Il racconto. Miracolo a Palermo la notte di Natale
di Manuel VilasEsiste la felicità? Non lo so, non lo sa nessuno. Ora sono a Palermo. Ci sono venuto per la ragione più indiscutibile del mondo: adoro Palermo. Ma sono venuto a Palermo anche perché ho divorziato da poco. E ho cercato rifugio a Palermo, nella bellezza delle sue strade strette e nelle sue case invecchiate, forse perché Palermo ha a che vedere con il paese spagnolo in cui sono nato.
Palermo è mia.
Mi appartiene.
Ho scelto un albergo stupendo, che si chiama Palazzo del Poeta. Mi sono svegliato in una stanza bianca, identica a quella che compare nel finale del film di Stanley Kubrick 2001. Odissea nello spazio. Pareti bianche, armadio bianco, letto bianco, tavolo bianco, sedia bianca, tende bianche, una bianchezza protettrice. Tutto ciò che ho letto nei libri e ho visto al cinema …
Esiste la felicità? Non lo so, non lo sa nessuno. Ora sono a Palermo. Ci sono venuto per la ragione più indiscutibile del mondo: adoro Palermo. Ma sono venuto a Palermo anche perché ho divorziato da poco. E ho cercato rifugio a Palermo, nella bellezza delle sue strade strette e nelle sue case invecchiate, forse perché Palermo ha a che vedere con il paese spagnolo in cui sono nato.
Palermo è mia.
Mi appartiene.
Ho scelto un albergo stupendo, che si chiama Palazzo del Poeta. Mi sono svegliato in una stanza bianca, identica a quella che compare nel finale del film di Stanley Kubrick 2001. Odissea nello spazio. Pareti bianche, armadio bianco, letto bianco, tavolo bianco, sedia bianca, tende bianche, una bianchezza protettrice. Tutto ciò che ho letto nei libri e ho visto al cinema torna nella mia vita quasi come un miracolo. Esistono i miracoli? La mia stanza bianca è la stessa di quella di un film di Stanley Kubrick. Sì, i miracoli esistono.
Lo scrittore spagnolo Manuel Vilas (1962) è poeta, narratore e collaboratore del quotidiano El País. Il suo romanzo In tutto c’è stata bellezza (Guanda 2019) è stato tradotto in oltre venti lingue ed è il suo primo libro edito in Italia. Oltre alla raccolta di poesie Amor, Guanda ha pubblicato in seguito anche: La gioia, all’improvviso, I baci e Amor costante, nonché Il miglior libro del mondo. Vilas ha vinto tra gli altri il Prix Femina e il Premio Nadal de Novela
Ho passato in rassegna, appena sveglio, i motivi per cui Ada, la mia seconda moglie, ha deciso di divorziare da me. La vedo in questa stanza bianca. Se fosse qui, nella stanza bianca, mi sentirei in compagnia. Ma non c’è, ci sono solo io. Ada, la mia Ada, che è stata il mio gran rifugio, non sta più con me; e molte volte sono stato tentato di arrendermi, di suicidarmi, ma la mia vita non ammette le dimissioni.
Sono uscito a passeggiare per Palermo, ed è apparsa quell’illusione, sempre bianca, nel cielo. Cos’era? Era il Natale, non mi ricordavo delle date, ero così immerso nel dolore del mio secondo divorzio da non rendermi conto che era già Natale e che era quello il motivo del mio viaggio a Palermo, perché stavo fuggendo da Madrid, e volevo passare il Natale completamente solo, vagando per le strade di Palermo, mangiando quegli spaghetti con le sarde che tanto mi piacciono.
La presenza del Natale mi ha dato coraggio, così mi sono lasciato tentare da tutto ciò che vedevo. Sono entrato in un negozio di abiti di seconda mano, e allora ho capito che avevo idealizzato Ada e i nostri undici anni di matrimonio, può darsi che quella rivelazione me l’abbia fatta l’angelo del solstizio d’inverno, ammesso che esistano ancora gli angeli.
Nel negozio c’era un albero di Natale, e c’erano decorazioni e palline e un enorme «Happy Christmas». Ho visto un cappotto di pelle che mi è piaciuto. Tutta la mia vita finisce per sembrarmi inesplicabile, e quel cappotto di pelle conteneva una possibile spiegazione. Dagli altoparlanti del negozio veniva la voce di Frank Sinatra che cantava Santa Claus Is Coming to Town. Quando ho sentito quella voce, mi sono sentito protetto. L’arte ci protegge dal male, dalla paura, dalla morte.
Devo ringraziare la letteratura, che mi aiuta a vedere i misteri della vita. Lo confesso: ho usato la letteratura come terapia. Lo confesso in modo che tutti coloro che tanto mi censurano lo facciano adesso con la potenza di una confessione di colpevolezza del diretto interessato. Questa confessione mi porta anche a adorare ancora di più l’opera e la vita dello scrittore francese Marcel Proust. La mia vita è stata un’oscillazione tra Franz Kafka e Marcel Proust, e in mezzo il romanzo Le onde della mia amata Virginia Woolf.
La mia editrice spagnola mi ha fatto una confessione con cui sono d’accordo, completamente d’accordo. Ha detto: «La Spagna è orribile». E lo è. Forse per questo ho sentito tante volte, e in modo così intenso, la presenza di un lupo nero che ulula dentro di me, che si aggira dentro di me e si alimenta dei miei organi e beve il mio sangue. Che nome dare a quella creatura? Quel lupo che ulula è anche un essere vischioso e privo di compassione. Quale sarà il suo nome? Non mi lascia vivere e non mi regala nulla in cambio della sua alimentazione quotidiana a spese dei miei organi e del mio sangue. Potrebbe chiamarsi lo straniero, come il titolo di quell’indecifrabile romanzo di Albert Camus.
