Libri da leggere, la scoperta dell’America di Thomas Wolfe
di Alberto AnileDorothea Lange, foto di una famiglia in viaggio durante la Grande Depressione
William Sloane, stimato consulente editoriale e romanziere egli stesso, ricordava spesso di quando, intorno al 1928, gli era arrivata una cassa contenente uno smisurato romanzo, autore il debuttante Thomas Wolfe. Sloane ne lesse un bel po’, quindi rinunciò e rimandò indietro la cassa. Il libro fu respinto anche da altri, finché l’anno dopo uscì a cura di Max Perkins, editor fra gli altri di Fitzgerald e Hemingway.
Quando Sloane lesse il volume pubblicato non vi trovò le parole che aveva letto; l’editing era stato decisivo, molto era stato tagliato o spostato, pure il titolo era mutato: l’originario O Lost (“oh, perduto”) aveva lasciato posto a Angelo, guarda il passato, altra invocazione presa dal Paradiso perduto di Milton. La questione filologica è intricata: nel 2000 è uscita una presunta versione integrale che aggiunge 66.000 parole (circa un qua…
William Sloane, stimato consulente editoriale e romanziere egli stesso, ricordava spesso di quando, intorno al 1928, gli era arrivata una cassa contenente uno smisurato romanzo, autore il debuttante Thomas Wolfe. Sloane ne lesse un bel po’, quindi rinunciò e rimandò indietro la cassa. Il libro fu respinto anche da altri, finché l’anno dopo uscì a cura di Max Perkins, editor fra gli altri di Fitzgerald e Hemingway.
Quando Sloane lesse il volume pubblicato non vi trovò le parole che aveva letto; l’editing era stato decisivo, molto era stato tagliato o spostato, pure il titolo era mutato: l’originario O Lost (“oh, perduto”) aveva lasciato posto a Angelo, guarda il passato, altra invocazione presa dal Paradiso perduto di Milton. La questione filologica è intricata: nel 2000 è uscita una presunta versione integrale che aggiunge 66.000 parole (circa un quarto in più), ma pare esistano anche versioni diverse.
Nel varare una nuova edizione italiana, alla Mattioli 1885 hanno deciso che Nicola Manuppelli traducesse la cosiddetta versione Perkins, che sarà pure stata ridotta e modificata in modo significativo ma con l’autore in vita e soprattutto consenziente; e per sottolineare il legame filologico con quell’edizione, ne ha ripreso anche la suggestiva copertina multicolore.
Angelo, guarda il passato è una smisurata saga individuale di carattere chiaramente autobiografico: nelle circa 700 pagine ora arrivate in libreria, Thomas Wolfe si racconta sotto il velo di Eugene Gant, ultimo di una nidiata di figli nati da una coppia litigiosissima (lei imprenditrice immobiliare, lui scultore alcolizzato). Eugene prende le misure col mondo mescolando grandi e piccoli traumi familiari con la fantasia sbrigliata da tonnellate di romanzi — e nella puntuale indicazione dei libri più popolari di allora sta uno degli elementi più interessanti del romanzo, in grado di restituire nei dettagli usi, costumi, vizi e passatempi dell’epoca.
Diviso nell’affetto fra un padre esasperato, una madre affarista e una serie di fratelli uno più inquieto dell’altro, Eugene si guadagna subito da vivere consegnando giornali, vince un concorso di scrittura e approda all’università, s’innamora, alterna speranza e depressione, scrive, assiste i familiari, si strappa infine dal natio borgo selvaggio in North Carolina (Altamont nel romanzo, Asheville nella realtà), nel quale la madre vorrebbe tenerlo ma che a lui va ormai troppo stretto. È il racconto di mezza vita (la vicenda si limita alla giovinezza del protagonista, che tornerà poi — con altri nomi — nei successivi romanzi di Wolfe), un tentativo titanico di dire, descrivere e analizzare un individuo, con la folla di eventi e sentimenti che lo accompagna e con un’unica morale da mostrare: «che gli esseri umani restano per sempre degli estranei gli uni agli altri, che nessuno arriva mai a conoscere davvero nessuno, che veniamo al mondo rinchiusi nel buio grembo di nostra madre senza averle mai visto il volto, e che finiamo tra le sue braccia da sconosciuti. E che da quella prigione insolubile dell’essere non si esce mai, non importa quante braccia ci stringano, quante bocche ci bacino, quanti cuori ci scaldino».
Thomas Wolfe è stato in molti sensi un scrittore ingombrante: fisicamente era alto due metri e scriveva libri lunghissimi, fuori misura e fuori norma. Il romanziere Edward Dahlberg si divertiva a definirlo «un leviatano senza sperma, tutto massa e niente scintille». Ma che questo romanzo, al contrario, sia stato seminale per la letteratura americana, è ormai acclarato: Jack Kerouac, Ray Bradbury, Stephen King, Don DeLillo hanno riconosciuto il proprio debito nei confronti di un autore capace di raccontare la provincia americana impastando memoria ed epica, saga e romanzo di formazione, dialogo teatrale e digressione umoristica. Il relativo successo del volume non rese però le cose facili al suo autore: le chiacchiere sugli interventi dell’editor Perkins finirono per scavare fra i due un solco che li divise per sempre. Wolfe pubblicò in vita un altro paio di romanzi (altri due sarebbero usciti postumi), visitò la Germania, dove assistette alla nascita del nazismo, e morì a neanche 38 anni per complicazioni di una polmonite.
Questa nuova edizione cerca ora di portarlo all’attenzione del lettore italiano, all’interno di un’attenta operazione di recupero che Mattioli 1885 fa da tempo a proposito della letteratura americana, aggiungendo pagine a un testo già monumentale: il volume è incorniciato da una prefazione birbona del poeta e paroliere Pasquale Panella («questo libro, meglio non offrirlo, meglio non leggerlo forse, meglio tenerlo lì come un oggetto, anche contundente») e una postfazione del traduttore Manuppelli, che traccia un parallelo affascinante tra Thomas Wolfe e Apollonio Rodio, l’autore delle Argonautiche.
Il libro
Thomas Wolfe, Angelo, guarda il passato (Mattioli 1885, traduzione Nicola Manuppelli, pagg. 792, euro 29). Dal 7 marzo in libreria