Tutto quello che volevate sapere sull’insonnia
di Vittorio LingiardiMoon on my Face (1997) dell’artista britannica Evelyn Williams, collezione privata
Il sonno ha un suo dio. Per i Greci è Hypnos, figlio della Notte e fratello di Thanatos, dio della morte. Somnus, per i Romani, riposa su un letto d’ebano. Attorno a lui, racconta Ovidio, giacciono sparsi i Sogni, tanti quante sono le spighe di un raccolto. Oggi che, direbbe Hillman, gli dei sono diventati malattie, i disturbi del sonno sono un tema cruciale della salute pubblica, occupano pagine e pagine dei manuali diagnostici e tengono svegli neurologi, psichiatri e medici di base (quelli che restano) alla ricerca di soluzioni per gli insonni più gravi, quelli che non hanno pace. I disturbi del sonno, o meglio del sonno-veglia, non riguardano solo quanto dormiamo, ma anche come. Se è un sonno che ristora, per esempio. L’insonnia affligge il 10-12% della popolazione, quattro volte di più se consideriamo chi ha superato i 65 anni. A me stringe il cuore l’insonnia dei bambini, soprattutto da quando ne ho sentito uno dire che non si addormentava per paura di non svegliarsi. All’insonni…
Il sonno ha un suo dio. Per i Greci è Hypnos, figlio della Notte e fratello di Thanatos, dio della morte. Somnus, per i Romani, riposa su un letto d’ebano. Attorno a lui, racconta Ovidio, giacciono sparsi i Sogni, tanti quante sono le spighe di un raccolto. Oggi che, direbbe Hillman, gli dei sono diventati malattie, i disturbi del sonno sono un tema cruciale della salute pubblica, occupano pagine e pagine dei manuali diagnostici e tengono svegli neurologi, psichiatri e medici di base (quelli che restano) alla ricerca di soluzioni per gli insonni più gravi, quelli che non hanno pace. I disturbi del sonno, o meglio del sonno-veglia, non riguardano solo quanto dormiamo, ma anche come. Se è un sonno che ristora, per esempio. L’insonnia affligge il 10-12% della popolazione, quattro volte di più se consideriamo chi ha superato i 65 anni. A me stringe il cuore l’insonnia dei bambini, soprattutto da quando ne ho sentito uno dire che non si addormentava per paura di non svegliarsi. All’insonnia noi clinici applichiamo vari “specificatori”: episodica, cronica, ricorrente, acuta, subacuta, persistente. Può essere in comorbilità con altri disturbi o condizioni mediche. Può colpire il momento di addormentarsi, comparire nel cuore della notte, anticipare il risveglio del mattino. Alla galassia insonne appartengono anche la sonnolenza diurna, la narcolessia, il sonnambulismo (che è una parasonnia), la sindrome delle gambe senza riposo, il terrore notturno e il disturbo da incubi.
Qualche settimana fa, a una cena, mi trovo seduto vicino a un giovane insonne che mi parla con competenza e sensibilità delle sue notti. E quindi dei suoi giorni: i farmaci che ha provato, le terapie, le soluzioni casalinghe e quelle scientifiche. A un certo punto ha detto che combattere l’insonnia è più faticoso che assecondarla. A volte riesce a guardarla come una caratteristica personale. Di notte legge e scrive. Per molti insonni la notte è invece il momento dei pensieri più cupi, quelli che ingigantiscono le preoccupazioni e deformano la realtà.
I disturbi del sonno sono imprendibili. Hanno piena dimora nelle forme depressive e bipolari, nei disturbi d’ansia e in quelli borderline, ma affliggono anche le notti di persone che altre diagnosi non hanno. L’insonnia è trasversale. A tutto: alle psicopatologie, ai temperamenti, alle preoccupazioni, alle tranquillità. Alle grandi psicosi e alle piccole nevrosi. Ai fallimenti e ai successi, alle notti spasmodiche e solitarie, a quelle consolanti e coniugali. La diagnostica del sonno-veglia oggi contempla anche il dolore del mondo e segnala l’impatto psichico di una minaccia politica globale fatta di genocidi tollerati, negazionismi climatici, imperialismi algoritmici. E poi, certo, la pervasività degli schermi accesi, l’assedio delle email, il binge-eating di serie tv, l’ipnosi da social media, comprese varianti sessuo-artificiali a orari impossibili. Dalla caffeina alla videodipendenza, dalla ferita di un tradimento ai soldi che non bastano, si fa prima a elencare cosa non ci rende insonni. Altra cosa è la cronicizzazione, racchiusa nel modello delle tre P: fattori che Predispongono (vulnerabilità psicobiologiche), Precipitano (eventi e contesti di vita, stress) e Perpetuano (abitudini e credenze che alimentano l’ansia anticipatoria e l’inseguimento del sonno come compito o come premio).
