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Libri da leggere: non si può vivere di scrittura, l’autofiction di Franck Courtès

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L’autore lascia la fotografia per darsi alla sua vera passione. Ma qualcosa va storto. Il risultato, però, è un memoir diventato film
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Immagino cosa avrebbe scritto di sublime un Ernst Jünger costretto a fare il tassista illegale, dopo aver ucciso un capriolo ed essersi perso in periferia volendo pisciare in tutta tranquillità, e dopo averne portato il cadavere nel suo monolocale per mangiarlo, lui che riusciva a commuoversi per la presenza di una mosca sulla guancia di un condannato. Sono quelle letture che vi segnano per la vita. Con le mani ricoperte di sangue e di peli pensare a Jünger non mi è di aiuto». La mattina scrivo di Franck Courtès (Playground, traduzione di Maruzza Loria e Beniamino Assenti) è il racconto autobiografico di un uomo che, dopo aver rinunciato al mestiere di fotografo, comincia a scrivere e subito si rende conto che di scrittura non si vive.

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Immagino cosa avrebbe scritto di sublime un Ernst Jünger costretto a fare il tassista illegale, dopo aver ucciso un capriolo ed essersi perso in periferia volendo pisciare in tutta tranquillità, e dopo averne portato il cadavere nel suo monolocale per mangiarlo, lui che riusciva a commuoversi per la presenza di una mosca sulla guancia di un condannato. Sono quelle letture che vi segnano per la vita. Con le mani ricoperte di sangue e di peli pensare a Jünger non mi è di aiuto». La mattina scrivo di Franck Courtès (Playground, traduzione di Maruzza Loria e Beniamino Assenti) è il racconto autobiografico di un uomo che, dopo aver rinunciato al mestiere di fotografo, comincia a scrivere e subito si rende conto che di scrittura non si vive.

Lui, di certo, no. Tuttavia, quest’uomo vuole scrivere e così comincia a cercare un lavoro che gli lasci il tempo per farlo. Ma non ha particolari specializzazioni, titoli o capacità, e non è nemmeno più giovane, così, rinuncia a trovare un lavoro più o meno stabile in un modo più o meno solito, e si iscrive a una piattaforma grazie alla quale, attraverso un sistema di scommessa al ribasso sulla tariffa di lavoro, e pagando il 10 per cento del compenso alla piattaforma medesima, comincia a fare dei lavoretti, dal pulire i giardini, a lavare i vetri, allo scaricare calcinacci, a piccole riparazioni, sgomberi e montaggio mobili.

Mentre lavora a prezzi sempre più bassi, nonostante le mance, nonostante certi incontri — compreso quello col capriolo nella frase riportata in testa a queste righe — l’uomo si accorge che sta lentamente scendendo nella povertà e che questa povertà è incomunicabile alla famiglia, agli amici, ai colleghi. Si rende conto che la povertà aumenta la gravità alla quale siamo sottoposti, tutto diventa più pesante.

«Da fotografo, guadagnavo circa tremila euro al mese, in certi anni addirittura ottomila. Da svariati mesi non ne guadagno più di duecentocinquanta, come diritti d’autore. Nel momento in cui ho esaurito i miei risparmi, senza alcuna speranza immediata di accumularne di nuovi, mi sono reso conto di essere diventato povero. Due o trecento euro al mese non coincidono esattamente con la miseria, però si comincia ad avere un’immagine nitida della povertà. (...) A molti in Francia fa comodo contrapporre alla povertà non la ricchezza dei borghesi ma un’altra povertà più vera, straniera, esotica e molto più tragica. Per la mia famiglia è impensabile immaginare che io mi ritrovi in quella situazione se non per mia volontà».

Il libro è un romanzo di avventure. Cittadine e borghesi, ma avventure. Il libro è una critica al racconto della povertà come superiorità morale o esistenziale. Il libro è un invito a seguire le proprie passioni, a crocifiggersi ad esse — l’uomo vuole scrivere — ma senza perdere una certa leggerezza che significa, in questo caso e forse volta per volta, capacità e speranza di adattamento. Il libro è il racconto picaresco di un uomo cresciuto e pasciuto borghese, che ha letto, osservato, passeggiato, discusso, e lo è nonostante ciò che scrive Kundera ne L’immortalità rimanga vero e cioè: «E la vita è così: non somiglia a un romanzo picaresco, dove il protagonista di capitolo in capitolo viene continuamente sorpreso da nuovi avvenimenti senza alcun denominatore comune».

Si potrebbe utilizzare questo bel romanzo — da cui Valérie Donzelli ha tratto il film omonimo in concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia — per parlare delle differenze tra mercato editoriale italiano e mercato editoriale francese, delle copie vendute in media e in assoluto, dei diritti d’autore maturati, e degli anticipi; si potrebbe parlare dell’indifferenza di chi ti ama alle tue difficoltà, nel momento in cui quelle difficoltà possono essere raccontate come responsabilità singole e non di un sistema sociale. Si potrebbe osservare, per tornare a Kundera, che, a distanza di sessant’anni, diversa è la parabola del protagonista de Lo scherzo (1967), nonostante entrambi i protagonisti si trovino a dover affrontare una serie ininterrotta di lavoretti che quasi mai garantiscono un equo compenso. In Kundera per una violazione all’ortodossia del regime, in Courtès per una deviazione dalle regole del vivere borghese.

In questi tre anni trascorsi dalla pubblicazione francese de La mattina scrivo, l’impoverimento della borghesia si è allargato e lambisce, e talvolta sommerge, la più numerosa classe intellettuale di questo Paese, i professori di scuola.

«Sono quel genere di lavoratore a cui ci si rivolge non perché sappia fare qualcosa di difficile, ma perché semplicemente non si ha voglia di farlo da soli».

Il libro

La mattina scrivo di Frank Courtès (Playground, traduzione Maruzza Loria, Beniamino Assenti, pagg. 186, euro 17)

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