Libri da leggere. Roman Jakobson l’altra avanguardia: l’autobiografia del grande linguista
di Alessandro CatalanoRoman Jakobson ((1896-1982)) © Archives Charmet.
Lo scintillante palcoscenico degli anni Venti del XX secolo è occupato da Parigi e dalla vertiginosa concentrazione di movimenti alla ricerca di una forma artistica capace di descrivere, criticare e ripensare la modernità. La storia dei rapporti culturali ha però, in zone d’Europa lontane, altri indiscussi protagonisti, spesso oscurati da quegli stessi poeti con cui erano in continuo dialogo. Una di queste figure è il celebre linguista Roman Jakobson (1896-1982), punto di intersezione tra le ricerche di poeti, pittori e linguisti prima in Russia, poi a Praga e più tardi in America. Oggi può sembrare singolare collegare il percorso di uno dei più celebri linguisti a un poeta ribelle come Vladimir Majakovskij, ma rilevanti svolte culturali forse non sarebbero state le stesse senza le sue avventurose peregrinazioni.
Già nel 1920 Jakobson sosteneva che «non una, ma dieci vite sono state vissute da ciascuno di noi in questi ultimi due anni. Io, per esempio, in questi ultimi anni sono sta…
Lo scintillante palcoscenico degli anni Venti del XX secolo è occupato da Parigi e dalla vertiginosa concentrazione di movimenti alla ricerca di una forma artistica capace di descrivere, criticare e ripensare la modernità. La storia dei rapporti culturali ha però, in zone d’Europa lontane, altri indiscussi protagonisti, spesso oscurati da quegli stessi poeti con cui erano in continuo dialogo. Una di queste figure è il celebre linguista Roman Jakobson (1896-1982), punto di intersezione tra le ricerche di poeti, pittori e linguisti prima in Russia, poi a Praga e più tardi in America. Oggi può sembrare singolare collegare il percorso di uno dei più celebri linguisti a un poeta ribelle come Vladimir Majakovskij, ma rilevanti svolte culturali forse non sarebbero state le stesse senza le sue avventurose peregrinazioni.
Già nel 1920 Jakobson sosteneva che «non una, ma dieci vite sono state vissute da ciascuno di noi in questi ultimi due anni. Io, per esempio, in questi ultimi anni sono stato un controrivoluzionario, uno studioso (e non uno dei peggiori), il segretario scientifico del direttore della Sezione delle arti Osip Brik, un disertore, un giocatore di carte, un insostituibile specialista dell’ente preposto al riscaldamento, un letterato, un umorista, un reporter, un diplomatico, impegnato in ogni possibile emploi romantico e così via».
Un’importante testimonianza su questi anni ruggenti è offerta al lettore italiano da Io, futurista, pubblicato da Bengt Jangfeldt in russo nel 1992. Il volume offre una doppia prospettiva: da un lato le conversazioni del 1977 e dall’altro documenti che illuminano con la luce del presente un’epoca «in cui, per svariati motivi all’improvviso i giovani si ritrovarono a essere quelli che dettavano legge». Jakobson è stato infatti, negli anni 1912-1914, uno dei protagonisti del grande fermento dei circoli pittorici e poetici in cui, in Russia, «si delineò un unico fronte della scienza, dell’arte, della letteratura, della vita, ricco dei nuovi valori del futuro, ancora inesplorati».
Da sinistra: il giornalista giapponeseTamiji Najito, lo scrittore Boris Pasternak, il regista Sergei Eisenstein, Olga Trejakova, Lili Brik con Vladimir Majakovskij (al centro) e il diplomatico sovietico Voznesensky, fotografati a Mosca nel 1924, Museum of Fine Arts, Houston, Texas. (@ Bridgeman Images)
«Una delle emozioni artistiche più forti» sarà per Jakobson legata al manifesto cubofuturista Schiaffo al gusto corrente, che lo avvicinerà a Velimir Chlebnikov: «La sua comprensione della parola, la maestria verbale, tutto corrispondeva a quanto in quel periodo stavo sognando». A questi mesi risale il contributo fornito, con lo pseudonimo Aljagrov, alla creazione del linguaggio transmentale. A emergere con maggior forza nei ricordi è, però, il rapporto con Majakovskij, qui in una versione umana ben diversa da quella di bardo della rivoluzione.
Jakobson, uno dei fondatori del Circolo linguistico di Mosca, grazie alla sua incredibile conoscenza delle lingue si sarebbe trasferito nel 1920 in Cecoslovacchia, contribuendo alla formazione del Circolo linguistico di Praga, a sua volta alla base dello strutturalismo. Autore di importanti lavori sulla poesia russa e quella ceca, ha preso parte con lo stesso entusiasmo all’avanguardia che si stava impetuosamente sviluppando a Praga. Nelle sue memorie il premio Nobel Jaroslav Seifert, oltre a ricordare le cene a base di bliny e il suo ruolo pionieristico, non mancherà di sottolinearne il “bipolarismo” di “scienziato non accademico e poeta”.
Nel volume non mancano accenni all’incontro con Marinetti, così come la vicinanza agli artisti figurativi. Il pittore ceco Josef Síma ricorderà, ad esempio, il «significato che avevano avuto per la sua pittura le nostre conversazioni a Praga, nel 1925». A guardare oggi retrospettivamente questo tortuoso cammino, sembrano incredibili gli sforzi patiti allora per tirare avanti: «Non avevo soldi e mangiavo tre o quattro volte alla settimana […] me ne stavo seduto per ore là dentro con una tazza di caffè nero (il caffè nero era il più economico) e un panino, mi portavano un calamaio con la penna e io scrivevo il mio libro sul verso ceco». Io, futurista è inoltre accompagnato da tre articoli programmatici del 1920 sulla “nuova estetica” del futurismo e da una scelta di lettere che offrono uno sguardo in diretta su quella irripetibile temperie culturale.
Due delle protagoniste più citate, le sorelle Kagan, sono più conosciute con i cognomi dei primi mariti: “Lili” Brik, la musa di Majakovskij, ed Elsa Triolet, vincitrice del premio Goncourt nel 1945 e a lungo compagna di Louis Aragon. Gli aspetti più intimi emergono proprio nella corrispondenza con quest’ultima, protagonista di un lungo e complesso rapporto con il linguista: «Non voglio “condensare la vita”, come dicono certi conoscenti, e scriverti lettere per un editore, come fanno certi conoscenti. Per me tu non sei un motivo letterario e un’eroina poetica». In questi labirintici legami è nascosta una parte della storia delle avanguardie europee, stupefacente già agli occhi dei protagonisti dell’epoca: «A quanto pare — scriveva Jakobson nel 1920 — il mio destino è riuscire a stare in equilibrio in situazioni impensabili».
Il libro – Roman Jakobson, Io, futurista (Gramma Feltrinelli, traduzione di Serena Prina, pagg. 240, euro 17)