MODENA – Il percorso che Elena Pontiggia, la curatrice della mostra Giorgio De Chirico – L’ultima metafisica ha scelto è allegro, solare, pieno di speranza. Allegro perché de Chirico lo era, solare perché del sole si parlerà, pieno di speranza perché l’esposizione si articola lungo l’ultimissima parte della produzione, gli ultimi dieci anni, dal 1968 al 1978, ed essi non sono, come a volte accade sul declinare dell’esperienza vitale di un artista, malinconici: tutt’altro. Sono felici, quasi irriverenti, anzi: proprio irriverenti. Senza cioè riverenza per la senilità intesa come luogo di saggezza, ma proiettati invece nella rilettura di temi che furono cari all’autore: illuminati di nuova verve, di interpretazione liberata. In questo sì è un anziano de Chirico che compare: è liberato, non ha più su di sé l’angoscia di Ettore e Andromaca del 1917, ma li lascia liberi di innamorarsi, divertirsi, giocare: ora sono felici, Troia e le lance sono dietro, i colori sono teneri (Ettore e Andromaca davanti a Troia, 1968).
È l’artista anziano che gioca con il sé giovane, un passaggio di consegne intimo e rivelato a noi, egli pare dire: «Vedi? Non era così drammatico», che poi è l’esperienza della vita, quella di tutti. Il tratto della voluta diventa un modo per mettere i soggetti tra parentesi (Battaglia sul ponte, 1969), fuori, davanti alla tela a destra e a manca la vita continua. L’ultima metafisica (Modena, Palazzo dei Musei, fino al 12 aprile) è un titolo giusto, ma ultimo non è aggettivo che rende giustizia del lascito, che invece è un lancio al futuro, al divenire, a ciò che sarà, infatti noi oggi così lo cogliamo, come se fosse sempre proiettato in avanti, come se la sua opera non fosse chiusa.
Non ci sono gli inizi e le fini, i principi e le ultime istanze, le datazioni polverose dei critici nel gioco di de Chirico con le date. Sfidante, irriverente, soddisfatto e sicuro appare l’artista maturo davanti al giocattolo del talento che lo rende unico: è così nel 1973 quando viene intervistato da Franco Simongini per la trasmissione Rai Come nasce un’opera d’arte. Durante l’intervista de Chirico dipinge Il sole sul cavalletto, ed essa viene integralmente proiettata. È un’esperienza doppia: da un lato puoi vedere il maestro al lavoro. Non solo al lavoro, mentre prende in giro l’intervistatore, che glielo concede, lo sfida a sua volta, gli dice: «Su, metta la data, lei non era quello famoso per le date?». De Chirico dipinge e parla, quasi non c’è montaggio, tutto avviene lì, dove lui sa che il sole elettrico si accende e spegne lungo il corso del filo che lo porta fino a noi. E poi c’è l’esperienza di potersi voltare di quarantacinque gradi verso sinistra e vederlo quell’olio, vedere l’opera. È un momento bellissimo della mostra, un’intuizione della curatrice, una cesura.
Mi vado convincendo che l’antitesi alle mostre blockbuster, nell’accezione che vollero Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Contro le mostre Einaudi, Torino, 2017), siano le mostre che hanno a cuore il contesto in cui nascono. Dunque va detta una cosa sul contesto in cui si trova questa: Modena ha degli scorci metafisici. Il profilo della vecchia manifattura tabacchi con la sua ciminiera, vista dal cortile del palazzo Coccapani è in Interno metafisico con testa di cavallo (1968); il porticato puntuto di Piazza Matteotti è ne Il mattino delle muse (1972). Ci sono altre città italiane così, ma certamente qui il fuori è vicino al fuori che de Chirico dipinge nelle sue finestre. Finestra nella finestra: il palazzo dei Musei di Modena è un magnifico edificio in Piazza Sant’Agostino, severo come solo gli Este del Settecento sapevano commissionare. A cercare la mostra si vagola un poco, attraversato il lapidario romano, anche voltare l’angolo rispetto alla facciata per entrare in un cortiletto metafisico fa parte del gioco. Ecco: a Elena Pontiggia, rigorosa curatrice, va il merito di aver allestito una mostra che è una meraviglia, anche estetica, prima estetica, come sarebbe piaciuto a de Chirico: a partire da quel cortiletto, dal verde dei pannelli che ospitano le opere, a seguire nella varietà degli spazi scelti per il percorso espositivo, per le mega didascalie a virgolette sempre aperte e mai chiuse che sottolineano certi passaggi; per finire nel catalogo, edito da Silvana, che ospita un saggio di Ara H. Merjian, uno di Francesco Poli e ovviamente uno a sua firma: lì dove rileva sia la giovinezza che la meraviglia riportando un’affermazione di Buzzati «che a ottant’anni un artista abbia l’animo di mettersi in un’impresa simile è cosa meravigliosa».