutto quello che è un uomo” (Adelphi).
«I miei primissimi libri erano ambientati a Londra, dove vivevo da giovane. Ma poi, quindici anni fa, mi sono trasferito in Ungheria e ci ho abitato per tanto tempo. Adesso non riuscirei mai a strutturare una narrazione esclusivamente in Gran Bretagna. Ho perso dimestichezza con la quotidianità di quel Paese, sarebbe impossibile. Così gli ultimi libri che ho scritto sono stati molto incentrati sull’Europa, attraversano città diverse. In questo senso riflettono la mia vita, che negli ultimi dieci anni mi ha portato a spostarmi nel continente. E sì, mi sembra sempre più naturale definirmi come un autore europeo. Anche se c’è da chiedersi se questo abbia un significato, se esista qualcosa come la scrittura europea».
Tanto più nell’Europa in crisi dei nuovi nazionalismi.
«Certo. Suggerire che sia possibile essere scrittori europei implica che esista una sorta di cultura o società europea. Che cos’è questa cosa? Esiste davvero? Penso che sia una domanda aperta e interessante».
Il suo “Nella carne” è a tutti gli effetti un romanzo ungherese.
«Ho scritto completamente il libro in Ungheria, poco prima di trasferirmi a Vienna. È il consuntivo della mia vita lì, in qualche modo: ungherese al cento per cento, tranne che per la lingua. Non ci avrei lavorato o non l’avrei portato a termine così, se non avessi vissuto in quel Paese. La prima volta che ci sono stato fu nel 1979: ero un bambino. Ho visto lo Stato comunista e poi via via tutte le trasformazioni. La mia relazione con quella nazione è complessa. Mio padre la lasciò prima che nascessi, nel 1968: Pécs, in particolare, il luogo dove tutt’ora c’è la sua famiglia d’origine, è il posto che più mi ha influenzato e si può riconoscere nelle descrizioni di Nella carne».
L’Ungheria è l’inizio e la fine del suo libro. Qualcuno ha parlato di un “Barry Lyndon” ungherese.
«Conosco il film di Stanley Kubrick, che mi impressionò da ragazzo. Ma, sin dall’inizio, avevo ben chiara in mente una struttura circolare. Il protagonista sarebbe tornato lì dove era partito. L’Ungheria in questo gioca un ruolo fondamentale nel romanzo».
Ha letto il Nobel László Krasznahorkai?
«Certamente. Confesso di averlo fatto in inglese perché il mio ungherese non risulta così eccellente da affrontarlo bene e la scrittura è particolarmente complessa. Le sue atmosfere sono potenti. Mantiene nei romanzi un senso dell’umorismo che è molto magiaro, nonostante le atmosfere cupe da fine del mondo. Ma voglio approfondirlo ancora».
La sua scrittura è molto diversa da quella di Krasznahorkai. Eppure c’è qualcosa che l’accomuna a lui e ai grandi nomi dell’est Europa di oggi, come Olga Tokarczuk o Mircea Cartarescu. Nei suoi libri l’ambientazione temporale non è mai definita. Ci sono indizi, si può immaginare. Ma non c’è alcun interesse a indicare una connotazione netta.
«Sì, è così. Non mi interessa scrivere di un pezzo preciso della nostra storia contemporanea. Si possono ricavare alcune informazioni dal contesto, senza tante precisazioni. Però mi piace trascendere il tempo e lo spazio per restituire un’idea di racconto quanto più universale possibile. È la condizione umana che sta a cuore a noi scrittori, alla fine».
Quella condizione umana che la letteratura centrale europea sta raccontando con una nuova potenza.
«Sì, alla fine, sono completamente associato all’Ungheria, soprattutto per il protagonista del mio ultimo libro. Il punto è che, quando un Paese si trova ad affrontare una situazione traumatica, spesso produce migliore letteratura».
Quindi la crisi della democrazia – pensiamo all’Ungheria di Viktor Orbán – e lo scivolamento verso l’autocrazia risvegliano la coscienza degli scrittori?
«Ovviamente gli stati totalitari e quelli a democrazia ridotta esercitano controlli e pressioni sulla cultura inaccettabili. E questo non è mai un bene. Però le tensioni sociali e le crisi politiche ed economiche concorrono a un risveglio dell’arte, a una risposta sana. Lo vediamo in Ungheria, in particolare negli ultimi anni. Penso alla letteratura, certo, ma anche a dell’ottimo cinema a basso budget, fuori dai grandi sistemi».
Chi c’è nel suo scaffale ideale degli autori dell’Est Europa?
«Franz Kafka, ovviamente. L’ho letto tutto e ha avuto un grande impatto su di me. E poi un altro Nobel ungherese, Imre Kertész. Considero Essere senza destino il più bel romanzo ungherese di sempre. E non posso non citare Sándor Márai, che da voi in Italia è popolarissimo».
Adesso, tanto per confermare la sua attrazione per l’antico impero, si è trasferito a Vienna.
«Mi piace l’atmosfera della città: la Vienna che vive ancora sulle vestigia del suo grande passato; i giganti della letteratura e della musica; Freud e Wittgenstein. Di contro, non parlando ancora bene il tedesco, sono completamente escluso dalla vita culturale contemporanea, che pure è molto viva. Anzi, lunedì presento per la prima volta Nella carne a Vienna, vediamo come va… Si tratta anche di una scelta pratica. Mia moglie è tedesca e voleva vivere in un Paese dove parlare la sua lingua. Per me in questo modo poi è facile tornare in Ungheria quando voglio. Ma anche raggiungere la Slovenia, dove abbiamo una casa, e la Croazia, che amiamo. C’è poco da fare: ci muoviamo lungo i confini dell’impero austro-ungarico».