LONDRA – Joseph Mallord William Turner contro John Constable. È il grande duello pittorico britannico. Chi la spunterà, a 250 anni dalla loro nascita? Lo deciderete voi, se entro il 12 aprile prossimo andrete a visitare una straordinaria mostra alla Tate Britain di Londra, Turner & Constable: Rivals & Originals, che contrappone e intreccia i due più venerati pittori paesaggisti britannici, separati da un anno alla nascita ed entrambi membri della Royal Academy of Arts. Una rivalità composta ma acuminata. Il “local” Constable (1776–1837) è noto soprattutto per aver dipinto la sua valle natale Stour, tra le contee di Suffolk ed Essex, nel sud-est dell’Inghilterra, poi appunto ribattezzata “Constable Country”. Il roboante Turner (1775–1851), invece, viaggia in Gran Bretagna ed Europa alla ricerca di immaginazione, romanticismo e osservazione.
Del resto, la storia dell’arte ama le rivalità: Leonardo da Vinci contro Michelangelo, Tiziano contro Tintoretto, fino ovviamente ai burrascosi Van Gogh e Gauguin come raccontato dal film di Vincente Minnelli Brama di vivere (1956). A proposito, in un’altra pellicola, Mr Turner di Mike Leigh (2014), Turner (Timothy Spall) e Constable (James Fleet) bisticciano alla Royal Academy nel 1832 con il primo che aggiunge una pennellata di rosso al suo Helvoetsluys; la città di Utrecht, proprio per distogliere l’attenzione dal quadro accanto, ossia L’inaugurazione del ponte di Waterloo di Constable, cui quest’ultimo aveva alacremente lavorato per oltre un decennio. Del resto, già a metà degli anni Venti, un velenoso Constable si riferì così a Turner: «Colui che vorrebbe essere signore di tutto».
John Constable: Tempesta sul mare (1824-1828 circa)
Eloquente è il confronto tra il Castello di Dolbadarn, Galles del Nord (1800) di Turner, con un cielo ribollente e i rimandi alla lotta gallese per l’indipendenza nel XIII secolo, e il lavoro di diploma presentato da Constable alla Royal Academy ventinove anni più tardi, A Boat Passing a Lock, dove un uomo apre una chiusa per consentire a una barca di risalire il fiume. Come nota il Guardian, «il quadro di Turner è straordinario e carico di presagi. Mentre quello di Constable celebra un mondo quotidiano, oggi scomparso».
Genio impulsivo contro dedizione misurata. Visionario sublime contro quieto bucolico. Turner è drammatico, tempestoso, epico, quasi fantasy se paragonato ai nostri tempi, basti pensare a Tempesta di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi o Piroscafo all’imboccatura di un porto che segnala in acque basse del 1842. Passi montani, l’incendio del Parlamento di Westminster, chiatte sballottate dal mare, i fumi di Londra e delle Midlands industriali, l’arca di Noè, Mosè.
William Turner: Autoritratto (1799 circa)
I dipinti di Constable, al contrario, sono realismo rurale: la campagna, Il cavallo che salta del 1825 o quello “bianco” del 1819 eccezionalmente in prestito dalla Frick Collection di New York, ma anche chiese, cattedrali, pescatori, mulini a vento, cottage, asini, pecore. Del resto, come ammise lo stesso Constable in vita, «sono attratto dal suono dell’acqua che esce dalle dighe dei mulini, dai salici, dagli argini vecchi e marci, dai pali viscidi e dai mattoni. Amo queste cose… Finché dipingerò, non smetterò mai di dipingere tali luoghi».
La mostra conta l’originale sedia pieghevole da disegno di Constable, parti della canna da pesca di Turner, tavolozze, cassette di colori appartenuti a entrambi. Ma, soprattutto, 170 opere dei due, tra dipinti, acquerelli e schizzi, che attraversano l’intero arco delle loro carriere. Con una buona parte di essi ambientati in Italia, in tele calde e suggestive, ovviamente a firma di Turner: la Villa di Mecenate a Tivoli, la sinuosa The Bay of Baiae, with Apollo and the Sibyl nel Golfo di Napoli, il palazzo di Caligola, e poi Venezia, Roma, la Toscana, e Antica Italia – Ovidio bandito da Roma, che qui a Londra non si vedeva da mezzo secolo.
Ramsay Richard Reinagle: Ritratto di John Constable (1799)
Il viaggio in Europa rappresentò la spina dorsale dell’arte di Turner. Due luoghi in particolare accendono la sua creatività: le Alpi e l’Italia. Le guerre napoleoniche limitano i suoi spostamenti fino al 1815, ma una tregua nelle ostilità nel 1802 permette al ventisettenne Turner di andare finalmente all’estero. L’esperienza è straordinaria. I ghiacciai, le vette e i passi alpini affinano il suo “sublime”. E quando torna la pace in Europa, Turner può finalmente esplorare l’Italia, a 44 anni, da artista affermato. Pur avendola visitata solo marginalmente sino ad allora, è già fortemente associato al Belpaese grazie ai suoi paesaggi e alle scene tratte dalla letteratura classica. Ma Turner è affamato di ricchezze paesaggistiche italiane. Dunque riempie 23 taccuini, tornando a casa con un repertorio visivo che avrebbe ispirato decenni di dipinti.
Durante le loro vite, i critici li misero l’uno contro l’altro: la “verità” di Constable contro la “poesia” di Turner. Quest’ultimo fu incoraggiato fin da giovanissimo dal padre, barbiere della londinese e fervente Covent Garden, mentre Constable era invece figlio di un agiato mugnaio del Suffolk, che avrebbe voluto vederlo alla guida dell’azienda di famiglia invece di dipingere. Eppure, entrambi sfidarono le convenzioni artistiche, e nonostante le differenze, si influenzarono a vicenda. Una sfida eccezionale.