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Arte: la rivincita di Cesi, l’anti Carracci

Bartolomeo Cesi, Madonna con il Bambino in gloria con i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco (particolare)

 

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Stretto tra i fratelli più celebri della pittura e il giovane Guido Reni, l’artista bolognese viene riscoperto da una mostra nella sua città
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BOLOGNA

Bartolomeo Cesi si ritrovò a vivere e a dipingere nella città e nel tempo dei Carracci, Ludovico, Agostino e Annibale, e di un giovanissimo Guido Reni. Questo ha fatto di lui un pittore ben poco conosciuto e ancora meno visto, e della sua opera un repertorio familiare alla ristretta cerchia degli specialisti. Eppure Cesi non rimase affatto schiacciato dal confronto con i grandi e più radicali artisti coevi, pur lavorando loro fianco a fianco. Tutt’altro. E in un’epoca per certi versi convulsiva, tenne testa con infinita coerenza al dialogo con i suoi contemporanei.

Gli rende ora giustizia una mostra, Bartolomeo Cesi 1556-1609. Pittura del silenzio nell’età dei Carracci, che dal Museo Civico Medievale di Bologna, dov’è allestita fino al 22 febbraio, a cura di Vera Fortunati, si irradia con itiner…

BOLOGNA

Bartolomeo Cesi si ritrovò a vivere e a dipingere nella città e nel tempo dei Carracci, Ludovico, Agostino e Annibale, e di un giovanissimo Guido Reni. Questo ha fatto di lui un pittore ben poco conosciuto e ancora meno visto, e della sua opera un repertorio familiare alla ristretta cerchia degli specialisti. Eppure Cesi non rimase affatto schiacciato dal confronto con i grandi e più radicali artisti coevi, pur lavorando loro fianco a fianco. Tutt’altro. E in un’epoca per certi versi convulsiva, tenne testa con infinita coerenza al dialogo con i suoi contemporanei.

Gli rende ora giustizia una mostra, Bartolomeo Cesi 1556-1609. Pittura del silenzio nell’età dei Carracci, che dal Museo Civico Medievale di Bologna, dov’è allestita fino al 22 febbraio, a cura di Vera Fortunati, si irradia con itinerari dedicati e illustrati nelle sale della Pinacoteca Nazionale, in chiese, palazzi e conventi cittadini. E un catalogo (Silvana Editoriale) che riunisce un ampio numero di contributi scientifici.

Bartolomeo Cesi: La Trinità e la Vergine adorate dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano
 

 

Pittore della Controriforma, provetto frescante, Bartolomeo Cesi dà forma e armonia a un teatro sacro, risolutamente sacro, conventuale e contemplativo, testimone e ospite del modello dell’artefice cristiano delineato dal cardinal Gabriele Paleotti nel suo fondamentale Discorso intorno alle immagini sacre et profane (1582): il manifesto di un’arte nitida, “verisimigliante”, decorosa, capace di parlare al cuore dei fedeli. Suscettibile tuttavia di originali interpretazioni. Quando, l’anno successivo al Discorso, nel 1583, Annibale Carracci, venticinquenne, dipinge il Crocifisso con i dolenti e i santi Bernardino da Siena, Francesco e Petronio, grande è lo sconcerto: Cristo sembra un facchino “nudato”.

È Bartolomeo Cesi l’unico pittore a osare il confronto con il quadro di Annibale, realizzando il Crocifisso e i santi Andrea, Pietro Toma, Paolo della chiesa bolognese di San Martino Maggiore, una pala d’altare iniziata nel 1584 e esposta nel 1585. Il naturalismo dei Carracci, l’audacia di Annibale si sublimano in un controllo formale assoluto.

Bartolomeo Cesi: Ritratto di Lattanzio Graffi

 

Qualche anno più tardi, nel 1590, con la pala della Madonna col Bambino in gloria e i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco per la cappella Paleotti di San Giacomo Maggiore, l’apice della sua pittura, Bartolomeo Cesi guarda al naturalismo di un altro Carracci, Ludovico. Ma nella composizione risuonano anche il Parmigianino, nella figura di Giovanni Battista, e il Correggio, nella grazia con la quale la Madonna abbraccia il bambino. Guido Reni, all’epoca «puttello ancora», come Carlo Cesare Malvasia non manca di ricordare nella Felsina Pittrice, ne rimane incantato.

Bartolomeo Cesi: Adorazione dei Magi con (ai lati) i Santi Nicola di Bari e Domenico de Guzmán

 

Nel 1592, dopo un secondo soggiorno romano, Cesi partecipa alle grandi campagne decorative di Palazzo Magnani, accanto ai Carracci e a Lavinia Fontana, realizzando le celebri Allegoria del Silenzio e dell’Amore virtuoso, e in seguito a Palazzo Fava, con il fregio delle Storie di Enea. Sono tra i suoi rari dipinti profani.

Bartolomeo Cesi: Deposizione nel Sepolcro

 

Il confronto con Ludovico Carracci si rinnova poco dopo, a parti invertite, nella chiesa di San Girolamo della Certosa. Il priore dei monaci certosini affida a Cesi il complesso decorativo della cappella maggiore e il programma iconografico: la meditazione sulla Passione di Cristo. Tre tele di insolite dimensioni (5,83 metri per 2,47) ne rappresentano i momenti culminanti: La Crocifissione, l’Orazione nell’orto, la Deposizione dalla croce (1597). Vale la pena soffermarsi su quest’ultima. In primo piano il Cristo compianto, «supremamente bello» nella perfetta resa anatomica del corpo perlaceo ma con evidenti i segni della sofferenza, il capo reclinato di lato, il braccio destro abbandonato sulla pietra, svela suggestioni legate alle incisioni della Passione di Dürer. Vera Fortunati, e prima di lei Francesco Arcangeli, accostano la straordinaria scenografia teatrale della cappella, che Cesi completa con figure di monaci certosini affrescati nelle trabeazioni, alla pittura di Francisco de Zurbarán, anch’egli pittore degli ordini conventuali e artista dal grande afflato religioso.

Alla fine di quegli anni stessi Novanta l’arte sacra di Cesi si scontra con quella di Ludovico Carracci, coinvolto dai certosini in due importanti lavori, la Flagellazione e Cristo incoronato di spine, il cui crudo realismo, in evidente discordanza con il dettato di Paleotti, suscita le critiche e la censura degli stessi committenti, che accusano l’autore di «poca religione e insolente ardire».

Ma ormai è tempo di lasciare. La tarda maniera di Cesi, «così delicata, e graziosa, che appaga, piace, ed innamora», come la giudicò Malvasia, si fa stagione di ripensamento e autocitazione. All’alba del Seicento, ancora richiesto e stimato, Bartolomeo avverte il mutamento che avanza: è Guido Reni, il suo giovane ammiratore, ad affermarsi come la voce nuova.

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