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Il mio amico Cees Nooteboom, l’olandese volante

Lo scrittore Cees Nooteboom (1933-2026) in uno scatto del 2017 

 

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Le sue pagine sono continue domande. Le sue parole illumineranno i lettori per sempre. Ricordo del maestro scomparso l’11 febbraio
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Ho conosciuto Cees Nooteboom circa trent’anni fa, dopo aver letto La storia seguente, che mi ha portato a credere che Nooteboom fosse uno degli autori fondamentali della seconda metà del XX secolo. Nooteboom ha insegnato ai suoi lettori un nuovo modo di pensare, anche se, come Kafka e Borges, non ha mai ricevuto il Premio Nobel che avrebbe meritato. Nooteboom era un romanziere, un cronista, un miniaturista, un saggista politico, un lucido critico d’arte e, soprattutto, in ciascuno di questi ambiti, un poeta. Anche se Nooteboom creava concetti molto personali, dava ai suoi lettori l’impressione di averli raccolti come sassolini sulla spiaggia, come objets trouvés filosofici. Come è evidente in tutti i suoi libri (l’edizione tedesca delle sue opere conta undici volumi), Nooteboom li raccoglieva dai sogni e dagli articoli di giornale, dai cartelli stradali e dagli avvisi pubblici, dai frammenti ascoltati nei caffè e sui treni, rubati dalle lapidi e dalle pagine di altri scrittori. Da tut…

Ho conosciuto Cees Nooteboom circa trent’anni fa, dopo aver letto La storia seguente, che mi ha portato a credere che Nooteboom fosse uno degli autori fondamentali della seconda metà del XX secolo. Nooteboom ha insegnato ai suoi lettori un nuovo modo di pensare, anche se, come Kafka e Borges, non ha mai ricevuto il Premio Nobel che avrebbe meritato. Nooteboom era un romanziere, un cronista, un miniaturista, un saggista politico, un lucido critico d’arte e, soprattutto, in ciascuno di questi ambiti, un poeta. Anche se Nooteboom creava concetti molto personali, dava ai suoi lettori l’impressione di averli raccolti come sassolini sulla spiaggia, come objets trouvés filosofici. Come è evidente in tutti i suoi libri (l’edizione tedesca delle sue opere conta undici volumi), Nooteboom li raccoglieva dai sogni e dagli articoli di giornale, dai cartelli stradali e dagli avvisi pubblici, dai frammenti ascoltati nei caffè e sui treni, rubati dalle lapidi e dalle pagine di altri scrittori. Da tutto questo, evocava testi altamente personali e complessi; la polvere della strada si attacca all’inchiostro di tutte le sue pagine.

Come scrittore di viaggi, in Hotel nomade, Verso Santiago, Tumbas e altri, Nooteboom ha esplorato esplicitamente il concetto di trovarsi fisicamente in un determinato luogo e, allo stesso tempo, di esistere nel proprio io mutevole, stati definiti in spagnolo (una lingua che conosceva bene) dai verbi ser e estar, inventando la geografia man mano che procedeva. In Come si diventa europei? lo ha chiarito: «Gli scrittori, almeno secondo me, sono persone che parlano di paesi immaginari o che danno a paesi esistenti montagne inesistenti». Ogni Paese del continente di Nooteboom è, in questo senso, il Paese delle Meraviglie e, se tutti i suoi libri sono guide di viaggio, sono anche tutte fiabe. Questo è particolarmente evidente nel caso di Le montagne dei Paesi Bassi, una fiaba in cui il protagonista è il linguaggio, creatore di parole, modificatore di significati, interprete di misteri, inventore di bugie.

Come scrittore, Nooteboom ha sempre assunto una posizione politica, nel senso di essere sempre stato interessato alla polis, alla vita attiva della società, a ciò che ci identifica come cittadini e ci costringe a metterci in discussione. Questo suscita in Nooteboom un perpetuo movimento pendolare, avanti e indietro, che termina nelle nostre considerazioni sulle cose ultime. Cocteau, parlando della morte, dice che essa conquista gradualmente la nostra casa e alla fine chiude la porta e getta via la chiave. Non è così quando Nooteboom parla della morte: egli non indica la conclusione della vita, ma la sua continuità. Per Nooteboom, nulla finisce, nemmeno la fine. La memoria, le parole che ricostruiscono la memoria e il ricordo di quelle parole prolungano tutto all’infinito. Questa consapevolezza suscita in Nooteboom le sue osservazioni più acute e i passaggi più divertenti, tinti di una certa malinconia travolgente che deriva forse dalla scoperta che, sebbene siamo noi a scomparire, i nostri pensieri, la nostra nostalgia, il mondo stesso continueranno a esistere. Nel libro Il giorno dei morti Nooteboom dice: «Tutte le sofferenze del mondo sono presentate come un fatto ed è proprio questo che le rende così irreali». E nei versi di Silesius sogna aggiunge: «I sogni sono veri perché accadono, / falsi perché nessuno li vede».

Nella sua cronaca del maggio 1968, Nooteboom osservava: «Invecchiare è una forma di morte». Tuttavia, non sembrava mai provare rabbia nei confronti di questo progressivo processo di perdita. Invece della nostalgia, Nooteboom ha scelto di costruire dalle ceneri qualcosa di simile a un nuovo Eden: Paradiso è una parola che compare nei suoi scritti molto più frequentemente di Inferno.

Proprio perché rifiutava di definire le cose in modo assoluto, nelle storie di Nooteboom non c’è condanna. Credeva nella possibilità di un’illuminazione alla fine di ogni pagina, o ancora più fortemente, una volta chiuso e riposto il libro.

Le parole di Nooteboom ci nutrono di tali domande, provocano i nostri sogni, ci spingono a svegliarci, ci rendono curiosi e indagatori, ci aiutano a lasciare da parte, almeno per il tempo della loro lettura, la marea di follia dei nostri tempi. Per questo, soprattutto, noi lettori dovremmo essergli grati.

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