Non sono entrato da solo in quel negozio di abbigliamento. Con me è entrata una legione romana, una guardia pretoriana, perché erano presenti anche la mia psichiatra e l’ultima conversazione che avevo avuto con lei, in cui mi aveva detto che non si sentiva attratta da me, dando così risposta alla seduta precedente, in cui le avevo chiesto dell’ipotesi di un innamoramento tra il paziente e la psicoterapeuta. Lei, in quest’ultima seduta, era tornata sull’argomento e aveva voluto sapere se quell’ipotesi fosse o meno estranea alla mia persona. È difficile il mio rapporto con la mia psichiatra. Stavolta ero stato umiliato da lei. Sono uscito dalla seduta, dal punto di vista della mia salute psichica, molto peggio di come ci ero entrato. Non aveva avuto pietà di me, e quella mancanza di pietà aveva il nullaosta della psichiatria.
La mia psichiatra (si chiama Blanca, una vera e propria coincidenza, per nulla aleatoria) era obbligata da qualche codice medico a dirmi che se l’ipotesi da me formulata accadeva nel mio cuore, dovevo sapere che quell’innamoramento non era reciproco, e questo mi ha danneggiato psicologicamente. E Blanca si è mostrata priva di compassione.
Non le importavo, perché la sua salute era più importante della mia; la sua salute lavorativa, che posso capire, e rispetto. Ciò che non posso più accettare è la mancanza di parole, l’assenza di frasi e di concetti accurati nel cervello della mia psichiatra, la sua ignobile ignoranza di una gigantesca tradizione umanistica al momento di elaborare pensiero e vita. La mancanza di eleganza, è di questo che sto parlando.
Il suo atteggiamento grossolano mi ha gelato il sangue, non il suo distacco dalle mie emozioni, bensì l’assenza di grazia con cui ha esposto le regole del gioco di una terapia e di una cura psichiatrica che al giorno d’oggi (spero di sbagliarmi) non dà frutti, è sterile; la sterilità è la bandiera del nuovo mondo in cui stiamo andando. Non mi sembra un male la sterilità. Tutto mi sembra un bene. Il bene e il male sono anch’essi inespressivi alla fine delle vite.
Anche la mia amica Federica è entrata nel negozio. L’ho detto, eravamo un esercito. E io il portabandiera di tutta quella gente. Perché ho pensato se Fede (noi amici la chiamiamo così) avrebbe approvato, con il suo sapere estetico e il suo gusto originale e raffinato, ciò che quel negozio offriva. Mi piace molto Fede. Parlo con lei ogni giorno. Dopo la chiamerò. Ho paura di confessarle che la amo, perché sicuramente mi respingerà, come ha fatto Blanca.
E naturalmente, mia madre è entrata accanto a me. E sono entrati i miei zii morti, i miei nonni morti. Anche i miei due matrimoni rotti sono entrati. E i miei amici e le mie amiche e i miei due figli.
È entrata una folla.
C’eravamo ormai tutti e ho deciso di provarmi un giaccone di pelle scamosciata che costava ottanta euro. Aleggiava sul negozio un incantesimo di Natale. Potevo vederlo. Il Natale, negli esseri umani della mia età, è pieno di fantasmi. E avevo bisogno di un piacere rapido. Una gioia della vita alla velocità della luce. Allora mi sono visto allo specchio e ho sentito un rumore del sangue che mi alimenta il corpo, e il negozio si è oscurato, e ho ricordato.
Ho ricordato il giorno di Natale in cui mio padre, nel 1974, cioè più di mezzo secolo fa, mi aveva regalato un giaccone di pelle scamosciata. Non so da dove diavolo l’avesse tirato fuori, ma so che era carissimo, e so che quel giaccone di pelle scamosciata, nel cui interno c’era un marchio rosso che indicava l’origine di autentica pelle d’agnello dell’indumento, mi ha cambiato la vita, perché quel giaccone mi ha fruttato un’onorificenza divina.
Cos’è un’onorificenza divina?
La vita, la bellezza, l’arte di guardare le cose, è questo un’onorificenza divina. È l’amore di tuo padre.
E sono tornato alla realtà e alla commessa, una ragazza giovane: mi sorrideva perché mi ha visto entusiasta del giaccone.
E l’ho comprato per cinquanta euro. Me l’hanno dato a meno perché era Natale. Mi hanno fatto uno sconto natalizio. E sono uscito in strada con il giaccone addosso e dopo tre minuti che ci passeggiavo per Palermo ho capito di aver comprato lo stesso giaccone che mio padre mi aveva regalato cinquantuno anni prima. Ho capito che il Natale era dentro di me. E allora ho sentito la mano di mio padre, e ho avvertito la sua presenza. E mi ha domandato con una voce piena di felicità: «Vero che ti piace moltissimo il tuo regalo di Natale? Hai proprio un sorriso da bambino felice, buon Natale, Manuel».
Traduzione di Bruno Arpaia
Il libro e l’autore
Si intitola Il miglior libro del mondo (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia, pagg. 352, euro 20) il nuovo romanzo di Manuel Vilas: una narrazione ironica e dai tratti autobiografici, in cui l’autore spagnolo prende di mira l’ossessione di ogni scrittore e insieme ci consegna una riflessione sulla solitudine creativa e sul “pantheon” di grandi autori del passato che lo accompagna in ogni impresa letteraria