Col mio commensale la conversazione prende la piega dei perché, e così ci troviamo a navigare attorno all’arduo promontorio che bagna una sponda nell’esperienza psichica e l’altra nello scambio neurochimico. I due mari sono inseparabili e saranno i giochi delle loro correnti a decidere come dormiamo. Correnti governate da divinità magnetiche ed enigmatiche che spesso non si curano delle nostre preghiere né del numero di pecore che contiamo. In molti casi, non in tutti, gli dei dispettosi o crudeli dell’insonnia sono sensibili ai farmaci: l’elenco delle molecole (nomi commerciali dal fascino ipnotico) è il rosario delle prescrizioni che accompagna la vita degli insonni. Esaurita la farmacopea, il discorso col vicino di cena si sofferma brevemente sull’utilità delle indagini strumentali, per eccellenza la polisonnografia: registrazione che cerca di captare, nel silenzio della notte, dove si nasconde il trickster che si rifiuta di rimboccarci le coperte e baciarci le palpebre.
Silenzio fino a un certo punto, visto che la polisonnografia serve anche a rilevare i disturbi respiratori del sonno, spesso rumorosi, come le apnee ostruttive con i loro micro-risvegli e il dormire frammentato. Ma poi il dialogo torna alla piega libresca, anche perché non solo molti lettori ma anche molti scrittori sono insonni. L’elenco dei titoli è ben più lungo di quello dei farmaci, che poi i libri sono essi stessi farmaci. In Al culmine della disperazione (Adelphi), il filosofo rumeno Emil Cioran ha raccontato l’inferno del non dormire («la sola forma di eroismo compatibile con il letto», il «nulla senza tregua», la «criminale assenza di oblio») come un paradiso guadagnato dello scrivere. E del passeggiare. «Non era semplicemente un problema di salute, era qualcosa di più profondo, in effetti, è stata l’esperienza fondamentale e più grave della mia vita. Tutto il resto è secondario. Quelle notti insonni mi hanno aperto gli occhi e, a causa loro, tutto è cambiato per me». Qui il mio interlocutore mi chiede se la psicoterapia è utile per l’insonnia feroce, quella che il giorno dopo sei in ginocchio, sfibrato nei muscoli e nelle funzioni cognitive. Ci sono terapie cognitivo-comportamentali specifiche e percorsi di mindfulness. E terapie analitiche che provano a prendere il toro per le corna e considerare il sonno non un interruttore, ma un patto tra il cervello e la sua psiche. Ho visto pazienti ai quali l’analisi ha portato buon sonno e pazienti che, stando comunque meglio, hanno imparato a vivere con le benzodiazepine (oggi la novità chimica guarda al sistema orexinergico e propone antagonisti duali dei recettori dell’orexina). Pagato il giusto tributo agli effetti collaterali sia dell’insonnia sia del farmaco, siamo poi tornati agli scrittori. Ecco allora l’Insonnia personale e geopolitica di Bernard-Henri Lévy (La nave di Teseo); l’Hotel Insonnia di Charles Simic, poeta nomade nelle periferie della psiche (Adelphi); il Pas dormir di Marie Darrieussecq: «Ho perso il sonno. Vaga da qualche parte, lontano da me, come un’ombra. O, chissà, forse sta festeggiando, e sono io l’ombra». «Tutta la notte scrivo» le fa eco Alejandra Pizarnik, poeta argentina, suicida con barbiturici. «Parola per parola io scrivo la notte». Enrique Molina, pittore surrealista, la chiamava La figlia dell’insonnia: diventerà il titolo di una sezione della sua opera completa (uscirà presto per Crocetti, nuova traduzione di Matteo Lefèvre e prefazione di Concita De Gregorio). Ma c’è anche chi, come Annabel Abbs in Sleepless (Mai fidarsi delle donne insonni, Einaudi), attraversa le solitudini insonni studiando le scienze, le falene e le “tessitrici notturne” della letteratura. Celebra così la vita di chi non dorme e introduce la figura avventurosa del “Sé notturno”. Farselo amico è un grande passo. Credo sia la tecnica del mio commensale.