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Libri da leggere. Grosso guaio molto noir a Latina: il giallo di Daniele Mencarelli

Dinner 3 (2009), olio su alluminio dell’artista olandese Barbara Hoogeweegen:(© Barbara Hoogeweegen)

 

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Uno scheletro ritrovato, un maresciallo e un appuntato. In “Quattro presunti familiari” lo scrittore strizza l’occhio a Agatha Christie
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La scena, claustrofobica, sembra tratta da un classico di Agatha Christie. Quattro persone, i “presunti familiari della vittima”, si ritrovano nella sala ristorante di una pensione. Da cosa sono accomunati? Tutti hanno qualche familiare misteriosamente scomparso (figlia, madre, sorella…), e siccome è stato ritrovato uno scheletro femminile in una grotta di Norma, in provincia di Latina, quello scheletro potrebbe essere il loro caro.

Questa scena si accampa al centro di Quattro presunti familiari (Sellerio) di Daniele Mencarelli, che dopo cinque romanzi si cimenta per la prima volta con un giallo, il genere letterario più richiesto dal mercato. Ora, ogni buon giallo deve anzitutto essere confezionato con scrupolo e cura artigianale, rispettando la grammatica del genere e intrattenendo i suoi fedeli (ed esigenti) lettori. Cosa che Mencarelli fa benissimo. Ma trattandosi di uno scrittore non propriamente “di genere” (ricordiamo solo il suo straordinario Tutto chiede salvezza, 2020, poi…

La scena, claustrofobica, sembra tratta da un classico di Agatha Christie. Quattro persone, i “presunti familiari della vittima”, si ritrovano nella sala ristorante di una pensione. Da cosa sono accomunati? Tutti hanno qualche familiare misteriosamente scomparso (figlia, madre, sorella…), e siccome è stato ritrovato uno scheletro femminile in una grotta di Norma, in provincia di Latina, quello scheletro potrebbe essere il loro caro.

Questa scena si accampa al centro di Quattro presunti familiari (Sellerio) di Daniele Mencarelli, che dopo cinque romanzi si cimenta per la prima volta con un giallo, il genere letterario più richiesto dal mercato. Ora, ogni buon giallo deve anzitutto essere confezionato con scrupolo e cura artigianale, rispettando la grammatica del genere e intrattenendo i suoi fedeli (ed esigenti) lettori. Cosa che Mencarelli fa benissimo. Ma trattandosi di uno scrittore non propriamente “di genere” (ricordiamo solo il suo straordinario Tutto chiede salvezza, 2020, poi serie tv), ha saputo immettere dentro la suspense una interrogazione morale alta sul groviglio dell’animo umano.

Ripassiamo la trama. “Angelo custode” dei quattro — i signori Martelli, la signorina Parrino e Lucio Marini — è il giovane appuntato dei carabinieri Emanuele Circosta, da Teramo: deve provare a gestirne la difficile convivenza. Ma nel chiuso di quella stanza deflagrano le pulsioni rimosse: imprecano, sbroccano, si insultano reciprocamente. Lì dentro si recita l’eterna commedia umana, fatta di tradimenti, odio represso, follia. Si continua fino all’esame sofisticato del Dna della vittima, che ne svelerà l’identità. Circosta sta a Mencarelli come Lucia a Manzoni: lo scrittore ha bisogno del suo disarmato candore, della sua imbranataggine con le donne (è ossessionato dal sesso), della sua innocente sprovvedutezza (un collega gli dà del coglione perché non approfitta mai di nulla), del suo senso di colpa per indossare indegnamente la divisa da carabiniere. Ne ha bisogno per attraversare indenne la tenebra della corruzione. Nel Comando, infatti, accanto ai marescialli per bene che sembrano usciti da uno sceneggiato televisivo d’antan, c’è anche un brigadiere sadico, con cui Circosta fa interminabili e pericolosi turni di notte. Il merito di Mencarelli è di aver dato visibilità a un sottomondo appena lambito dalla cronaca (Latina, e la sua campagna industriale, è più tossica e fascinosamente noir di Los Angeles!), e di farci abitare la mente e il cuore del suo appuntato, che racconta tutto in prima persona.

A un certo punto viene mandato all’inaugurazione di una mostra di quadri non figurativi, per lui incomprensibili, dei quali il curatore loda «il valore metafisico». Circosta ne ignora il significato, poi lo apprende dal dizionario, e quando di fronte al «mare disabitato, illuminato da un sole pallido» chiede a un maresciallo se quello spettacolo fosse per caso “metafisico”, da quel momento lui diventò per tutti “il metafisico”.

La lingua di Mencarelli è veloce, tutta ritmo, funzionale: quel sintagma nominale — «presunti familiari della vittima» –, con la sua ossessiva cadenza burocratica, è ripetuto decine di volte e scandisce l’intera narrazione. Ci sono espressioni quasi gergo hard-boiled («la sua camminata avrebbe impietosito anche una tigre») eppure alcune impennate espressive rivelano uno stile personale e non convenzionale: «quello che impressiona di un colpo d’arma da fuoco è la differenza tra foro d’ingresso e foro d’uscita. Il foro d’ingresso è quasi sempre preciso, piccolo, il foro d’uscita è una voragine nella carne. È come se la pallottola si caricasse di vita mentre attraversa il corpo della vittima».

C’è poi nel libro una pagina che ci richiama al suo romanzo più bello, quando la signorina Parrino ha una crisi schizofrenica e viene portata di corsa al Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura: nell’espressione del viso «un’altalena di sentimenti, dalla sofferenza al terrore, a un indecifrabile sorriso».

L’autore ritrova la sua vocazione più autentica quando racconta l’alterità: l’alterità del dolore, della malattia mentale, dello smarrimento, di chi si appiglia alle parole — senza sapere bene cosa significhino — per dare ordine alla realtà. Descrivendo uno dei quattro “presunti familiari” Circosta dirà: «I suoi occhi senza pupilla erano come pianeti disabitati». Anche il mare — abbiamo visto — era “disabitato”: un aggettivo ricorrente nel romanzo. È come se leggendolo dovessimo tutti imparare a riconoscere l’umano in un mondo apparentemente gremito di persone ma in realtà spopolato, quasi interamente vuoto.

Il libro – Daniele Mencarelli, Quattro presunti familiari (Sellerio, pagg. 304, euro 16)

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